Archibald J. Cronin:
medicina e fantasia

Lasciò la professione medica
per l’invenzione letteraria

collettiva, la gente si affollava davanti alle edicole alla ricerca di nuovi giornali e di nuove riviste dalle copertine multicolori. In questo festival della carta stampata si facevano luce anche le librerie, dove erano in bella mostra i romanzi appena arrivati dalle nazioni vincitrici, e specialmente dagli Stati Uniti, dalla Francia e dall’Inghilterra.Fu in quell’epoca che cominciò a circolare, fino a diventare famoso, il nome di un autore scozzese: Archibald Joseph Cronin; un nome che in realtà era già noto da qualche anno nel suo paese d’origine, ma praticamente sconosciuto in Italia per la difficoltà
di scambi internazionali. Cronin aveva pubblicato i suoi primi libri non più giovanissimo, sulla quarantina; cioè quando aveva deciso di abbandonare la professione di medicina generale e chirurgia, fino allora esercitata con successo.
Era nato in Scozia alla fine del XIX secolo, nel 1896, e solo nel 1930 decise di dare alle stampe il suo primo libro.
Già prima aveva tenuto chiuso in un cassetto qualche foglio scritto per dare sfogo alla sua fantasia, ispirandosi all’esperienza infantile e giovanile, ricca di episodi non sempre piacevoli. Infatti nel periodo scolastico era stato emarginato e anche vilipeso
da molti suoi compagni in quanto era di religione cattolica, mentre tutti loro erano protestanti. Il cattolicesimo
era praticato da suo padre; e poi anche la madre, protestante, era diventata cattolica per amore verso il marito. Peraltro questa intolleranza scolastica, anziché scoraggiarlo, aveva destato in lui una tenace resistenza e un maggiore impegno
negli studi ed anche in attività sportive.Terminato il liceo, nel 1914, si iscrive alla facoltà di Medicina nell’Università di Glascow, ma deve interrompere gli studi per il servizio militare in marina. Finita la guerra si trova in grave difficoltà a continuare gli studi per la morte del padre; riesce ad avere vitto e alloggio gratuiti in una clinica chirurgica in cambio di qualche attività di aiuto, e successivamente in una clinica neuropsichiatrica con un piccolo compenso monetario.
Riesce così a laurearsi e a trovare lavoro come medico di bordo sulle rotte per l’India; una epidemia di vaiuolo, da tenere nascosta ai passeggeri, mette a prova le sue capacità e la sua forza di volontà, e riaccende il suo spirito d’avventura. Si fa vivo in lui il desiderio di conservare una testimonianza di questa difficile esperienza, e comincia a scriverne una descrizione in una specie di diario che mette in rilievo i singoli contatti umani; si accorge di buttare giù queste pagine con stile immediato e scorrevole che
dà vita alle persone nella loro realtà esistenziale, e allora gli viene voglia di scrivere qualche racconto in cui erano presenti ricordi della sua vita e della sua pratica professionale.
Questa pratica diventa progressivamente più impegnativa: undici anni a tempo pieno, svolti con impegno morale e con soddisfacente competenza diagnostica e terapeutica, anche di fronte a casi difficili: come quando praticò una tracheotomia d’urgenza o quando, trasferito in zona mineraria, dovette amputare una gamba a un minatore semisepolto,
rimanendo anche lui bloccato dalla frana di una galleria. In quel periodo Cronin prende moglie, e passerà la prima notte di nozze ad assistere un ferito in fondo a una miniera. Finalmente si trasferisce a Londra, con notevoli difficoltà economiche e una scarsa clientela di non abbienti; fino a quando, avendo salvato una persona da un avvelenamento,
la sua fama esplode rapidamente e gli consente una vita agiata. A trentaquattro anni ha raggiunto pieno successo professionale, ma non è soddisfatto per il suo versante letterario; allora si mette a scrivere un romanzo, stando alzato di notte chiuso in una camera con carta e penna. Dopo tre mesi, preso da sconforto, prende tutti i fogli e li butta nel secchio della spazzatura; fortunatamente non li aveva buttati nel caminetto, perché decide improvvisamente di ricuperarli e di farne un pacco da spedire ad un editore a caso, di cui aveva visto il nome su un calendario.
Invece di un rifiuto, come si sarebbe aspettato, gli arriva un assegno di anticipo per la pubblicazione. Viene così alla luce il suo primo romanzo, Il castello del cappellaio, che ha subito un grande successo di pubblico e di critica letteraria, tanto da essere tradotto in più lingue e utilizzato addirittura per un film.
Cronin allora abbandona del tutto la professione medica, che rispecchia peraltro nei suoi romanzi, assieme al mondo dei minatori: una scelta, insomma, per continuare a vivere nell’atmosfera della sua vita passata. Dopo “Il castello del cappellaio”, a cadenza ravvicinata, faranno seguito “Gran Canaria” (1933), “E le stelle stanno a guardare” (1935), “La cittadella” (1937); e negli anni successivi “Le chiavi del regno” e “Gli anni verdi”. Tutti libri che andarono a ruba, per la grande facilità di lettura, con personaggi simpatici e un po’ sentimentali. Pur se lontano dall’altezza culturale dei grandi romanzieri, come Manzoni, Hugo, Tolstoj e molti altri, tuttavia il grande successo internazionale ha fatto meritare a Cronin un posto rilevante nella storia della letteratura: un medico scrittore che ha fatto della medicina una piacevole lettura.

Appena finita la seconda guerra mondiale, nella primavera del 1945, nello scoppio dell’euforia

a cura di Silviano Fiorato (Commissione Culturale OMCeOGE)