PREMIO NARRATIVA 2019 

       

Walter CAO  (di Cagliari)

       

per il racconto dal titolo:

 

La Veglia di Artur

 

Motivazione: 

"Una giornata come tante, di sole abitudini che appaiono scontate è per l’orologiaio Artur occasione di una ricerca dell’essenza del tempo non scientifica, ma legata a un impossibile confronto tra il ticchettìo dei quadranti e il cammino delle stelle e dei ricordi nel mare della coscienza.

L’autore, in uno stile piano ed organico, ci insegna che tutto il tempo fluito segna di sé ogni attimo presente e vi si riassume. Suggestivi i molti e perfettamente discreti riferimenti legati a una cultura attinta sempre con leggerezza."

La vecchiaia ama sempre la veglia; come se l'uomo, quanto più è stato il tempo che l'ha legato alla vita, tanto meno si cura di ciò che, come il sonno, somiglia alla morte. Il libro gli cadde dalle mani, era stanco di leggere e non volle
alzarsi per raccoglierlo. Approfittò quindi di quella finestra di sonno, si tolse gli occhiali, che poggiò sul tavolino accanto al letto, spense la luce e si addormentò. Il mattino seguente, al risveglio, fu avvolto da una vaga sensazione di vuoto interiore che pressava insistentemente ai cancelli della sua coscienza, per poi emergere con percezioni più
definite, ora alle giunture delle sue ginocchia, ora a quelle della colonna e delle spalle. Avvertiva quindi la posizione delle dita delle sue mani e dei suoi piedi, i movimenti del suo diaframma e l'aria entrare nei suoi polmoni. Percepiva la gravità su tutto il corpo e udiva i rumori confusi della strada e il vociare proveniente dal vicino mercato che iniziava a prender vita. Schiuse le palpebre e vide il soffitto, la porta socchiusa e la finestra da cui traspariva un po' di luce.
Sentì improvvisamente di vivere l'istante di quel momento in quello spazio che era la sua camera da letto. Fu così che prese consapevolezza del suo presente e del suo passato e solo allora si rese conto di essere Artur Steiner.
Era il mattino di un nuovo giorno. Si alzò dal letto, raccolse da terra il libro di Melville, che ripose poi sul tavolino accanto, e tenendolo fra le mani pensò al capitano del Pequod e alla sua cieca ossessiva vendetta di cui lui stesso sarebbe stato vittima; ma si sa, l'anima è scomoda come la quinta ruota in un carro.
Gli restavano ancora da leggere 29 capitoli per giungere finalmente alle prime pagine del libro. Artur, infatti, leggeva i libri di narrativa in ordine inverso iniziando dall'ultimo capitolo, ripercorrendo la trama per tappe, andando a ritroso, strato sotto strato, come fa l'archeologo.
Per Artur era naturale pensare a quel modo. A chi gli chiedeva il motivo di questa sua abitudine rispondeva: - non avviene forse così quando incontriamo per la prima volta qualcuno che presentandosi ci racconta la sua vita partendo dal suo presente? Forse che il nostro passato non vive nel nostro presente?
Infilò le sue pantofole e alzatosi si recò in bagno. Si mise di fronte allo specchio e vide i segni del tempo sul suo volto. Già, il tempo, compagno capriccioso, imprevedibile e irrazionale. Gli venne in mente quando da piccolo, per  capire cosa fosse, prese la sveglia del nonno e iniziò a smontarla per scoprirne i segreti, ma del tempo non trovò alcuna traccia, al suo posto solo tanti piccoli ingranaggi e una molla. Fu allora che nacque il suo interesse per gli  orologi, immagine sfumata di un velato desiderio che accarezzava da sempre. - Cos'è il tempo? - si chiedeva. Ciò  che non aveva consistenza gli appariva inafferrabile, tuttavia ne avvertiva il suo inarrestabile fluire. Ripeteva a sé  stesso che le cose avvengono secondo l'ordine del tempo, come aveva appreso a scuola studiando Anassimandro.  Ma il suo fluire gli sembrava spezzettato come i ricordi, fatti di frammenti che per apparire logici avevano bisogno  di un continuo succedersi, per dare ordine agli eventi della vita che accade, avviene, succede. Artur non si curava  tanto del suo aspetto, benché fosse sempre pulito e ordinato. La sua folta barba gli nascondeva quel sorriso che gli  sarebbe piaciuto manifestare apertamente ma che sentiva di dover tenere sempre celato. Festeggiava il suo  compleanno ogni quattro anni, il 29 di Febbraio, e ciò non gli dispiaceva perché riteneva che ricevere gli auguri  fosse emotivamente troppo coinvolgente, come frugare nel proprio passato per riportare alla luce le esperienze più personali, custodite con riserbo e discrezione e talvolta sepolte, per non pensarci più. A chi gli chiedeva quanti anni  avesse rispondeva: - gli anni non si contano, si vivono. Pensava alla propria vita, come una raccolta di memorie,  immagini del suo passato, grani di tempo imprigionati nei ricordi che riaffioravano sempre avvolti da un'aura di  colore, altro non erano che emozioni. Forse rincorreva l’illusione di trovare il modo di congelare il tempo, per  ridurlo in tanti frammenti come quei piccoli ingranaggi della sveglia di nonno Tobia. Gli tornava in mente quella  molla sfuggitagli velocemente dalle mani, che per un attimo gli aveva dato la sensazione di un fiocco di neve  discioltosi fugacemente.

- E' forse questo il tempo? - si chiedeva. Di quel tempo elusivo non gli rimaneva ora che la persistenza della sua  memoria. Artur si voleva bene. Ogni mattina, prima di andare al lavoro, amava concedersi una pausa per stare con sé stesso.   Faceva colazione con una tazza d'orzo caldo e una fetta di pane, su cui spalmava della confettura di mele e  menta per addolcire l'inizio della giornata. Era un modo per fare spazio ai propri pensieri, dare forma alle idee e  percepirne le tonalità affettive, modulare i suoi sentimenti, mettere  armonia nei suoi moti d'animo e ritrovare il suo  equilibrio interiore. Prima di uscire di casa mise ordine in cucina, lavò la tazza in terracotta e ripose il barattolo  di confettura, ormai quasi vuoto, sul ripiano superiore della credenza. Si ripropose di prepararne    dell'altra quanto prima, non poteva privarsene, altrimenti non sarebbe stata più la sua colazione. Artur aveva    necessità di continui e quotidiani riferimenti per non lasciare nulla al caso. Camminava con andatura veloce, come  faceva ogni mattina, lungo il viale che dalla stazione portava alla piazza dell'Orologio. Scandiva il passo al tempo  dei secondi, senza accorgersene, come per seguire quel ticchettio che sentiva da piccolo, quando il nonno gli poggiava all'orecchio il suo vecchio segna-ore da taschino. - Chissà mai cosa muove le lancette - si chiedeva, - e  perché mai il conta secondi va così veloce, senza mai fermarsi, girando in cerchio, come i cavalli della giostra? Era  quello un mattino luminoso e il sole lambiva il suo inseparabile cappello di feltro, che portava sul capo, a cui era  tanto affezionato. A chi gli chiedeva perché proprio quel cappello rispondeva ogni volta: - Per proteggermi la testa. Artur era educato e ad una domanda bisogna pur dare una risposta. Certo, era una risposta banale, lo sapeva  benissimo, ma era intonata alla domanda anch'essa banale. Dentro di sé conosceva bene quale fosse il vero significato di quel cappello, faceva ormai parte della sua persona come anche la folta barba e l'orologio da tasca ereditato dal nonno. - Buon giorno signor Artur - lo salutò al suo passaggio l'erbivendola della bottega all'angolo.  Artur rispose con uno stringato “ 'giorno ” ma volgendole il capo in atto di riguardo. Era un uomo di poche parole, le  contava come fossero rubini. Avrebbe voluto fermarsi, almeno un istante, per scambiare due chiacchiere con quella cordialità che gli sarebbe piaciuto manifestare, ma che sentiva di non dover sempre esternare per discrezione. Il  grande quadrante dell'Orologio della piazza segnava le nove. Artur era sempre puntuale, non poteva essere diversamente. Il tempo scandiva la sua vita, e come al ritmo dei secondi andava il suo passo, cosi i battiti del suo  cuore. Giunse di fronte al suo negozio e dalla tasca della sua redingote tirò fuori la chiave che introdusse nella  toppa della serratura. Quattro giri e la porta si aprì. Un gesto automatico, consolidato nel tempo, che compiva ormai  da anni, anche a occhi chiusi, sei giorni su sette e mai di sabato, giorno del riposo. Aprì le imposte della vetrina e prese in rassegna, uno ad uno, gli orologi esposti. Controllava come da sempre, mattina dopo mattina, che  segnassero la stessa ora e scandissero gli stessi minuti. Ogni volta si aspettava che le ore, non tutte,   coincidessero e che i minuti, non tutti, si fermassero anche solo per un attimo, il tempo di un istante, per poi   riprendere come se niente fosse stato. Solo così avrebbe percepito, nell'assenza, l'essenza del tempo così come le   cose più care si apprezzano nella loro pienezza quando ti mancano perché non le hai più. Quella mattina anche   Elisabeth Cavendish passò davanti al suo negozio per dare una sbirciatina frettolosa, in cerca di qualcosa di nuovo   che sapeva di non trovare. Nella vetrina, infatti, come in una esposizione permanente gli orologi, sempre gli stessi,   erano perfettamente in ordine e anche le lancette dei secondi battevano all'unisono, al ritmo di danza, percorrendo  uno dopo l'altro i piccoli spazi che li separavano, fino a completare il ciclo, per riprendere instancabili un nuovo  viaggio, da capo, senza sosta. Vestiva un abito verde malva, che le modellava il corpo dando risalto alla sua figura alta e snella, e sul capo un cappellino bianco, che portava con grazia ed eleganza. Artur da dietro la vetrina incrociò il suo sguardo e le fece cenno di entrare, la conosceva da quando era bambina. Elisabeth era stata alunna di Ester,  sua moglie, ai tempi delle scuole primarie e brillava sempre per la sua spontaneità, la sua curiosità e il suo  carattere solare, riusciva a far venire il buon umore a chiunque incontrasse, anche a lui. Artur era incuriosito da  quel ciondolo che teneva in mostra con discrezione, appeso al collo su una piccola catenella d'argento. - Un Cylindre Remontoir - si lasciò sfuggire a bassa voce e a labbra socchiuse mentre Elisabeth faceva ingresso nel suo  negozio. - Buongiorno signor Artur. La sua vetrina è un angolo di fiaba - disse. Si sentiva ogni volta catturata dal  luccichio dei tanti orologi esposti che la riportavano indietro nel tempo ai ricordi della sua infanzia. Nelle tarde sere  estive osservava il cielo e il tremule brillio delle stelle e sognava che qualcuna le cadesse accanto per poterla accogliere tra le mani, e custodirla in segreto come un prezioso gioiello. Artur non poté fare a meno di abbozzare   come un sorriso dietro quella sua voluminosa barba. Condivideva infatti il pensiero che gli orologi esposti in vetrina  fossero anche per lui dei gioielli preziosi, non per il valore materiale che avevano ma per ciò  che rappresentavano, erano infatti i testimoni dello scorrere inesorabile, sfuggente e inafferrabile del tempo. 

Nascondeva tuttavia a sé stesso che quel tempo che desiderava afferrare, altro non era che il movimento delle  lancette dei suoi orologi.

Elisabeth gli mostrò il ciondolo che teneva al collo. - É un ricordo della nonna, ma ormai non segna più le ore -  disse. Aveva la cassa sul retro incisa a motivi floreali e internamente la scritta Cylindre Remontoir 10 rubis. Il  quadrante era in porcellana bianca, con le lancette ferme alle ore dieci. Anche gli orologi esposti in vetrina segnavano in quell'istante le ore dieci. - Quest'orologio segna sempre l'ora esatta due volte al giorno - disse Elisabeth, facendo una smorfia che Artur non comprese all'istante. Era tutto assorto nell'ammirare quel piccolo  prodigio in miniatura. - Dieci rubini - pensò ad alta voce. Gli venne in mente la scala della durezza di Mohs, il rubino  era la più nobile varietà cristallina del corindone, più duro di lui solo il diamante. Artur padroneggiava a tal  punto la propria arte da riuscire a dedicare l'attenzione a quei particolari che solo i maestri colgono. La ruota di  centro, quella dei minuti, era bloccata da una pietra fuori sede, occorreva riattivare il treno del tempo. - Il ruotismo  ora è a posto - disse, rivolgendole lo sguardo, dopo aver rialloggiato correttamente il rubino nella sua sede. Caricò  quindi la molla a spirale avvitando fino in fondo la corona, e d'incanto il bilanciere riprese a pulsare, regolare come  il battito del cuore, con la sua tipica frequenza di diciottomila alternanze per ora. L'orologio della piazza, intanto,  scandiva undici rintocchi e anche il Remontoir di Elisabeth segnava le ore undici.

Artur quel pomeriggio decise di uscire per le vie del centro. In fondo alla piazza si erigeva maestosa la Tour de  l'Horloge, che col suo ampio arco ribassato dava accesso al quartiere antico. In alto campeggiava il grande  quadrante con le ore segnate in caratteri romani, da 1 a 24. Conosceva bene quel meccanismo. Ne era affascinato  per l'armonia dell'insieme e la completa simmetria del ruotismo: le monotone e gravi oscillazioni del pendolo   davano vita al movimento alternante del bilanciere in un va e vieni che scandiva il tempo. Si diresse quindi verso  Rue des Jacobins e imboccò le strette vie col pavé in porfido, dai disegni ad arco, tra le case a graticcio a due piani,  dalle travi a vista, con gli elementi verticali e obliqui delle facciate come le croci di Sant'Andrea.

“Chez Jacques - Le livre ouvert ” era una libreria che non poteva passare inosservata per la sua ampia vetrina,  disposta ad angolo tra Rue des Jacobins et Rue Jeanne d'Arc. In esposizione e bene in vista un romanzo di  Alphonse Daudet: Le petit chose. Histoire d'un enfant.

Era un'edizione della libreria Hachette, arricchita da numerose stampe e rilegata con copertina rigida. Il libro era  aperto alla pagina 33: Le professeur. jamais il ne m’appela par mon nom; il disait toujours:«Hé! vous, là-bas, le petit  Chose!». Gli balzò in mente con emozione il piccolo Daniel, e la suainfanzia improvvisamente interrotta dalla   gestione fallimentare della fabbrica di suo padre, tessitore e commerciante in sete. Lo immaginava ancora lì,  quando dimenticò il suo pappagallo sul ponte del battello che lo portava con la sua famiglia a Lione, da emigrato. E lo rivedeva con la mente, ancor prima, giocare col suo perroquet regalatogli dallo zio Battista, quando  s'immedesimava in Robinson Crusoe e faceva della fabbrica la sua isola. Con il suo pappagallo Daniel aveva ormai  perso anche la sua infanzia, pensò Artur, e si sentì perso in un universo di tenerezza e di tristezza. Alla vista di  Artur, Jacques si fece avanti e gli diede il benvenuto per metterlo a suo agio. Già si domandava a chissà quali  argomenti potesse essere interessato, certamente riguardanti la cultura ebraica, pensava, o forse alle poesie di  Else Lasker Schuler, da cui Jacques era particolarmente attratto. Era affascinato dal suo modo di esprimere la  realtà con gli occhi dell'anima in un fiume impetuoso d'ispirazione, come un mare senza riva. - Avete per caso un libro sui Pirenei? - chiese senza preamboli Artur. Questo modo conciso di domandare faceva parte del suo   carattere. Jacques non diede a vedere di essere sorpreso e neppure deluso per tale richiesta inaspettata, anzi  mostrò grande naturalezza, come se fosse più che logico che Artur potesse essere interessato ai Pirenei. - Ho   proprio un libro che sicuramente soddisfa la sua richiesta, Voyage aux Pyrenées, è una ristampa anastatica di   un'edizione del 1860. L'autore è Hippolyte Taine, filosofo e teorico del naturalismo, la corrente letteraria di Emile   Zola. - disse Jacques. Era sempre così, preparato e all'altezza della situazione. Coi lettori amava parlare,   desiderava entrare subito in sintonia con loro, conoscere i loro pensieri e discutere sui libri che acquistavano.  Mentre Jacques parlava, Artur era assorto nei suoi pensieri. - Voyage aux Pyrénées - farfugliava a bassa voce,  come se ne fosse irresistibilmente attratto. Aprì il libro a caso. La sua attenzione cadde su una riga quasi a fine pagina “On voyage pour changer, non de lieu, mais d’idées”. Rimase colpito da questa frase che lo invitava a riflettere sul proprio modo di interagire con gli altri, a cambiare la prospettiva, la scelta del punto di vista, a  relazionarsi sotto un'altra visione del mondo, insomma a cambiare cappello. Jacques intanto smise di parlare, e   osservava Artur cercando di stabilire con lui un contatto, di incrociare almeno il suo sguardo, prima ancora di  omunicare con le parole. Ci fu una pausa di silenzio, Artur distolse per un attimo la vista dalla copertina e   rivolgendosi a Jacques disse: - E' un libro antico, un viaggio nei Pirenei. - manifestando, con l'espressione del volto   e un delicato gesto della mano destra col palmo aperto verso l'alto, di essere sorpreso e allo stesso tempo  incuriosito. Jacques con un rassicurante sorriso elogiò la preziosità del libro, poi aggiunse: - Sui libri c'è il pensiero   di chi scrive ma sopratutto, e spesso questo avviene nei romanzi, entra ingioco l'empatia, quell'alchimia   misteriosa, paradossale e magica che ci fa trovare immersi nella vita di un altro, immaginata da una terza persona  che scrive il racconto e che non conosciamo. Artur rimase senza parole, non aveva mai riflettuto fino allora su  quell'alchimia misteriosa di cui parlava Jacques e ammise di condividere quanto diceva.- Dovrò venire più spesso    nella vostra libreria - disse, prima di salutarlo. Di rientro a casa udì sulla grande piazza le esibizioni della bandamusicale cittadina e ne fu attratto per le armonie briose del flauto e gli acuti del clarinetto. Le note vibravano  nell'aria al ritmo delle percussioni, rincorrendosi rapidamente fino al parossismo, in una continua fuga senza sosta,  fino all'ultimo respiro. Conosceva a memoria il movimento finale della sonata numero 11 in La maggiore.Mozart lo affascinava sempre, ma non esternava ciò che provava, i suoi sentimenti rimanevano custoditi  come all'interno di uno scrigno; tenere sempre la riservatezza era il solito ritornello che gli affiorava in mente. La  passione per Mozart gliel'aveva trasmessa Ester, che aveva conosciuto tanto tempo prima in occasione del Sukkot,  la festa delle capanne. Tutto cominciò quel giorno in cui la vide per la prima volta e ne fu subito catturato, dal suo sguardo, dal suo raccolto e gentile portamento e dal suo sorriso. Si sentì in quel momento avvolto improvvisamente come in un'atmosfera d'incantamento, un'aria magica dove tutto è possibile. Si giurarono amore  eterno. Ma Ester, ormai, non era più con lui. Ne aveva conservato vivo il ricordo, del suo volto, dei suoi capelli argentati e dei suoi occhi espressivi. Ester l'aveva lasciato due anni prima, una sera d'inverno mentre, sedutagli  accanto, stringeva la sua mano davanti al calore del camino acceso. Il vento del Nord se la portò via per sempre nel  cielo stellato. Un lungo applauso di ovazione finale lo riportò alla realtà. Artur si alzò, fece un cenno di saluto a   chi gli stava accanto e si diresse verso casa. Lungo il viale si fermò da Miryam, la verduraia del negozio all'angolo,   che non si accorse sul momento della sua presenza perché intenta a riordinare il banco della frutta. Artur attese  con discrezione che terminasse il suo lavoro. Ne osservava i delicati movimenti delle mani con cui rimuoveva e riposizionava le mele, per dar risalto ora alle tonalità rosse, ora a quelle gialle, misurandone con lo sguardo la  dimensione, interpretandone la forma e disponendole come fossero pezzi di un puzzle colorato. Artur era   affascinato dai colori. Il giallo dominava su tutti gli altri. Gli vennero in mente i paesaggi olandesi di Vermeer e quel  petit pan de mur jaune della veduta di Delft. - Ecco le sue mele - disse la verduraia consegnandogli la busta della  spesa, sapeva che quelle gialle erano le sue preferite. Artur sorrise, pagò ciò che aveva acquistato e salutò facendo  cenno come di levarsi il cappello. Era ormai buio e prima di varcare l'uscio di casa volse lo sguardo in alto, verso il cielo. Era un gesto che gli era consueto ormai da anni. In quel momento si sentiva come uno di quei desiderantes  della Gallia di Cesare, che in attesa dei compagni non ancora rientrati dal campo di battaglia, stavano seduti sotto   la volta celeste a scrutare le stelle. Come loro, anche Artur dalle stelle attendeva un segnale. Il desiderio della propria stella custodiva la sua speranza. 

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PREMIO "GIUSEPPE MOSCATI"  2019

             

Roberto CURATOLO (di Milano)

               

per il racconto dal titolo:

             

La speranza 

 

Motivazione:

"Votarsi agli altri. Uno specchio per riflettersi nella nostra era di narcisismi, non per vedere noi stessi ma tutti quelli che hanno bisogno di noi."


Non c’è dubbio, non sono mai stato un allegrone, nemmeno da ragazzo. Al liceo mi ero così appassionato alle poesie di Leopardi che i compagni mi avevano soprannominato Giacomino. Ma non era un riconoscimento di cui potessi farmi vanto: per loro era solo una sottolineatura di quella mia malinconia, di quel mio starmene in disparte. E le ragazze, beh, consideravano molto positivamente la mia sensibilità, ma alla fine tiravano fuori la storia di quanto per loro fosse importante trovare un fidanzato che, prima di ogni altra cosa, le facesse divertire, le facesse sganasciare dalle risate.
Cose da ragazzi, certo; cose che però in quegli anni pesano come macigni. Ma poi cambi: il giudizio del gruppo, del branco, va scemando d’importanza, si affermano altri valori e ti proietti nel futuro professionale e al diavolo quei compagni che spesso ti hanno emarginato o addirittura fatto soffrire.
Beh, però, con una sensibilità così vibrante, con quella vena malinconica che non mi ha mai del tutto abbandonato, con quella complessa relazione con il senso ultimo della vita e con quella irrisolta considerazione della morte, proprio l’oncologo dovevo scegliere come professione? Proprio per la specializzazione medica più a contatto con la morte dovevo optare? E non mi venite a raccontare la panzana che a tutto fai il callo; che tutto diventa routine, abitudine, quotidianità! Fesserie! Balle! Stateci voi per trent’anni a contatto con teste glabre, con dolori irriducibili, con occhi disperati braccati dalla morte, con parenti alla continua ricerca di una fioca speranza, con inesorabili ingressi in quello stato soporoso che precede l’exitus.
Oh Dio, già sento i rimbrotti di tanti luminari, le rampogne del mio stesso primario, le tirate d’orecchi di molti operatori, in grado di contestarmi correttamente gli enormi passi in avanti operati dalla ricerca in questi ultimi decenni, la necessità di trasmettere positività al paziente e ai suoi parenti, le statistiche con numeri di guarigioni in costante aumento. Beh, volete che non lo sappia? Sono uno che si aggiorna, che studia, che partecipa a ricerche sul campo! E basta con questa storia della mia malinconia! Chi non è talvolta malinconico? Solo un idiota giulivo! Malinconia non significa pessimismo ed io, vi assicuro, non sono affatto un pessimista. Tutt’altro! Dico solo che è difficile vivere un’intera vita di lavoro a stretto contatto con la malattia e molto spesso con la morte. Tutto qua! E, a mio avviso, chiunque svolga con passione e impegno il proprio lavoro di oncologo, non può che concordare con me.
Qualche anno fa il mio reparto ha costituito una struttura che si occupa anche dell’assistenza domiciliare ai pazienti più gravi, sì, insomma, quelli per cui ci sono pochissime speranze. Cercavano chi fosse disponibile a dedicare alcune ore del proprio lavoro a questa attività. La totalità dei colleghi si è fatta da parte, ha storto il naso, ha argomentato sull’importanza prioritaria dello stare in corsia. Io, invece, ho aderito immediatamente. Mi ha subito entusiasmato l’idea di avere quotidianamente tanti diversi luoghi di lavoro. Mi incuriosiva tantissimo l’idea di entrare nelle case e, proprio attraverso ciò che in quelle case trovavo, figurarmi la storia dei pazienti. La storia umana, intendo, dato che quella sanitaria ci era già nota. Stando in reparto, ci occupiamo solo di approfondire la vicenda sanitaria dei degenti. Io volevo conoscere la loro storia a 360 gradi. Mi eccitava l’idea di entrare in un diverso e più completo contatto con loro.
Accettai dunque, e con entusiasmo.
Perini, mio collega ed amico, commentò: “Sei proprio matto! Un conto è se il primario ti obbliga. Se, di fronte alla tua resistenza, ti fa l’ordine di servizio. Se si decide di sorteggiare e sfortuna vuole che, tra tutti, esca proprio il tuo nome. Ma farsi avanti spontaneamente, dai! Sono cose che è meglio lasciar fare agli ultimi arrivati, ai novellini. Ma sai cosa vuol dire? Lo sai? Girare come una trottola per la città. Non trovare mai parcheggio. Prendere le multe e poi l’amministrazione ospedaliera non te le paga perché ti dice che hai sbagliato tu a posteggiare nel posto inadeguato. Avere quasi quotidianamente i parenti alle costole che ti pongono mille domande e vogliono conoscere minuto per minuto il futuro del loro congiunto. Ascoltare almeno due volte la settimana le litanie del paziente che ne ha una nuova ogni volta che lo visiti. E in cambio? E in cambio cosa te ne viene? Economicamente nulla perché è orario di servizio. Soddisfazioni professionali? Non parliamone, perché se non diventi Padre Pio o qualcuno che fa miracoli, sei e resti un incapace. Soddisfazioni personali? Beh, forse, conoscendoti, quello è l’unico aspetto che ti può gratificare. C’hai sempre tenuto a immolarti sull’altare della dedizione al prossimo, della missione umanitaria. Dai, pensaci bene, che se accetti, poi è difficile tornare indietro!”
“Ho già accettato, Perini. Grazie dei consigli e della tua attenzione verso questo tuo vecchio amico stolto. Ma io ho già accettato.”
Così ho cominciato a girare per la città. A frequentare i quartieri ricchi e quelli poveri. Le case belle e le case brutte. Quelle con l’ascensore e quelle senza. I pazienti gentili e quelli pretenziosi. Quelli rassegnati e quelli rabbiosi. I parenti educati e quelli arroganti. I vigili comprensivi e quelli inflessibili.
Era come avevo immaginato. Entrare nelle case, intendo. Guardarsi appena intorno, ma già capire qualcosa. Verificare che quella signora, che quel signore che avevi conosciuto in reparto, non erano solo persone ma intere vite. Osservare un armadio, un tappeto, le piastrelle del bagno, il colore dell’asciugamani, la consunzione del parquet, la testiera del letto, il tipo di lenzuola, la mantovana delle tende, il legno della cassettiera, il sapore del caffè, la porcellana della tazzina, la stretta di mano del parente, e già capire molto di più di quel malato, di quella malata.
Ognuno ha una storia che è impressa, oltre che nelle sue carni, anche nei particolari della casa. E di ognuno serbo sensazioni, emozioni, dialoghi.
Ma chi mi resta impressa più di tutti è la signora Cesarina.
Aveva circa settant’anni e da una dozzina era cominciata la sua lotta contro il cancro. La prima volta che la vidi in reparto era ancora una donna fiorente, spaventata sì da quanto l’attendeva, ma con la capacità di mantenere un sorriso non di facciata e con la determinazione di affrontare a viso aperto e a testa alta la battaglia. Si lamentò con me per l’aspetto che aveva la cicatrice della sua mastectomia. “Ho quasi sessant’anni, d’accordo, ma una donna resta una donna per sempre, anche quando gli altri la considerano vecchia. Bisogna stare più attenti. Sì, lo so che l’importante è togliere tutto, l’importante è salvare la pelle e non l’estetica, ma bisogna cercare di fare il possibile per non ammazzarla di tristezza, una donna.”
Ed era vero, accidenti, il chirurgo non era andato tanto per il sottile, aveva puntato al bersaglio grosso e non si era preoccupato minimamente del dettaglio – così lo aveva definito quando gli domandai del perché di quello sfregio – della componente estetica. “Era brutto, bruttissimo il tumore. Aggressivo. Invasivo. Ho visto che i linfonodi erano tutti presi. E infatti l’istologia l’ha poi confermato. Cos’era importante secondo te? Che stessi lì a ricamare o che cercassi di far piazza pulita?” Assentii, pensieroso. “Certo, figurati, conta il risultato finale…”
Ma in cuor mio ritenni che avrebbe potuto far meglio e che la Cesarina non sbagliasse a lamentarsi. “E non pensi che sia una vanitosa, dottore! E’ un bel pezzo che ho smesso di pensare di piacere a qualcuno. E’ per me, solo per me, glielo giuro!”
Era proprio brutto quel tumore e non le ha dato tregua per tutti quegli anni. In quei dodici anni Cesarina si è sottoposta ad ogni genere di cura. Quattro interventi per recidive locali, tre cicli di radioterapia, ogni tipo di chemioterapia. Sempre la prima ad aderire ad un nuovo protocollo, sempre traboccante di speranza, sempre disponibile ad ogni proposta di terapia innovativa.
“Io mi fido di voi. Sono sicura che scegliete il meglio per me. Desidero che mi spieghiate, ma solo perché voglio capire, voglio partecipare. Non perché metta in dubbio. Mi avete portato avanti per tutti questi anni, volete che non mi fidi di voi?”
Sì, Cesarina era la paziente perfetta. Non ha mai saltato un appuntamento e non si è mai presentata in ritardo. Una volta spiegatole il programma terapeutico non faceva più domande fino al termine. Confidente, con quel perenne sorriso che le illuminava il viso e quella sua pelle di porcellana senza quasi una ruga pur senza un filo di trucco.
Eppure non guariva mai. Le cento tac, pet, risonanze, radiografie, scintigrafie, erano a lì a documentare che quelle metastasi non se ne andavano mai del tutto. Il ciclo di chemio le riduceva ma non le eliminava. E, poco dopo, quelle ritornavano alla carica. Soprattutto quella massa ascellare, quella confluenza di linfonodi malati che lentamente ma inesorabilmente crescevano di volume.
Aveva resistito come nessun altro dei miei pazienti, aveva presidiato con incredibile fermezza la sua personale trincea contro il male. Senza mai un apparente cedimento psicologico, senza che mai le notizie della mancata definitiva guarigione la affliggessero più di qualche istante. Come quei pugili che traballano sotto i colpi micidiali dell’avversario ma non vanno mai al tappeto, anzi appena dopo l’uragano di mazzate riorganizzano rapidamente la difesa e accennano persino a qualche mossa di contrattacco.
Quando la massa ascellare bloccò quasi del tutto la circolazione linfatica, il braccio cominciò a gonfiarsi e, nel giro di un paio di mesi divenne un’enorme salsiccia in cui la pelle, tesa allo spasimo, cominciava qua e là a spaccarsi e a fiorire di infiammazioni e di sanguinamenti.
“Dottore, che mi dice di questo braccio? Mi pesa e mi fa tanto male. Prima o poi si sgonfierà, vero?”
Accennai ad un incerto sorriso. No, non sono della scuola americana, non ce l’ho mai fatta a dire in faccia la verità. Nella mia carriera mi sono sempre ricordato di un episodio che accadde quando ero un semplice tirocinante non ancora laureato. Seguivo nel giro in corsia un vecchio dottore (o, almeno, a me allora pareva vecchio) che ad ogni letto descriveva al codazzo di giovani colleghi le condizioni del paziente. Fermatosi dinanzi ad una donna malata di leucemia, non esitò a esplicitare la diagnosi e a far comprendere agli astanti l’assenza di speranze di guarigione (erano altri tempi e le terapie non erano quelle di oggi). Ricordo gli occhi della donna che si riempirono di lacrime. Con un fil di voce, riuscì a dire: “Ma allora, professore, sono condannata?” E lui, di rimando: “Noi facciamo il possibile, signora, i miracoli no”.
Mentre ci allontanavamo dal letto della paziente e ci avviavamo verso un’altra stanza, io, nonostante la mia timidezza, riuscii a sillabare: “Scusi, ma io non sono d’accordo.” Il professore si girò di scatto e mi apostrofò: “Non sei d’accordo con cosa?” “Col trattare così i pazienti” “Senti, senti il novellino. Ancora non sei laureato e già vuoi dare lezioni! Chi ti credi di essere?” “Nessuno, proprio nessuno, ma a mio avviso la speranza non va mai negata” “Senti un po’, ragazzino presuntuoso, sappi che io non indoro la pillola; io non racconto balle! Vai a fare il contestatore altrove. Non farti più vedere nel mio reparto!”
E difatti non vi misi più piede.
“Allora, dottore, si sgonfierà?
“Ce la stiamo mettendo tutta, signora Cesarina. Lei continui a impegnarsi, faccia ginnastica con la pallina.”
Mi piaceva la sua casa. Nonostante da più di un mese non riuscisse a lasciare il letto, l’appartamento sembrava sempre in ordine e trasmetteva un’idea di serenità.
“Che bella la sua casa Cesarina! Si vede la sua mano!”
“Grazie, dottore. Beh, sì, prima di acquistare ogni oggetto che c’è qua dentro, ho sempre riflettuto in modo che potesse essere in sintonia con me, con i miei cari e anche con chi veniva a trovarmi. Sono contenta che le piaccia. Ma il braccio, dottore, il braccio non va giù. E non ho forza, sono completamente senza forze. Non è proprio da me, dottore, ma voglio stare solo a letto. E ho male. Più del solito.”
“Adesso le lascio qualche pastiglia per tenersi un po’ su e per il dolore le metto un cerotto che la aiuterà.”
“Dottore, mi sa che questa volta la sto perdendo la battaglia…”
Gli occhi sembravano aver smarrito quei formidabili lampi di luce che erano soliti emettere. Sembravano come opacati da un velo di impotenza.
“E’ una battaglia, Cesarina. Non è la guerra, quella la vincerà di sicuro.”
Due notti dopo Cesarina si spense nel sonno. Sapevo che era alla fine, ma ci soffrii tanto, come se fossi impreparato alla sua morte.
Ma ora, quando penso a lei, mi si riaccende la voglia di stare vicino a chi soffre. E se penso a lei, riesco a dare un senso a tutta una vita professionale trascorsa convivendo col dolore.

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MENZIONI

​Marco Bottoni (di Castelmassa - RO)

 

Motivazioni:

 

"La rassegnazione di una vita professionale votata al sacrifici, diventa riscatto di fronte a un nome simbolo: è un Ultimo che diventa Primo."

ULTIMO

Oggi, mattina.

Sveglia, doccia, caffè.

Previsioni valevoli per le prossime ventiquattr’ore: tossi sparse, temperature in aumento, intestini mossi, localmente molto mossi.

Prima di andare all’ambulatorio, come di regola, un salto in RSA, a leggere il rapporto-consegna della notte.

Questo, almeno, nelle intenzioni.

Senonché.

“Sono molto preoccupata, Dottore… ha avuto febbre alta tutta la notte…” già, il telefono.

“Sì, anche molta tosse, e un forte mal di testa.” come dicono alla TV: il telefono, la tua croce.

“Per gentilezza, potrebbe venire a visitarlo?”

Per gentilezza, sì, e soprattutto per quel tanto della mia professionalità che noiosa routine e obblighi burocratici assurdi non sono ancora riusciti a seppellire del tutto, quell’occhio clinico che fa riconoscere, dietro un sintomo comune qualcosa di forse più serio, comunque meritevole dell’intervento del mio orecchio, della mia mano, del mio sguardo.

“Magari, se riesce a passare prima di andare all’ambulatorio…”

Prima di “ prima” cosa fa: “prima al quadrato?”

In ogni modo “sì, d’accordo. Arrivo” perché, comunque sia, nell’aritmetica dell’assistenza i conti devono tornare.

 

Oggi, mattina.

Le visite sono diventate due “Già che è qui, Dottore…” 

Già, il vicino di casa ha avuto la febbre alta anche lui.

Parcheggio, secondo caffè.

Informazioni sul traffico: causa ritardi dovuti al moltiplicarsi delle visite e in conseguenza del grande afflusso di pazienti, lunghe code in sala d’attesa. Si raccomanda la calma, la situazione dovrebbe normalizzarsi entro la tarda mattinata.

“Avanti, prego!”

“Dottore, sono venuto per farmi ordinare le pastiglie, perché le ho terminate.”

“Quali pastiglie, dice?”

“Quelle bianche.”

“Sì, ma … quelle bianche  quali?”

“Quelle che mi ha ordinato lei!”

Ah, beh, allora… se gliele ho ordinate io…

E poi occhi, orecchie, nasi e pance di persone; pressioni arteriose alte (perché mai 160/90 è troppo alta?) o pressioni arteriose basse (siamo sicuri che 110/70 non è troppo bassa?).

A volte, anche pressioni arteriose giuste .

“Come sarebbe a dire 125/70 è giusta? Anche ieri mi ha detto che era giusta, eppure avevo 130/80!”

 

Oggi, tarda mattinata.

Contrariamente alle previsioni, la situazione non si è normalizzata, permangono lunghe code in ambulatorio.

Prescrizioni, altre pressioni, radiografie.

Esami ematici: già “gli esami, non finiscono mai”.

Per il persistere di alti livelli ematici di colesterolo e il contemporaneo manifestarsi di diversi fattori di rischio, possibili fenomeni cardiovascolari anche a basse quote.

 “Lei dovrebbe calare di peso.”

“Non posso.”

“E, soprattutto, smettere di fumare.”

“Ci ho provato ma non ci riesco.”

“…perché, nel suo caso, c’è un alto rischio…”

“Allora, cosa mi prescrive?”

 

Oggi, fine mattina.

Sulla via di casa mi segue il riecheggiare di quaranta voci, il ricordo di quaranta volti scrutati e indagati e, insieme, quello dei loro padroni, tornati ognuno alla propria vita.

Ognuno portandosi dietro un pezzetto di me.

Per quel tanto o quel poco di professionalità che la noiosa routine quotidiana e l’incombere di obblighi burocratici assurdi non sono ancora riusciti a seppellire del tutto, uno di loro (no, Dottore, niente di che…solo qualche brontolio di pancia, ogni tanto; sarà colite… non sarà esagerato fare una colonscopia? Piuttosto, mi prescriva qualcosa per la stitichezza) uno di loro, forse, se la caverà.

 

Pranzo, terzo caffè.

Ed ora, i programmi per il primo pomeriggio: prima del ritorno in RSA, e delle visite domiciliari programmate, alle 14,30 pennichella (corta), a seguire il terzo capitolo di “La casa del sonno” di Johnatan Coe. Nell’intervallo replica del “mito della caverna”, di Platone.

Già, il figliuolo è alla terza Liceo.

Senonché.

 

Causa l’improvviso manifestarsi di difficoltà respiratorie in un degente della RSA i programmi potranno subire qualche variazione.

Platone, forse lo facciamo nel tardo pomeriggio.

Subito, cortisone e diuretici, in vena.

Ossigeno, quattro litri al minuto.

Tenete d’occhio la diuresi e la saturazione, io torno a controllarlo fra un’ora.

 

Oggi, pomeriggio.

Quarto caffè.

La strada è tutta curve, la casa è quella bassa, con l’aia davanti.

 

Sta morendo.

 

Vado da lui (è già la terza volta, oggi) ed il grano biondeggia nei campi, ai lati della strada stretta e tutte curve, grano già quasi maturo, con le spighe che proprio in questi giorni stanno virando di colore.

E' già quasi estate.

Lui è pallido e scarno, continuamente immerso in un sudore gelido, gli occhi incassati dentro due caverne scure, si muove molto poco, si sente che respira male.

“È già passata l’infermiera dell’assistenza domiciliare per la medicazione, ha anche sostituito il catetere. ”

Polso, respiro, temperatura.

Pressione.

“Gli faccio una iniezione adesso. Un’altra può farla prima di notte”

 

Sta morendo.                                                

Nei campi, il tappeto di velluto del grano  già alto porta le impronte di un recente temporale, strisce di spighe schiacciate giù dal vento, segni come li lascerebbe un orso che si rotola, per gioco, sopra la neve fresca.

Sembra così, visto dall'alto della strada sopra l'argine.

Ma questo, è solo un mio punto di vista.

Qualcosa (forse un'emorragia interna o la trombosi di una grossa vena, forse un infarto intestinale o un'embolia, chissà) qualcosa se lo sta portando via.

Così come accade per tutte le vere malattie, compresa la Vita, anche questa, qualsiasi essa sia, è giunta, finalmente, al suo gorgo.

L'acqua quando abbandona il lavandino, una volta tolto il tappo, se ne va tutta via allo stesso modo, a velocità costante, coi tempi e i ritmi dello stesso flusso: ma quando resta poca e si gira e si attorciglia su se stessa e forma il gorgo, pare che vada via più in fretta.

In realtà, non esce più veloce: è solo l'ultima, e pare che fugga via

E' proprio in questo modo che sta morendo lui.

 

Mi trovo a domandarmi cosa lo sta portando via.

Di cosa sta morendo?

Da quanto sta morendo?

Quando si è fatto questo embolo, o questo chissà cosa?

E quanti mesi sono che si porta dentro il cancro?

Da quanti anni è vecchio?

Da quanto tempo ha addosso questa malattia, la Vita?

 

Soffre molto, si vede, ma di una sofferenza quieta, esangue e senza ormai più forza.

"Soffre molto?"

E' quasi sempre questa la domanda che mi sento fare, da tutti.

Come se in questi passi, gli ultimi, ci fosse solo questo da temere, di avere male.

Ma cosa so di lui, di cosa soffre, se quello di cui soffre è solo il tanto o il poco che gli fa dolore il corpo.

Cosa ne so.

Respiro grosso, gemiti, tensione muscolare, dilatazione pupillare, spasmi, io vedo solo questo, soltanto questi segni, e faccio un conto, a spanne, del dolore.

Che può avere.

Ma questo, è solo un mio punto di vista.

Un computo approssimativo di quello che può risparmiargli, se mai, una fiala (un'altra) di morfina.

E poi?

Finire, risolversi, andare via senza voltarsi indietro più, nemmeno per un colpo d'occhio ai campi seminati a grano, quanto gli fa dolore questo?

La Donna che è con lui gli sta vicino (ora capisco ciò che è stato scritto allora) "ai piedi della

Croce".

Ferma com'è,  questa vecchia mezzo paralizzata su una sedia, mani piegate in quattro dall'artrite ed un tremore fine in tutto il corpo, sembra sia stata messa lì a far da contraltare a tutto il mio furioso affaccendarmi.

Seduta ormai da ore, da giorni accanto a lui che muore, lei partecipa di lui, del suo morire, molto di più di quanto riesca a fare io, con tutto il mio palpare e misurare e pungere e contare e fare strani riti (e vani) con sostanze.

Lo fa allo stesso modo (me ne rendo conto fisicamente, come fosse pioggia che mi cade addosso o vento che mi soffia contro) di come ha partecipato, per anni, della sua vita: semplicemente, lei lo guarda.

Lo guarda dentro il letto basso, sempre più fermo, sempre più pallido e emaciato, guarda i suoi occhi persi dentro due caverne nere, le gocce di sudore freddo che gli imperlano la fronte, guarda il singulto che interrompe ormai sempre più spesso il suo respiro.

Lo guarda, e non vede di lui ciò che sto vedendo io: il suo, non è un punto di vista.

Molto, molto di più di quanto appaia, è la sua vita che lei ha dentro gli occhi, la stessa vita che ha avuto dentro per tutto questo tempo di anni e di respiri, unico abbraccio senza tempo all'Essere

di lui.

Lo guarderà così, di questo stesso sguardo durante tutta questa notte, dopo che io (è già la terza volta oggi) sarò fuggito via.

Il sole del tramonto ingigantisce sopra l'orizzonte, (forse perché gli strati bassi di atmosfera filtrano in un certo modo i raggi, forse perché è davvero più vicino all'uomo, quando va a morire) mentre io torno indietro un'altra volta, e incendia un po' di fiume ad occidente, qui, davanti agli occhi miei.  Dopo il tramonto, per me sarà soltanto notte; per lei comincerà La Notte.

Sarà una notte lunga.

Minuti da contare come ore, centellinati a distillare il tempo fra un respiro e l'altro, tempo che impiega ad asciugarsi un altro panno intriso di sudore, tempo che manca al realizzarsi del miraggio di un'altra fiala di morfina.

Tempo da calcolare tra un lamento e l'altro, tra un accesso e l'altro di una tosse sempre più affannata e stanca.

Addapassà 'a nuttata.

 

"Lascio il telefono acceso. Se c'è bisogno, chiama”

C'è qualcosa di insolito nell'orizzonte aperto di campi seminati e prati in fiore che mi gira intorno, per le curve che faccio in questa strada stretta.

Una profondità diversa, come se tutto quanto, case, alberi, colline, come se tutto ciò che si offre alla mia vista sulla campagna piatta, fosse come in rilievo ad un attimo da me, vicino alla mia vista e alla mia mano.

A portata di vita.

Come se tutto questo paesaggio e i suoi spessori, i suoi rilievi e me compreso, dentro, fossimo tutto "uno", ed una sola cosa.

Bellissimo, per tutto il tempo che potrà durare ancora il sole.

Dopo, sarà la notte.

 

Chissà perché l'ho detto.

"Lascio il telefono acceso, stanotte".

Anche se fosse, anche se mi chiamasse indietro ancora (la quarta volta ormai, per oggi), so bene che non potrei fare nulla, e che la mia presenza non cambierebbe di una virgola le cose, per come si son messe.

Eppure.

A volte può far bene togliersi via dagli occhi tanta luce, tanta profondità di campo e di colore azzurro e verde e giallo e rosso.

Ha fatto bene a me.

Fermo con gli occhi chiusi, a un lato della strada, torno un momento là, dentro la casa con il lettuccio basso dentro e dentro il letto lui. Vicino a lui, seduta sulla sua sedia dentro il suo tremore, lei con le mani secche e rigide di artrite.

C'è qualcosa che mi è sfuggito dentro quella casa, come un particolare minimo e importante, la soluzione semplice e introvabile che hai sotto gli occhi e che non riconosci.

Che cosa, in quella stanza?

Un vecchio buttato su un lettuccio basso, lenzuola sporche e intrise di sudore, odore greve ed acido di urina, aria pesante ed alito di morte.

Dolore e male e angoscia e sofferenza, e senso d'impotenza a tappezzare i muri, a saturare il vuoto tra l'armadio e il letto, tra il vaso e la finestra.

Niente di cui valga la pena innamorarsi.

 

Eppure.

Se metto in moto adesso, e torno come sempre a casa, c'è di sicuro un posto auto ed un portone, la chiave da infilare nella toppa, qualcosa da mangiare, due passi, forse un cinema, due pagine da leggere, la notte, il giorno di domani da aspettare.

Se invece resto qui, se resto come e dove sono adesso, è tutto quanto "uno".

I campi coltivati, il sole, il tempo, il sonno, il vivere e il morire, il mio guardarmi attorno e avere dentro gli occhi ogni colore, ogni profondità, la forma, tutto.

Dentro il tramonto che si arrende al farsi avanti lento della sera, abbasso il finestrino e lascio entrare, con il caldo, un po' di odore di questa prima estate, fieno tagliato e polvere di strada.

 

Ritorno indietro (ed è la quarta volta oggi) e mi domando come sia che è stato scelto proprio questo vecchio per trascinarmi al passo, della mia esistenza, che ho atteso tanto tempo di varcare.

Lui, in fondo, non è poi così diverso da tanti altri che, in tutti questi anni ho visto andare via.

La vecchia abbandonata sulla sedia continua a fare ciò che ha sempre fatto, mani piegate in quattro dall'artrite e un fine tremolio per tutto il corpo: lo guarda.

Ormai non serve più che io mi affanni, come sempre, inoperoso e vano: ciò che non ho saputo vedere scrutando il suo respiro, il suo colore, il battere confuso del suo cuore, ora mi appare chiaro, la verità di lui che non avevo visto mai mi stringe forte il petto.

"Il suo nome?"

Anche la voce, in lei, sembra tremare ora, come la testa, come le mani rigide, piegate e deformate dall'artrite.

"Il nome suo, di lui?"

Il suo nome.

E' ancora tutto uno: l'odore dell'estate, fuori, il suo colore terreo dentro il letto, lo sguardo dì una donna sulla sua esistenza, i campi seminati a grano, il cancro, il giorno prima e quello dopo, il tempo.

E, questa volta, insieme a tutto quanto, sono uno anch'io.

 

"Ultimo.  E' così che si chiama, Ultimo".

 

E' proprio questo, in fondo, quello che sono venuto fino qui a cercare, e che ho trovato.

Il suo nome, ed il senso che se questa è la notte, è una con il giorno, come tutto è uno, a prescindere da quale sia il mio punto dì vista.

 

Oggi, notte.

 

“Buonanotte, cara.”

“Buonanotte, un bacio.”                                                                                           

“A domani.”

 

Da lui, non penso che avrò più bisogno di tornare.

 

Domani, mattina.

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Marino Ceci (di Terlizzi - BA)

 

Motivazioni:

"Racconto commovente, delicato e poetico, capace di mescolare il mondo fiabesco dei bambini con la denuncia legata all’attualità."

LA FIABA OLTRE LA FINESTRA


Due occhietti scuri e vivaci sbirciano con curiosità il mondo lì fuori. Su di loro, un ciuffo ribelle che ha lottato tutta la notte con il cuscino e ne è uscito vittorioso. Lui si chiede sempre cosa succeda oltre la porta della sua classe. Michele è un bimbo ipervivace e a scuola le maestre lo conoscono bene, “ù diavuicchie” (il diavoletto).
Oggi la maestra ha chiesto di disegnare la propria fiaba preferita. Michele scorazza tra i banchi irrequieto, destando l’ira dei suoi compagni presi dal disegno.
«Maestra, Michele mi ha rubato tre colori!» si ribella un bimbo con impeto.
La maestra rincorre Michele che scappa, sfugge e scivola via tra i banchi; lo ferma e gli sfila le mani dal grembiule, facendo cadere per terra il bottino che riempie le tasche.
«Michele! Perché hai rubato tutti questi colori?»
«Perché non ne ho… Papà i soldi che gli sono rimasti, li usa per fare mangiare me e mamma.»
La maestra lo tira per le orecchie e lo fa sedere. Sul banco solo un disegno abbozzato e due scatole di farmaci. Nella cartella poggiata ai piedi del banco, s’intravede una scatola di colori, tutta nuova. Michele non se n’è accorto. La maestra guarda le sue manine così piccole per essere ricoperte da così tanti colori, lo chiama fuori dall’aula e lo porta nel deposito. Prende un cofanetto di colori.
«Prendi questi. Sono usati, ma ti posso garantire che sono buoni… sennò nessuno li avrebbe usati.»
«Se erano buoni, nessuno li abbandonava qui.»
«Non sono stati abbandonati», la Maestra sospira, «erano di Mirco… ma poi, lui è partito».
«Chi è Mirco?»
«Te lo racconterò quando mi farai un bel disegno.»
La campanella suona e Maria, la mamma di Michele, arriva a prenderlo. «Com’è andata oggi, Maestra? Michele! a chi hai tolto questo astuccio?» chiede la mamma con aria apprensiva.
«Signora, è l’astuccio di un bimbo che è partito e mi aveva chiesto di usarli. L’ho regalato io a Michele. Domani mi porterà un bellissimo disegno. Me l’hai promesso!» dice la maestra al bimbo, che per vergogna, si nasconde dietro il braccio di mamma.
Michele e Maria si allontanano ed arrivano a casa. Lì, Michele colora in un angolino del tavolo, lingua da fuori per lo sforzo di precisione, mentre Maria riempie due piatti, il terzo resta vuoto.
«Non abbiamo bisogno dell’aiuto di nessuno! Devi tenerti la lingua tra i denti!» grida Maria concentrando tutta la sua rabbia nel dito puntato contro il nasino di Michele.
«Io non ho detto niente!»
«E perché ti hanno dato ‘sti colori?!»
«Perché ho dimenticati i miei.»
La mamma, offesa da quella bugia, si dirige verso la sua cartella, e Michele vi si fionda sopra, inizia a gridare, non vuole che la mamma gliela apra. Ma lei lo strattona via, fruga dentro e ne estrae i colori.
«E chìss c’ so’?!» (E questi cosa sono) Li getta sul tavolo.
Michele corre in camera sua. Dopo qualche minuto sua mamma grida dalla cucina «É pronto!» ma Michele continua a fissare la finestra. La mamma scosta la porta, sul cuscino un piccolo ciuffo che sporge, perché il resto vi è sprofondato. Si siede accanto a Michele che si volta dall’altra parte coprendosi col cuscino.
«Perché fai arrabbiare mamma? Ogni giorno le maestre si lamentano di te.»
«Non volevo usare i miei colori perché sono di Papà. E Papà lavorava per farci mangiare e per pagare le bollette… I colori costano troppo.»
La mamma abbraccia Michele e nasconde una sua lacrima col sorriso. «Tu non devi preoccuparti. Noi ce la facciamo. Ora vieni a mangiare, sennò non diventerai grande e forte come papà.»
«Ma papà non è forte. Mi aveva detto che sono io il suo supereroe preferito, perché sarò più forte di lui».
«É’ vero. Ma anche i supereroi fanno la pappa… ti aspetto in cucina.»
Col trascorrere dei giorni, Michele si assenta sempre più frequentemente in classe. L’aria è più tranquilla ma ogni volta che la campanella suona, la maestra Clara osserva il banco di Marco, coperto da 22 fogli colorati di “Bentornato”, tutti lì che attendono. Un giorno, Maria si ferma dinanzi la scuola di Michele. É una mattina di quelle in cui il sole si nasconde tra le foglie, ma perde sempre perché troppo luminoso. Anche Maria gioca a nascondino coi suoi occhi, anche loro mai vincitori perché le loro lacrime vincono sempre in velocità sulle sue mani.
Dinanzi a lei, i bambini scappano via verso le giostrine e le loro mamme. Esita per avvicinarsi alla maestra Clara ma poi scappa via anche lei. Oggi, come tutte le altre volte che Maria si reca a scuola. Lei resta lì, a dondolarsi su un’altalena che non riesce a far addormentare la sua malinconia. E dinanzi a tutti quei bimbi, lei fugge mordendosi le labbra bagnate dalle lacrime.
Nell’Ospedale pediatrico di Taranto, la vivacità di Michele è esplosa ancor più fragorosa. Nelle mattine trascorse tra accertamenti e visite mediche, Michele esaurisce tutta la pazienza dei “signori in camice bianco”. Un giorno uno di loro gli porge la mano, Michele fa per prenderla, ma il “signore in bianco” la ritira in cambio di una pernacchia. Gli occhietti di Michele guardano con stupore quel camice e scoprono che sopra di
questo, vi è un sorriso ed un amico: in un attimo “Giosué” è per terra che porta Michele come in sella ad un cavallo, imbrigliato con lo stetoscopio. L’allegria delle mattine però cede il passo alla notte.
In quell’ospedale, le notti fanno paura perché sono infinite come quei corridoi bui e deserti. Di tanto in tanto l’eco di passi svelti risuonano per i corridoi, suoni elettronici e… la Luna. la Luna illude perché illumina ma non scalda. La lancetta dell’orologio sussurra alla luna la buona notte, che così luminosa bagna una manina che si agita in un grande lettone. Un’altra mano, più grande le si avvicina.
«Che c’è?» sussurra una voce femminile. Il bimbo apre gli occhietti ansimando, sfilandosi la mascherina dal naso e guarda la mamma che lo rincuora «É tutto a posto».
Il bimbo stringe la mamma «Ho fatto un incubo…»
La mamma sospira profondamente «Cosa hai sognato, pulcino…?»
«É sempre il cancello blu e dietro, il castello infuocato. Io cercavo di scappare ma dei fantasmi mi trattenevano. Avevo gli occhi chiusi… dormivo. Loro mi dicevano che non potevo più svegliarmi finché non sconfiggevo il drago. E ti sentivo che cantavi la ninnananna che mi piaceva fuori dal castello… ma non potevo vederti.»
«Michele… tu vincerai tutti i draghi che vorrai perché sei forte.»
«Lo dicevi anche a Papà.»
«Papà ha incontrato un drago cattivo. Guarda qui…», la mamma fruga nello zaino di Michele e tira fuori un foglio, accarezzando il visino emaciato del figlio «questo disegno l’hai fatto tu. Vedi il drago… come l’hai disegnato bene. Lo conosci, conosci i suoi punti deboli… ce la farai» e porge il foglio al bimbo, con le gambe corte che si perdono sotto le lenzuola. «Domani torneremo a casa, te lo prometto.»
L’indomani Maria tiene per mano Michele mentre il Dottore le consegna un fascicolo corpulento di carte e radiografie. Il medico
le stringe una mano e le porge un fazzoletto mentre lei nasconde il suo viso dagli occhietti di Michele, ora un po’ meno vispi che tra i banchi di scuola, ma non meno attenti.
A due passi da quell’ospedale pieno di bimbi spaventati che salutano dietro le finestre con le loro manine Michele, i due aspettano l’autobus. Il bimbo osserva la mamma e l’abbraccia. «Mamma, non devi preoccuparti per me… il medico mi ha detto un segreto!»
«Che monelli! Vi dite i segreti e a mamma nulla?!»
«Te lo dico se oggi mi porti alle giostrine.»
«Va bene… ma non hai fame? É pranzo…»
«No!» Inizia a saltellare sapendo di aver già vinto, infilando in tasca la sacca della sua flebo.
Michele vede le giostre in lontananza, si sfila lo zainetto e vi corre incontro, trovandole però chiuse. Maria cerca il guardiano tra le giostre, con l’aria di chi vuole fare il possibile per non deludere le aspettative di un figlio. Ma in questo caso, non è soltanto un figlio: Michele è la sua famiglia. Dal gabbiotto il guardiano stizzito indica il foglio con gli orari “Aperto dalle 18 alle 20”. Maria bussa con insistenza, lo chiama in disparte. Il guardiano osserva il bimbo seduto sulla panca con la flebo in mano, capo chino e sguardo triste. Prende un mazzo di chiavi «Che non si sappia in giro!». In un secondo gli occhi di Michele prendono a brillare più delle giostre stesse che si accendono luminosissime. Lui inizia a saltare da una navicella aerospaziale ad un missile «Mamma, vedi, sto volando… vieni anche tu!» Quei momenti volano più di quelle navicelle.
Di ritorno verso casa, Michele canticchia e saltella dalla felicità. I due passano accanto un grande cancello blu con la scritta “Ilva” e davanti dei cartelli di protesta, un corteo. Una donna le si avvicina e saluta il bimbo «Oggi ci sarà un incontro. So che non è facile, ma cerca di esserci. Le tue parole, sono importanti, lo sai… Lui combatte ancora dentro di te, per noi.»
Ma Maria tira dritto per casa, occhi incupiti e mano serrata a quella di Michele e nell’altra, la sua flebo stretta come un peluche.
A casa, Maria lava i piatti e sollecita Michele a riposarsi un po’. Lei lo raggiunge a letto, inizia a fargli il solletico e lui inizia a tossire. Lei si preoccupa ma lui le dice che è tutto ok. «Sei un attore nato, mi fai spaventare» ma Maria non sa che lui non sta per niente recitando. «Allora, questo segreto tra maschietti si può sapere?»
«Il medico Giosuè mi ha detto che le storie dei supereroi sono tutte inventate. E sono state scritte da persone che avevano sogni che non sono riusciti a realizzare. Però con quelle storie, quelle persone hanno fatto sognare tante persone. Se quegli scrittori non avevano perso contro i loro draghi, non potevano immaginarsi quelle storie e dare coraggio a tante persone. Mi ha detto che papà non era un semplice supereroe. Era uno scrittore. E ha scritto due bellissime storie, e siamo noi due. Anche se il drago ha vinto quella battaglia, Papà ha vinto di più perché vive in me e te… e ci ha fatto sognare.» Michele apre lo zaino, prende l’astuccio dei colori e ci scrive sopra “Per la Maestra Maria e per tutti i sognatori”. «Mamma, voglio che porti questo astuccio alla maestra, così altri bimbi potranno usarli… però chiedi alla maestra il mio disegno, ci ho messo così tanto e l’ho fatto con Papà l’ultimo giorno che l’ho visto».
«Va bene, pulcino mio.»
Michele inizia a tossire e sputa del sangue. Maria, preoccupata, lo accompagna in bagno: inizia a vomitare sangue. Il 118 tarda ma porta i due in ospedale. Alle sirene è stato sottratto il loro canto ed urlano di dolore. La mamma sorride al bimbo ma dentro di sé, brucia di dolore e si sente persa. Michele singhiozza. «Cosa, c’è pulcino mio?» Chiede la mamma, stringendolo forte.
«Puoi dormire con me?» Le sussurra Michele.
«Ma sì, ora chiedo all’infermiera di aggiungere un altro letto.»
«No, io voglio che dormi qui, vicino-vicino a me.» Le carezze di Maria stavolta non bastano. Michele trema «Ho paura».
«Paura di cosa, pulcino?»
«Ho paura di non svegliarmi più qui con te. E ho paura di non festeggiare il mio decimo compleanno… L’anno scorso c’era anche papà. E quest’anno voglio che ci siamo noi due.»
«Ma certo che ci saremo… faremo una bella festa e ci sarà anche nonna!»
«Ho paura che non potrò festeggiare il mio decimo compleanno con te e tu starai sola.»
«Ti prometto che ci sarai. E che ti farò la torta più buona del mondo, col tuo supereroe preferito sopra… non era Batman? Non lo stai disegnando più… ehi, ti ricordi quando Con Papà lo disegnaste ovunque nel bagno?» e accenna un sorriso.
«Sulla torta voglio una foto con papà. È lui il mio supereroe preferito.»
La mamma singhiozza «Va bene».
Lui continua «Mamma…?»
«Sì?»
Quelle domande straziano il cuore di Maria che però cerca di sorridere.
«Se vado in Paradiso, incontrerò Papà?» Ma Maria non risponde. «Mamma… gliel’ho chiesto a Giosuè. Lui mi ha detto che tutti i bimbi vanno in paradiso e che non c’è da preoccuparsi perché lì non ci sono draghi ma solo scivoli enormi e piscine caldissime. E poi ci sono mille colori e si possono scarabocchiare tutti i muri, come facemmo con papà quando tu ti arrabbiasti. Anche Papà sta in paradiso?»
«Sì.»
«Quindi non devi preoccuparti se io partirò. Almeno papà non sarà più solo. E poi mi aveva promesso che andavamo in aereo sulle nuvole.»
I due si stringono così forte che diventano un corpo solo in quella stanza buia e silenziosa.
In una mattina assolata, Maria si avvicina alla maestra all’uscita da scuola.
«Maestra, ti ho portato questo…» e le porge l’astuccio dei colori «Michele mi aveva chiesto di portarglielo. Diceva che serve agli altri bimbi come lui.»
«Oh, che caro. Un grande ometto… vivace ma questo lo rendeva speciale.»
«Ah, lui voleva il suo disegno… lo aveva fatto con mio marito nei suoi ultimi giorni. Potrei riaverlo?»
«Devo cercarlo… mi segua».
Le due donne entrano nella scuola, ma tra i quaderni non vi è nulla. La mamma va via, capo chino. La maestra la chiama da lontano: «Eccolo!» Maria si volta e corre verso la maestra.
«Ma… è un castello…» Maria lo osserva, un po’ sorpresa « …pensavo avesse disegnato Batman».
«Michele mi diceva che dentro c’era il suo supereroe preferito».
«Sì… questo è il castello che mio marito aveva disegnato e incollato sulla sua finestra per coprire il loro drago… l’Ilva. Marco gli disse che nessuno doveva costringerlo a guardare il drago ma sognare un castello pieno di giochi, dove vivere insieme. E che un giorno si sarebbero ritrovati in quel castello.»
Maria abbraccia la maestra e si salutano. «Ah, maestra, una domanda… Michele mi parlava sempre di Mirco, che i colori erano i suoi e che lui glieli aveva prestati. Ma chi era, un suo amichetto?»
«No… Mirco era uno dei bimbi morti di tumore l’anno scorso».
La mamma va via e a casa affigge quel disegno sul capezzale del suo letto. Si accoccola nel letto, le luci si spengono, ma non quelle dei suoi occhietti, che brillano al buio pieni di lacrime.
Dentro la stanza, lei, senza più supereroi. Sulla finestra quel castello di carta.
Oltre la finestra, la fiaba.
Dedico questa storia a Michele e al suo papà, a Mirco ed a tutti gli altri angeli che hanno imparato a volare prima del dovuto.

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Stefano Moscatelli (di La Spezia)

Motivazioni:

"Un solo personaggio che riflette attraverso un lungo monologo interiore sul senso dell’esistenza, del dolore e del suo rapporto con Dio.  Il binomio scienza-fede trova una conciliazione, non nei ragionamenti teologici, ma in un naturale, impulsivo, spontaneo omaggio alla vita."

IL BRUCO E LA COCCINELLA

Don Enzo spense il televisore e rimase con gli occhi chiusi, le braccia abbandonate sui braccioli della poltrona. Fino a pochi minuti prima non sapeva neppure che esistessero gli Icneumonoidei. Quel nome l’avrebbe forse associato a qualche popolo guerriero dell’antichità, mai ad una famiglia di imenotteri. Ma questa volta non provò la soddisfazione che di solito gli procurava una nuova nozione acquisita. Le immagini del documentario appena scorse sullo schermo ripassarono più volte davanti ai suoi occhi chiusi, e più cercava di scacciarle, più quelle si ostinavano a ripresentarsi, creandogli uno spiacevole turbamento. Rivide la vespa madre che, individuato un bruco sacrificale, iniettava le uova nelle sue carni. Alla schiusa, le larve cominciavano lentamente a mangiare dall’interno il corpo del bruco, ma iniziando dalle parti grasse e lasciando per ultimi il cuore e gli altri organi vitali in modo da sfruttare la riserva di carne fresca per il maggior tempo possibile. Rivide il bruco in agonia contorcersi, stringendo le mascelle e agitando zampe e antenne, fino al sacrificio finale. Ma non era stata la crudezza delle sequenze, pur terrificanti, ad impressionarlo. Tante volte nel corso della sua lunga vita era stato testimone di scene di violenza, di indicibile sofferenza e di morte, specie negli anni delle missioni in Africa e in Sudamerica. Cosa poteva suscitare di così penoso il sacrificio di un bruco paragonato all’agonia di un bambino consumato dalla fame o di una madre sfinita dalla malattia. E allora perché restava ancora immobile, affondato nella poltrona con gli occhi serrati e il cuore in tumulto? Presto cominciò a capire. Era ancora lei. La domanda che lo accompagnava fin dagli anni del seminario, allora facilmente contrastabile con semplici argomentazioni, ma sempre risorgente con rinnovato vigore quando i casi della vita ne aggravavano il senso complicandone le risposte. “Perché Dio lo permetti?”. Quando la sentì risuonare ancora una volta nella sua mente don Enzo si alzò di scatto dalla poltrona. Avvertiva un forte bruciore al volto e la testa pulsare. Sentì il bisogno di lavarsi il viso ed entrò nel piccolo bagno di casa. La frescura dell’acqua gli diede un immediato sollievo. Si asciugò e si guardò allo specchio. Un tenue rossore gli coloriva i pomelli spianando le rughe che rimanevano evidenti solo ai lati del viso, percorse da alcune gocce che scivolavano verso il mento. I capelli bianchi, ancora folti, coronavano la fronte spaziosa scendendo in ciocche ribelli fino a sfiorare le sopracciglia spesse. Era vecchio, senza ombra di dubbio. Lo specchio non era che la conferma di quei segnali che il suo corpo da tempo gli aveva lanciato e che lui aveva prontamente colto. Per questo aveva di buon grado accettato la proposta del vescovo di concludere il suo percorso pastorale in una parrocchia di campagna, lontano dal clamore e dalle fatiche delle precedenti attività. Si era subito integrato nella piccola comunità del paese ed era stato accettato dai parrocchiani con entusiasmo sincero. Gli erano grati per la scelta di concludere in mezzo a loro la sua vita al servizio della chiesa, iniziata fra i banchi del seminario e della scuola di teologia e proseguita con decenni di attività missionaria e di militanza in centri di assistenza a tossicodipendenti e migranti. Ora era arrivato il momento di tirare il fiato e impiegare le forze residue in funzioni che di forze, fortunatamente, non ne richiedevano molte: messe giornaliere non troppo frequentate, rari matrimoni, ancor più scarsi battesimi ed estreme unzioni di anziani con la mente così offuscata da rendere il passaggio indolore. Tutto sarebbe filato liscio se non fosse stato per quella domanda che ad ogni occasione si ripresentava, ostinata e minacciosa, in attesa di una risposta che faticava sempre di più a trovare. E non era meno angosciante il quesito, solo per il fatto che questa volta di insetti e non di umani si trattava. Anzi, l’incongruenza gli appariva ancora più stridente perché nella morte e nella sofferenza di un bambino era pur sempre visibile il senso di appartenenza ad un disegno più grande, magari poco intellegibile per la nostra mente limitata, ma verosimile se visto con gli occhi della fede. Quante volte aveva rivolto con sincerità a genitori affranti la classica frase “Non disprezzate Dio perché ve lo ha tolto, ma ringraziatelo perché ve lo ha dato”. Ma gli Icneumonoidei... Quale poteva essere il senso! Fra le migliaia di famiglie di insetti concepirne una che prevedesse un meccanismo di riproduzione così barbaro. Quale la necessità di questa silenziosa tortura che si perpetua da chissà quanti milioni di anni e che solo la tecnologia umana è riuscita a svelare, salvandola da un oblio che l’avrebbe avvolta per sempre. Forse per far comprendere all’umanità che dalla morte si può generare la vita? Non erano sufficienti le innumerevoli donne che nei secoli passati ed ancor oggi nel terzo mondo muoiono di parto? E quale disegno divino è stato concepito per il bruco vittima, quale ricompensa per il suo sacrificio? Aveva formulato questi pensieri ancora davanti allo specchio e si rese conto di aver pronunciato le ultime domande a voce alta. Si sentiva però più tranquillo, come se aver esternato i motivi del suo turbamento fosse stato sufficiente a lenirlo, anche in assenza di soluzione. Si spostò in camera da letto e cominciò a spogliarsi lentamente. La stanza era piccola, come tutto l’appartamento. Una saletta, un cucinino e il bagno completavano la composizione. Era però molto comodo, perché collegato da una scala alla sottostante sagrestia, dalla quale si accedeva alla chiesa. Anche l’arredamento era molto sobrio. Non aveva cambiato nulla di quanto trovato, solo riempito la libreria di volumi di prevalente argomento religioso e la scrivania e le mensole di foto che lo ritraevano in momenti importanti della sua vita. Prima di coricarsi si soffermò a guardare quella che lo ritraeva mentre giocava nel campetto del seminario, con la tonaca nera,lunga fino ai piedi, nell’atto di calciare la palla. La foto era un po’ ingiallita, ma si poteva scorgere sul suo volto un sorriso pieno e sincero. Erano anni di beatitudine e spensieratezza, nei quali studio e preghiera si fondevano senza contrasto, potenziandosi a vicenda e alimentando una fede così granitica da respingere con facilità le aggressioni del dubbio. Poi venne il tempo in cui la fede dovette trasferirsi dai libri al campo di battaglia del mondo e lì non ci fu più posto per quesiti o incertezze. C’erano solo corpi da curare, ferite da medicare, bocche da sfamare, anime da recuperare, peccati da perdonare. E il senso di quelle azioni era più che sufficiente a giustificare, anzi si identificava completamente col senso della vita. Era stato solo nel corso dell’ultimo anno, da quando si era stabilito nella canonica, che quei pensieri e soprattutto quella domanda erano riemersi come da un fiume carsico che aveva continuato a scorrere nelle pieghe della sua mente, nascosto ma sempre vivo, ed ora si affacciava impetuoso al limitare della sua coscienza. In realtà c’era stato un evento che aveva segnato una svolta in questo tormentato percorso. Qualche mese prima era stato invitato da un parroco amico ad un convegno che si sarebbe tenuto in città a circa un’ora d’auto dal suo paese. L’aveva incuriosito il titolo “Fede e scienza. Un incontro possibile?”. Del resto era da tempo che le sue personali riflessioni puntavano a trovare un possibile connubio fra religione e scienza, alla luce dell’incontrovertibilità della teoria evoluzionistica di Darwin, ormai riconosciuta ed accettata anche da buona parte della chiesa cattolica. La speranza era quella di poter eliminare alla fine del dibattito quel punto interrogativo in coda al titolo. Ne uscì più confuso e allarmato di prima. I punti di domanda si moltiplicarono nella sua mente e su di un quadernetto su cui aveva appuntato gli argomenti salienti trattati, corredati dalle varie interpretazioni degli oratori: filosofi, teologi, scienziati che si alternarono sul palco. Nei giorni seguenti non ebbe il coraggio di riaprire quel quaderno. Lo aveva infilato in un cassetto, sotto un plico di documenti e lì era rimasto, mentre lui si era rigettato a capo fitto nella rassicurante ordinarietà delle pratiche religiose della sua parrocchia. Solo ora, steso sul letto, mentre inutilmente invocava un sonno che tardava a venire, se ne ricordò. E gli sovvenne per prima una frase legata, guarda caso, ad un’altra famiglia di insetti… Si trattava di quella riportata sul retro di un libro esposto all’ingresso del teatro dove si svolgeva il convegno. Citava la risposta che un biologo inglese dell’Ottocento diede ad un teologo che gli chiedeva quale fosse la caratteristica più spiccata di Dio creatore. “Una smodata predilezione per i coleotteri”. Infatti all’epoca se ne conoscevano circa quattrocentomila specie, contro solo una del genere Homo… L’azzardato accostamento della figura divina a quella di un entomologo l’aveva sul momento indispettito. Ma ora, rigirandosi più volte nel suo letto, in preda a una smania crescente che sembrava salire dallo stomaco fino a serrargli la gola, si ritrovò a pensare: “Perché? Non dovevamo essere noi la specie prediletta, l’eccezione animata dalla scintilla divina? E se fra un milione di anni rimanessero solo loro,i coleotteri, a popolare un pianeta sul quale il 99 per cento delle specie viventi comparse si sono già estinte?”. Sì, perché anche questa affermazione ricordava di aver ascoltato nel corso di quel convegno sciagurato e anche ora provò lo stesso colpo al cuore di allora. Si ritrovò madido di sudore, il respiro accelerato. Ebbe bisogno di scoprirsi, sollevò il cuscino accostandolo alla testiera del letto e vi si appoggiò. Allungò la mano verso il bicchiere d’acqua sul comodino e ne bevve un sorso. Si sentì subito meglio. Provò a riacquistare un po’ di lucidità, mettendo ordine nel vortice di pensieri di poco prima. Che cosa gli stava succedendo? Poteva mai la sua fede, costruita con anni di formazione e di studio, messa alla prova nei luoghi di maggior sofferenza del mondo, temere la sfida di qualche irriguardoso filosofo o scienziato? Accese la luce e si alzò dal letto. Si soffermò per qualche minuto davanti alle foto che lo ritraevano in mezzo ai bambini del Malawi, in visita privata agli ultimi tre papi, fra i ragazzi della comunità di recupero e nel centro di accoglienza per migranti. No, don Enzo quella sfida l’avrebbe accettata. Si avvicinò al cassetto della scrivania, lo aprì, sollevò il plico di documenti e liberò il quaderno di appunti. Con un po’ di apprensione cominciò a girare qualche pagina. Si sorprese nel constatare la prevalenza di numeri e percentuali rispetto ai concetti riportati. Ripensandoci a distanza di settimane, ricordò che in effetti anche allora quello che lo aveva turbato maggiormente era stata proprio la straordinaria rilevanza di quei numeri, proposti da un paio di relatori e corroborati da inoppugnabili prove scientifiche. Rileggendoli si accorse come allora della difficoltà di confutare la forza di quei numeri, lui abituato a difendere le ragioni della fede con argomentazioni teologiche o avvalendosi di parabole evangeliche e passi biblici o semplicemente con il contributo edificante della sua decennale esperienza pastorale. Quant’era più semplice convincere un agnostico con la frase “Se stai cercando Dio significa che l’hai già trovato!”. Ma quali riflessioni potevano nascere nella mente di un credente sincero, ma razionale quale lui si riteneva,di fronte al dato che il pianeta terra si è formato un miliardo di anni dopo l’originario “big bang”; che per quasi due miliardi di anni le uniche forme di vita sono stati organismi unicellulari; che solo negli ultimi seicento milioni di anni si sono sviluppate le specie animali complesse, lasciando alla comparsa delle prime forme di ominidi la briciola temporale di soli duecentomila anni? Pazienza se ormai da tempo la rassicurante ipotesi creazionista di ogni singola specie era stata abbandonata dalla quasi totalità delle comunità ecclesiastiche, ma perché un’entità onnipotente e onnisciente avrebbe concepito dei tempi così dilatati e delle forme così bizzarre per spargere il seme della vita su questo granello di materia rotante immerso in spazi abissali? E poi eravamo proprio noi, questi mammiferi di taglia media che condividono oltre il 98% del proprio DNA con gli scimpanzé, capaci di gesti di estremo altruismo e di atroci nefandezze, proprio noi il fine ultimo di questo disegno divino? Ed è proprio così certo che le cose non sarebbero potute andare diversamente? Don Enzo scorreva veloce gli appunti, cercando disperatamente di trovare fra le pieghe della narrazione scientifica ascoltata, una parola, un concetto che l’avvicinassero almeno un poco a quella ordinata creazione del mondo e degli esseri viventi che aveva appreso fin dall’infanzia e che aveva perpetuato con sincero convincimento in migliaia di omelie e discussioni pubbliche e private. Ma quella storia parlava solo di sconvolgimenti climatici, terribili eruzioni vulcaniche e terremoti della durata di migliaia di anni, con ecatombe di specie viventi, come testimoniava la parabola esistenziale dei dinosauri, dominatori assoluti del globo per cento milioni di anni e condannati all’estinzione dopo l’impatto di un enorme asteroide. Fu a quel punto che interruppe la lettura e richiuse il quaderno. Un tremito crescente gli scuoteva le mani, propagandosi velocemente alle braccia e verso il petto dove si tramutò in spiacevole oppressione. Aveva bisogno di una boccata d’aria. Si avvicinò alla finestra della cucina e la spalancò. Una brezza gelida lo avvolse raffreddandogli il corpo, ma anche la tensione. Una luna quasi piena, appena velata di foschìa, rischiarava la campagna, facendo brillare i rami degli alberi e l’erba gelata. Alzò allora gli occhi ancora più in alto,dove qualche stella si intravedeva tra le nuvole scure. “Sei tu, Signore mio?”. La domanda gli uscì dalla bocca senza che se ne accorgesse. Quasi si vergognò. Allora richiuse gli occhi e continuò solo con il pensiero. “Sei tu Signore mio l’artefice di tutto questo? Il progettista intelligente, ideatore di un processo naturale che attraverso il susseguirsi di strutture organiche sempre più complesse ha portato fino a noi? E se appare improbabile che solo il caso o le circostanze possano aver generato tale complessità, non è ancora più improbabile ipotizzare l’esistenza di un architetto la cui origine necessiterebbe dello stesso genere di spiegazioni? E se invece la tua esistenza non fosse necessaria e veramente noi fossimo solo il frutto di congiunture favorevoli, di mutazioni genetiche intervenute casualmente che la selezione naturale ha provveduto a perpetuare, salvandoci dalle innumerevoli insidie che hanno attentato alla nostra sopravvivenza? Ma allora che fare? Abbandonarci al disorientamento e rassegnarci all’insensatezza della condizione umana? Don Enzo riaprì gli occhi che gli dolevano da quanto erano serrati. Il freddo della notte gli era penetrato sotto il pigiama di lana e lo scuoteva con brividi violenti. Chiuse la finestra e sedette sul letto. Il tepore della stanza lo confortò nel corpo, ma la mente era sempre scossa da quelle domande senza risposta. Riprese in mano il quaderno di appunti. Ricordava che a fronte di queste tesi sostenute da alcuni relatori, era intervenuto un teologo che aveva citato un pensiero di papa Benedetto XVI sull’argomento. Lo cercò girando le pagine freneticamente finché non lo trovò. Lo lesse ad alta voce, sperando che un’adeguata solennità ne rafforzasse il potere di convincimento.“Nonostante gli elementi di irrazionalità, caos e distruzione nel lungo processo di cambiamento del cosmo, la materia in quanto tale è leggibile, ha una sua logica interna e rivela un ordine di evidenti corrispondenze e innegabili finalità”. Rimase in silenzio per qualche minuto in attenta riflessione. Erano parole sicuramente forti e motivate. Cercò di farle penetrare nella sua mente e di fissarle quasi a memoria. Gli sarebbero servite per controbattere le obiezioni di qualche fedele, come lui scosso dalla potenza devastante di quei numeri infernali. Ma… Ma il suo cuore chiedeva di più. Quel cuore pieno di amore, di benevolenza,di carità che per tutta la vita aveva aperto affinché i suoi fratelli ne potessero attingere a piene mani,meritava di più. E chi se non Dio avrebbe potuto assolvere questo compito? Si alzò dal letto, si infilò una vestaglia e si diresse verso le scale che conducevano alla sagrestia. Il chiarore che filtrava dalle finestre era sufficiente per illuminare il percorso. Senza che se ne fosse reso conto il giorno stava subentrando a quella notte travagliata e infinita. Ma don Enzo non se ne preoccupò, ora che, entrato nella piccola chiesa,avrebbe finalmente trovato un sollievo alle sue angosce. Si avvicinò all’altare, si genuflesse segnandosi il capo e il petto e si inginocchiò davanti all’altare ed al crocifisso di legno che lo sovrastava. Congiunse le mani nell’atto ripetuto migliaia di volte, ma senza chinare la testa come di solito, anzi tenendola ben ritta, gli occhi spalancati a fissare la figura del Cristo. Non c’era volontà di sfida in quel gesto, piuttosto una disperata domanda di aiuto. Cominciò a pregare, prima sommessamente, poi a voce sempre più alta, passando da una preghiera all’altra senza un ordine logico e con una crescente frenesia, come mai gli era capitato in passato. E non riusciva a trovare la celestiale serenità che lo pervadeva tutte le altre volte, anzi sentiva crescere nel petto un’ansia che gli stringeva la gola, spezzando e quasi storpiando le parole. Fu costretto a smettere dopo un tempo che non riuscì a definire, ma che gli sembrò infinito. Si ritrovò madido di sudore, il fiato corto, le tempie pulsanti. Non aveva cessato un attimo di fissare il volto santo. Non sapeva neppure lui cosa si aspettasse di leggere in quegli occhi torbidi di umano dolore. Ma non riuscì a fermare quell’ultima frase che scaturì da qualche recesso della sua mente ormai offuscata da una notte di intimo tormento e che mai avrebbe pensato di poter pronunciare. “Signore, dammi un segno!”. Stremato si alzò, abbassò finalmente gli occhi e senza neanche la forza di chiedere perdono rientrò nella sagrestia, per indossare i paramenti liturgici. Si era già fatta l’ora della prima messa del mattino ed alcune donne cominciavano ad occupare le panche in fondo alla chiesa. Don Enzo iniziò la vestizione. Di solito praticava quell’operazione con meticolosità quasi maniacale, spiegando ed indossando i paramenti con il sacrale rispetto che attribuiva ad essi e alla loro funzione. Quel giorno il camice bianco,l’amitto,il cingolo, la stola ed infine la pianeta furono indossati con gesti stanchi ed automatici. Non sentì neanche l’esigenza di guardarsi allo specchio, come di solito faceva, per sistemare un’ultima volta le vesti. Temeva di scoprire anche nel suo volto i segni di quella vergogna che già impregnava la sua anima. Fu forse per questo che solo mentre si accingeva ad entrare in chiesa si accorse, volgendo lo sguardo verso la spalla destra, della sua presenza. Il cuore sobbalzò e sentì il sangue scivolare via dal viso, lasciandolo pallido e tirato. Era lì, che zampettava sulla stola, confondendosi con i suoi colori variopinti, eppure così nettamente distinguibile, con la piccola livrea rossa punteggiata di nero. Una coccinella! Certo un incontro non raro in una chiesetta immersa nella campagna, se non per il fatto che l’inverno era cominciato da due settimane... Ed appariva anche in buona salute, dal momento che all’improvviso spiccò il volo, volteggiando leggiadra nell’aria ferma della stanza, evitò con perizia la fiamma di alcune candele e si appoggiò infine sotto l’occhio destro di don Enzo, proprio in tempo per essere avvolta da un sottile rivolo di lacrime.

PREMIO CRONIN POESIA 2019

Letizia Banzato (di Padova)

IL SENSO

Motivazione:

"L’autore si interroga sul senso della vita che ora sembra indicare un disegno, una trama compiuta, ora l’inconsistenza di oggetti naturali. Ed anche a livello stilistico l’andamento del testo si snoda da un’arcatura complessa del ritmo ad una riduzione sottrattiva siglata dall’ossimoro finale."

Come davanti a una bolla
se allungare il braccio potessi
e strappare il respiro al dolore,
con le dita tracciare la favola
entrando segnando esigendo
una trama - Allora è prezioso
l'esserci, affondare a morsi il vero
e nella sabbia ridere
(in faccia ali di cielo)
in un'unica dimensione
Stupore di germogli
e foglie secche
e tronchi e spine
e fiori
siamo
E la domanda dell'assiuolo giunge
e si perde irrisolta in questo minimo
universo

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MENZIONI

Paolo Masile (di Cagliari)

 

Motivazioni:

 

"La festa di sant’Efisio si raccomanda per la vivacità in cui viene figurata la festa sarda, con puntuali dettagli di cose, animali, persone, efficacemente alternati e che infine si connotano come un nitido frammento di memoria dell’infanzia."

LA FESTA DI SANT’EFISIO


Colori che sfilano,
vestiti da sarde e da sardi silenti
in file ordinate nell’aria
odorosa di maggio.
Donne opulente e attraenti, mistero
di un’isola femmina, le mani sui
fianchi, il capo orgoglioso e nascosto,
lo sguardo d’invito e di sfida,
e gli ori lucenti sul petto
splendenti nel sole,
sentore di seni nascosti
da pizzi e da amidi bianchi.
Le traccas1 ripiene di pane pungente
e dolci di miele, ondeggiano lente
al ritmo paziente di bestie
ancestrali, le corna arricchite
da fiori e da gialli limoni;
misurano i passi e lanciano
sguardi fugaci dagli occhi bovini.
Cavalli lustrati e nervosi,
gli zoccoli incerti alla strada asfaltata,
il morso tenuto con forza
alla bocca schiumante,
osservano tesi la folla assiepata
parete di nuova prigione di umani,
negli occhi selvaggi il ricordo
1 Antichi carri di legno trainati dai buoi
di sabbie e terreni
che a maggio, coperti di spighe
ora verdi e pungenti e papaveri,
trapassano ai tonfi
di zampe potenti.
E poi giunge Efisio,
la croce sul petto, il mantello e
lo sguardo paziente
del santo che sa sopportare
gli strappi del cocchio,
vetrina ambulante,
e la folla sudata
che preme d’intorno.
La strada è una coltre di petali,
opere buone di angeli,
gocce di sangue di rose,
strappate e volate per terra
a morire felici,
sotto zoccoli incerti di bestie
e scarpe di uomo
rivestendo le pietre e la via.
E io, ragazzino,
mi unisco al corteo
vestito da piccolo sardo,
felice di stare al sicuro
per mano a una giovane madre
a godere del sole, dell’aria di festa
e del pizzo,
che punge sottile
il mio esile collo.

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Francesca Vannini (di Bologna)

Motivazioni:

 

La poesia si compone di due momenti, il primo a carattere descrittivo, il secondo di natura esistenziale, strettamente connesso alla figurazione di sé come “assoluto singolare”

AMARE AMARO


Amare amaro
Ritraggo la mano dal rovo
Senza stringere il frutto
Sangue e sale e succo
Li lecco dalla pelle graffiata
Arsa come la pineta d’agosto.
Termina in dirupo il sentiero;
Oltre sassi, sterpi e rettili assorti
Irraggiungibile, il mare.
Cerco d’intorno
Ma una via per me non esiste
All’azzurro.
Amare amaro
Io sono diseguale
Animale senza il paio
Assoluto
Singolare sempre
Senza assoluzione
Il mio cuore grida come le cicale
Ora basta!
Silenzio!

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PREMIO CRONIN TEATRO 2019

Marco Farmeschi (di Castel Del Piano - GR)

UN BRUTTO CLIMA

Motivazione:

"Il testo aderisce con garbo a meccanismi drammaturgici collaudati, creando equivoci e suggerendo conflitti secondo le tradizioni e i colpi di scena della commedia, con possibili riferimenti a una certa produzione anche cinematografica di origine specialmente francese."

Una qualsiasi cittadina di provincia dell' Italia centrale, terzo venerdì di giugno, ora di cena, fuori sta piovendo. Una tavola che sta per essere apparecchiata per sei commensali. Una riproduzione dell' Ultima cena di Leonardo sulla parete, Luigi sta mettendo i piatti...


Atto unico, scena I


Luigi: " Che apparecchiatura devo usare? Alla francese cucchiai e forchette posizionati a faccia in giù e tovagliolo triangolare sul piatto, oppure all'americana con il tovagliolo piagato a rettangolo e messo a sinistra?
Marina ( voce fuori campo): " Non arriva mica una delegazione diplomatica dal Ministero degli Esteri, fai un po' come vuoi devono venire solo Alberto, Carla, Mario e Manuela, i nostri amici di sempre, non credo che si formalizzeranno se tutto non è perfetto."
Luigi: " Sto scherzando, ma ho appena letto un articolo sui " Pasti letterari e relative apparecchiature" il tè di " Alice nel paese delle meraviglie", i buffet del "Grande Gatsby", la madeleine di Proust..."
Marina: ( voce fuori campo): " Vedi però di non rompere le scatole col tuo solito intellettualismo che normalmente non interessa a nessuno! Che spesso è anche inopportuno. Impara a lasciare parlare anche gli altri e non scegliere sempre l'argomento."
Luigi: ( moderatamente contrariato)" Non è vero che imposto sempre io l'argomento, e anche voi dico tu e il luminare della medicina..."


Atto unico scena II


Entra Marina che posa una brocca d'acqua sulla tavola
Marina: " Cosa vuoi dire?..."
Luigi: "Voglio dire che anche tu ed Alberto quando parlate di lavoro appendicectomie, cateteri o altre piacevolezze simili sono poco opportune mentre ceniamo.
Marina: " Ma quelle sono conversazioni di lavoro..."
Luigi: " Ecco appunto, allora vedi di evitarle, perché a volte passa l'appetito!".
Marina:"Va bene stasera, io non parlo di medicina e tu eviti i tuoi cavalli di battaglia."
Luigi:"Ok, vuol dire che parlerò del tempo, non lo spazio-tempo di Einstein, ma il tempo atmosferico.
Marina (risoluta):" Io eviterei anche quello...."
suona il campanello alla porta
Luigi: " Qualcuno è già arrivato, vado ad aprire..."
Marina: " Ecco bravo, io vado finire di preparare"
Escono tutti e due.


Atto unico scena III


Entrano Luigi e Alberto che si toglie l'impermeabile zuppo di pioggia
Alberto: "Un tempo infame e pensare che siamo a giugno, il clima è veramente impazzito! Ti ricordi nella nostra gioventù, il sole le giornate lunghissime,... le ragazze... oggi è diventato un mese crudele come marzo per quel poeta... come si chiama... aiutami tu che sai sempre tutto..."
Luigi: "E sì quel poeta..."
Alberto : "E dai dammi una mano, che è ti venuto l'alzheimer?"
Luigi: " Non potrei dirlo..."
Alberto: " Cos' è un'afasia, un problema neurologico..."
Luigi: "E' una storia lunga,... comunque se inizi con le malattie te lo dico, il poeta è Eliot ed il mese è Aprile, " April is the cruellest month".
Alberto: " Te lo avevo detto, aprile"
Luigi: " Veramente avevi detto marzo"
Alberto: " Marzo aprile è lo stesso".
Luigi: " Proprio lo stesso non è aprile è aprile e marzo è marzo, ma se vuoi dire che nelle isole britanniche il loro aprile equivale al nostro marzo puoi avere qualche ragione."
Alberto: ( prendendo con due dita la guancia dell'amico) " E bravo il nostro Luigino, ha sempre la soluzione a tutto. Ti dovrebbero almeno promuovere preside."
Luigi: " Ma no, a me va bene mantenere il contatto con i ragazzi, sai è stimolante, anche se sono dei "mostri" loro non invecchiano mai, rimangono sempre giovani, mentre noi... ".
Alberto: "Ma io parlavo dal punto vista dello stipendio, perlomeno Marina non dovrebbe fare gli straordinari..."
Luigi: "Questa però è un'altra storia...Ti prego di non farci i conti in tasca, noi stiamo abbastanza bene così..."

 

Atto unico, scena IV


Entra anche Marina che saluta affettuosamente Alberto baciandolo sulle guancie.
Alberto: "Ciao Marina , tutto bene? Cosa ci hai cucinato del pesce?"
Marina: "Ah sì certo c'è del branzino."
Alberto: " Allora ho proprio azzeccato ho due bottiglie di gewurztraminer nell'impermeabile tutto zuppo."
Marina: " Ah grazie, Alberto, non dovevi,... per favore Luigi mettile in frigo!
Luigi esce con le bottiglie.
Marina:" E Carla, tua moglie non è venuta? "
Alberto: " Sì certo, si è attardata qui sotto in un negozio, dovrebbe arrivare a momenti .... che turno fai lunedì' sera?... ( sfiorandole i fianchi)".
Suona il campanello
Luigi ( voce fuori campo): " Hanno suonato vado io."


Atto unico, scena V


Alberto: " E' arrivata Carla?
Luigi: ( voce fuori campo) " No, sono Mario e Manuela"
Entra Luigi con Mario e Manuela e tutti si salutano con baci sulle guance e strette di mani.
Manuela: " Abbiamo portato un po' di gelato, va messo subito nel freeser".
Mario: " Anche con questo bel freschetto fuori stagione credo che possa andare bene per tutti".
Marina: " Grazie! Certo che va bene, benissimo... Luigi!?"
Luigi: " Comandi signora, ...lo porto subito in frigorifero."
Marina: "Potresti evitare di fare lo sciocco?"
Luigi: ( uscendo)" Sissignora!"
Marina: " Ancora!"
Manuela: " Ma dai lascialo stare a volte è così simpatico."
Marina: "Hai detto bene Manuela. Appunto ... a volte!"
Mario: ( rivolgendosi ad Alberto) "...Ma sei solo stasera non c'è Carla?"
Alberto: "No sono arrivato con lei fino a qua, ma come dicevo a Marina è rimasta qui sotto in quella boutique di borse come si chiama...."
Manuela: " Glade Factory" ?
Alberto: (un po' serio in volto) "Sì proprio quella,... ultimamente non è che sia in forma splendida, sai il cambio di stagione non giova a certe condizioni, non so neppure se ha preso la sua pillola di sertralina."
Luigi : (appena rientrato dalla cucina) " Ma sta piovendo a dirotto non possiamo lasciarla fuori, prendo l'ombrello e vado a prenderla..."
Alberto: "Non credo che ce ne sia bisogno a volte e meglio che rimanga sola e non forzarla."
Manuela:" A volte lo shopping anche quello compulsivo può essere terapeutico".
Suona il campanello di casa. Luigi va ad aprire.


Atto unico, scena VI


Rientra Luigi assieme a Carla tutta bagnata come un pulcino
Alberto: " Cosa hai fatto?! Sei tutta bagnata di prenderai un malanno"
Carla: " Non mi importa! La città piange come piange il mio cuore..."
Marina: " Non puoi stare così vieni con me fai un bagno caldo e un cambio di vestiti asciutti."
Carla: "No grazie, comunque mi metterò il vestito ed il completo di intimo che ho appena acquistato qua sotto".
Manuela: " Vengo ad aiutarti!"
Luigi: " Sì brave intanto noi uomini ci sediamo a tavola ed eventualmente servo qualche antipasto".


Atto unico, Scena VII


I tre uomini si siedono a tavola lasciando posti liberi alternati per le loro donne. Attimi di silenzio.
Luigi: ( rivolgendosi a Alberto) " Da quanto tempo è cosi?"
Alberto: "Cosi come? depressa vuoi dire?"
Luigi: Sì
Alberto: " Da circa un anno. Ha un vero delirio di gelosia, mi controlla tutto, cellulare, posta elettronica, mi svuota le tasche mi ispeziona e mi odora gli abiti, forse ha ingaggiato anche un investigatore privato."
Mario: " Forse ha un po' di ragione?"
Alberto: " Vabbè, mi conoscete, le donne mi sono sempre piaciute, qualche paziente qualche assistente, ma nulla di serio e a Carla non faccio mancare nulla spende e spande, le auto, i viaggi, i figli a studiare all'estero.
Luigi: " Forse le manca la cosa più importante, l'amore".
Amore: "Non fare il filosofo, l'amore dopo vent'anni di matrimonio! Tutto cambia non lo dicono anche i tuoi autori preferiti " panta coso", come dici tu quando ci spappoli le scatole " ...non ci si può bagnare due volte nelle stesse acque di un fiume".
Luigi: "panta rei" - tutto scorre- di Eraclito.
Alberto: "Appunto tutto cambia, Eraclito o Orazio Coclite..."
Luigi: " Orazio Coclite non è un filosofo".
Alberto: "Ma basta, non conta nulla sapere tutte queste sciocchezze, quello che è importante è il conto in banca, una buona salute e qualche bella figliola.
Mario: "Si probabilmente hai ragione, ma se l'amore si affievolisce dovrebbe restare l'affetto, la stima e il rispetto. Mentre tu esageri ci provi con tutte a tappeto".
Alberto: " Non è colpa mia se ho successo con le donne."
Mario : " No, è colpa tua se sei una testa di cavolo! Hai provato, forse, anche con Manuela."
Alberto: " No non è vero! Non so chi ti possa averti detto questa corbelleria, è una cara amica che conoscevo già da prima che si mettesse con te, anzi ti potrei dire che forse, effettivamente, è una delle poche a cui non ho mai dato fastidio, è la sorella di un mio compagno scuola per me è come una sorella. "
Mario: " Allora con chi chatta la maggior parte della serata inviando immagini? E poi è strana...assente..."
Alberto: " Ma con qualche amica... forse anche Marina...con Carla no, è troppo impegnata a controllare me".
Mario: " Sarà, ma a me poco convince...".
Luigi: "Basta, dai cambiamo argomento, le nostre mogli stanno per tornare. Cerchiamo di passare una serata in santa pace, almeno proviamoci."


Atto unico, scena VIII


Le tre donne rientrano in sala pranzo sedendosi al tavolo, abbastanza tese con Carla che indossa un vestito nuovo ed il trucco rifatto.
Luigi:" Allora tutto a posto si può iniziare..."
Carla: " Più che iniziare bisognerebbe farla finita!"
Alberto: " Carla, ti prego..."
Luigi: " Direi di prendere un po' di antipasti, servo io, buon appetito!"
Marina: " Buon appetito non si dice, è cattiva educazione!"
Luigi: " Marina ti ci metti anche tu adesso, facevo per dire qualcosa, però se non si più aprire bocca è veramente un problema... comunque se vuoi la
guerra ti posso dire che questa avversione per il" buon appetito" è veramente snob tipica della nobiltà prima e poi passata per imitazione alla borghesia arricchita, l'arrivo della forchetta ha determinato il distacco dal cibo perché mai si dovrebbe arrivare a tavola affamati. Prima si mangiava con le mani e questo modo di dire lo sotto intende. Comunque va bene Buona cena?"
Manuela: " Ok , basta discussioni, niente argomenti tabù, parliamo di una cosa neutra, non conflittuale, non divisiva, su cui tutti possono avere un' opinione: il tempo...atmosferico non quello cronologico".
Luigi: " Altrimenti siamo capo a dodici, perché come ben sapete Cronos il dio del tempo delle nostre vite divora i suoi figli... E poi si dovrebbe sapere che per le teorie della Relatività di Einstein il tempo scorre più lento ai nostri piedi che sulle nostre teste, che vive si più a lungo in pianura piuttosto che in montagna. Solo millesimi di secondo però è così."
Marina: "Luigi!?"
Luigi alza le mani in segno di resa.
Manuela: "Sì, appunto dicevo, oggi a scuola c'è stato il secondo sciopero per il clima promosso dopo il successo mediatico di quella ragazzina svedese che ha costretto il mondo ad occuparsi del clima. Ha pensato di non andare più a scuola finché il suo governo non decidesse di ridurre le emissioni di anidride carbonica responsabili per riscaldamento climatico. Si è seduta di fronte al parlamento finché non ha ricevuto una risposta..."
Mario:" Be' non è una cosa negativa, a volte i ragazzi hanno più testa degli adulti."
Manuela: "E' addirittura candidata al Nobel. Ha detto che il suo cervello funziona in modo diverso, per tutti è facile dimenticare la foto dell'orso polare affamato, per lei no."
Alberto: " E' una sindrome di Asperger, una sorta di disturbo autistico".
Mario: " Ma è una malattia?".
Manuela: " Sì in realtà, ma soprattutto le ragazze hanno un alto quoziente intellettivo, spesso sono musiciste, artiste, scrittrici.."
Luigi: " Sì come la famosa scrittrice Susanna Tamaro, l'autrice di " Va dove ti porta il cuore"..."
Alberto: "Questo non lo sapevo... non avrei mai pensato..."
Luigi: " Viene chiamato autismo ad alto funzionamento...vi ricordate il film " Rain Man" con Dustin Hofmann e Tom Cruise..."
Manuela: " Si però queste sono persone del tutto normali...eventualmente più intelligenti delle altre."
Marina: " Brava Greta! Comunque in effetti il clima è cambiato non ci sono più stagioni come una volta, come si fa ad avere un inizio giugno cosi pessimo, senti come sta piovendo".
Alberto: "E fa anche freddo".
Carla: "Ma se esiste il riscaldamento globale dovrebbe fare caldo non freddo, che dite, mi sembra una contraddizione".
Marina: "Secondo gli scienziati, sì, sembrano tutti d'accordo che..."
Luigi: " Non tutti, qualcuno dissente, e denuncia un vero e proprio bluff del riscaldamento globale come ha scritto in un romanzo Michael Crichton".
Marina: "Comunque dicevo, che anche il freddo è provocato dell'effetto serra e quindi sempre dal riscaldamento globale."
Luigi: "Però volevo fare una considerazione che mi è venuta in mente l'altro giorno..."
Marina: " Luigi, avevi promesso..."
Luigi: " No questo lasciatemelo dire... a parte che c'è stata un piccola glaciazione anche nel medioevo, quando non c'era certo l'inquinamento,
anche se dicono provocata da un'eruzione di alcuni vulcani, ma non è affatto provato..."
Marina: "Avevi detto che era una considerazione, breve."
Manuela: " Lascialo parlare, a me interessa, può essermi utile per qualche spunto per le lezioni".
Luigi: " Grazie,... appunto dicevo, che ho sentito ad una trasmissione televisiva che il Cervino..."
Mario: " La montagna?"
Luigi: " Sì, massiccio del Cervino in tedesco, visto che ha due versanti., italiano e svizzero, si chiama, Matterhorn, pensavo nella mia ignoranza che volesse significare " Grande picco" o qualcosa del genere, e invece..."
Manuela: " Ed invece..."
Luigi: Vuol dire " Montagna verde", come anche Cervino stesso che deriva dal francese Cerven, derivato a suo volta dal latino Silvanus , cioè pieno di selve, alberi e quindi ancora una volta rimanda al verde. Quando ha assunto il nome, in epoca romana o anche prima, evidentemente non vi erano ghiacciai, quindi riscaldamento globale senza effetto serra. Per cui il riferimento al cervo è sbagliato"
Alberto: " Certo è una considerazione interessante che potrebbe cambiare il punto di vista."
Carla : ( un po' alterata) " Così però non va bene, è troppo comodo non si può mai conoscere la verità, cambiare sempre il punto di vista, bisogna sapere di chi è la colpa e non si può sempre nascondere tutto."
Luigi: "Credo che gli spaghetti siano cotti, è meglio se vado a prenderli e li condisco."
Alberto : " Piuttosto che abbiamo stasera?"
Marina: "Spaghetti alle vongole!"
Alberto: " Perfetto i miei preferiti"
Marina: "Lo so".


Atto unico, scena IX


Luigi esce
Marina: ( rivolgendosi a Manuela) " Come va il lavoro a scuola?"
Manuela: " Il solito tran tran, scrutini, esami, lezioni, discussioni con i genitori, tanta tantissima, troppa burocrazia".
Mario: " E' un po' come il clima tutto è cambiato" .
Alberto: " Ma la voglia di fare sciopero per qualsiasi motivo non è cambiata... pur di non fare lezione gli alunni farebbero sciopero per tutto..."
Marina: " Ma questo è un buon motivo la salute del nostro pianeta va salvaguardata".
Alberto : " Anche ai nostri tempi c'erano buoni motivi, Tienammen, la Guerra del Golfo, l'Afganistan..., ma secondo voi facevamo sciopero per quello? Ma fatemi il piacere..."
Mario: " Per qualcuno forse sì...qualcuno lo faceva per un ideale per cambiare il mondo".
Alberto : " Ma il mondo non l'avete cambiato, il mondo però ha cambiato voi, la maggior parte, mi pare, sono tutti impiegati statali... stipendio sicuro a fine mese."
Mario: " Non tutti te l'ho detto, parla per te"
Alberto: " Ma, io non sono solo dipendente ospedaliero, ho anche le consulenze all'università...".
Mario: " Sì va bene lasciamo perdere..."


Atto unico, scena X


Rientra Luigi con gli spaghetti.
Luigi: "Fatemi largo, spaghetto gran consolatore di tutte le pene".
Iniziano tutti a mangiare
Carla: " Spaghetto consolatore anche d'amore?"
Luigi: " Soprattutto d'amore!"
Alberto: " In effetti contengono i triptofani che stimolano la dopamina e la sertralina che inducono benessere".
Carla: " Allora dovrei abbuffarmi di spaghetti e non imbottirmi di pillole".
Alberto: " No, non va bene perché poi ingrassi e così ti lamenti di nuovo".
Carla: "Non mi lamento vorrei solo sapere come stanno le cose, desidererei solo sapere con chi vai a letto delle presenti a questo tavolo solo una o tutt'e due".
Alberto: "Basta.. stai esagerando, non puoi rovinare così la serata..."
Marina: " Carla, ....capisco il tuo momento difficile, ma non ci puoi offendere così.."
Manuela: "Se continua in questo modo la serata io e Mario andiamo via..." ( facendo il segno di alzarsi dal tavolo).
Mario: " Invece io rimango...la domanda può essere interessante"
Marina: "E tu, Luigi non dici nulla io mi sento offesa"
Luigi:" Credo che Carla sia molto stanca e dovrebbe riposare...".
Carla: " E' vero dovrei riposare, curare, prendere la sertralina, ma tra gli effetti collaterali c'è anche depersonalizzazione, stato d'animo euforico, pensieri abnormi, quindi la perdita dei freni inibitori...non leggi il bugiardino Alberto? Non mi importa ormai nulla di nulla, .... L'altro
giorno ho trovato nella cassetta della posta un biglietto con scritto " Carla stai attenta alle tue care amiche....".
Alberto: " Ora dai retta anche alle lettere anonime, sarà qualche mitomane".
Luigi: "E' vero non possiamo dar credito a tutte le meschinità del mondo".
Carla: "Ma non è tutto non c'è solo questo".
Mario: " Perché c'è dell'altro?"
Carla: " E sì, infatti vorrei sapere di chi è ( facendo vedere una foto al cellulare) questo sedere che ho scaricato e copiato dal tuo cellulare".
Alberto: " sei completamente pazza ( prendendo in mano il cellulare), fammi vedere"
Carla: "La riconosci?"
Alberto: " Ma non si vede la faccia, è una ripresa da dietro, distesa su un divano, non si può riconoscere chi è, e poi non si capisce chi è il mittente."
Carla: "Una ripresa dal sedere appunto."
Manuela : (alzandosi) " Basta me ne vado"
Carla: " Ora viene il bello nessuno deve andare via, ora noi donne come fossimo Carolina Bonaparte scolpita da Canova ci distendiamo sul divano con le natiche in bella vista come una venere callipigia . E come il giovane Paride dell'Iliade gli uomini daranno il premio a quella che più assomiglia alla foto del cellulare..."
Luigi: "Così è iniziata la Guerra di Troia..."
Alberto : "Sarà una foto che mi è stata inviata da qualche amico buontempone, come accade invariabilmente".
Carla: " No! la foto sembrerebbe che sia stata scattata dal tuo cellulare!"
Alberto: "Qualcuno mi avrà preso il cellulare"
Carla: " Lo ritengo improbabile, ne sei gelosissimo non lo molli un momento, te l' ho preso durante il sonno e sono riuscita scovare la password".
Alberto: " Se ci sei riuscita tu potrebbe esserci riuscito qualcun'altro"
Marina " Questa comunque è una buffonata..."
Carla : "Comunque buffonata o no inizio io ..."
Atto I scena XI
Carla esce di scena si sente solo la sua voce fuori campo.
Carla: (voce fuori campo) " Ecco sono distesa come nella foto, qualcuno mi faccia una foto col cellulare...".
Alberto: " Sei pazza completamente, pazza, matta da legare...da manicomio"
Carla ( voce fuori campo): " Allora vuoi finirla con questa lagna, e poi non sei tu che dici che con la legge Basaglia i manicomi sono stati chiusi... allora questa foto...devo farmi un selfi? Devo mettermi a gridare dalla finestra mezza nuda? "
Alberto : "Fai pure! Fuori piove fa anche freddo."
Mario: "Certo che la cosa si fa interessante, sempre più interessante.
( Mario si alza e scatta una foto)
Manuela: " Ti ci metti pure tu a fare il cretino adesso?"
Carla (voce fuori campo): " Sotto un'altra... chi è la prossima".
Manuela: "Mario hai veramente scattato la foto..."
Mario: " Sì certo, nessuno lo stava facendo..."
Manuela: "Be' allora se tu scatti le foto io vado sul divano".
Mario: " No ferma non farlo"
Manuela: " Perché no? Tu hai scattato la foto, ed io quindi mi metto in posa."


Atto unico scena XII


Manuela esce di scena mentre Carla rientra riassettandosi la gonna.
Marina: " A questo punto ne scatto io un'altra, sono troppo curiosa di confrontarle" ( Si alza e scatta una foto dopo che Manuela, fuori scena, si è tolta i pantaloni e si distesa sul divano).
Luigi: " Siete tutti impazziti come il clima! E non credo che sia colpa del riscaldamento globale. Certo che voi donne siete strane impossibili a comprendere, una volta un mio collega regalò alla suo compagna un libro bello rilegato in pelle, carta pregiata Fabriano ad alto contenuto di cotone, col titolo " Cosa ho capito del mondo femminile", solo che aprendolo tutte le pagine erano completamente bianche ...Chi può comprendere i meandri del desiderio e della seduzione femminile, come decide una donna che quel tale potrebbe essere il suo uomo... un frase... una parola.. il gesto di ravviarsi i capelli, come si mette a sedere, come impartisce ordini... La seduzione femminile è un'opera d'arte, un evento culturale impossibile a capire per noi uomini troppo banali, ripetitivi, senza fantasia... eterni egoisti paurosi della morte... "
Marina: "Ancora una volta non sei riuscito ad evitare il tuo sermone."
Carla: " Be' allora, l'abbiamo fatta questa foto a Manuela?"


Atto unico, scena XIII


Rientra Manuela
Marina: " Sì tutto OK "
Carla: " Bene, bene, quasi ci siamo... Marina ora tocca a te...".
Marina: " Devo proprio"
Manuela: "Devi!"
Carla: "Assolutamente".
Marina: " E vada, mi tolgo la gonna e mi metto sul divano."
Luigi: " A questo punto scatto io".


Atto unico, scena XIV


Marina esce di scena e si mette sul divano.
Marina: " Avanti scattate, Luigi avevi detto che lo facevi tu"
Luigi: "Stavo scherzando..."
Manuela: " Allora scatto io"
Luigi: " Va bene finiamola con questa ignobile farsa"
Luigi si alza e scatta la terza fotografia..


Atto unico, scena XV


Rientra Marina e tutti si rimettono a sedere nei soliti posti.
Carla: " A questo punto chi è il più abile con i cellulari, forse tu Mario"
Mario: "Forse...".
Carla: " Allora scarichi le foto su una sola videata dove sono così presenti tutti e tre i mappamondi numerandoli n° 1, 2 e 3 più il primo che già avevamo, e facciamo quello voi medici, vero Alberto, chiamate una diagnosi differenziale, così conosceremo a chi appartiene il primo sedere.
Alberto: " E' veramente una follia, e poi così non proverai assolutamente nulla, non si vede il volto per cui è impossibile riconoscere chi possa essere".
Carla: " Questo lo vedremo, se non lo troviamo stasera allargheremo l'indagine, anche a tutto l'ospedale, anzi lo invio a tutti i gruppi di chat,
dichiarando la provenienza dal tuo telefono, qualcuno risponderà e griderà Eureka o qualcos'altro".
Alberto: " Sei assolutamente folle"
Luigi: "C'è del metodo in questa follia dice Polonio nell'Amleto."
Carla: " Certo l'Amleto, inizia tutto con un tradimento, la Regina Gertrude, madre Amleto ha tradito ed ucciso il marito..."
Mario: " Si sta parlando di una tragedia..."
Carla: " Ma non è una tragedia confrontare queste quattro foto.... avanti iniziamo, Mario le hai messe nella solita videata?"
Mario: " Non ancora..."
Carla: " Avanti quanto ci vuole..."
Mario: "Ecco, ... ho messo la prima foto in alto e le altre tre più sotto".
Carla: " Bene fammi vedere... è come sospettavo, il mio non ha nulla a che vedere con quello della prima foto."
Marina: " Passami il cellulare... si in effetti il tuo è molto diverso mentre gli altri due sono simili quasi indistinguibili"
Manuela: "Sì è cosi... non è Carla!"
Carla: " Guarda Alberto... che ne dici"
Alberto: "Non partecipo a questa follia."
Manuela: " Mario cosa ne dici?"
Mario: " Credo che voi donne abbiate ragione non è Carla"
Carla: "Sei rimasto solo tu Luigi... dacci un giudizio" . Il telefono giunge a Luigi.
Luigi: " Sì in effetti non è Carla!"
Carla " Ottimo, si restringe il campo, Non sono io ma potreste essere una di voi due..."
Manuela: "Impossibile...."
Marina: " Devo ammettere che il gioco è stato anche divertente, ma ora credo che dobbiamo fermarsi..."
Mario: No non ci fermiamo affatto, arriviamo fino in fondo..."
Carla: "Siamo in democrazia, mettiamo tutto ai voti, voto segreto, datemi un foglio di carta".
Mario: ( passandole il foglio). "Ecco..."
Carla: "La penna ce l'ho, scrivo da una parte Marina e dall'altra Manuela, mettete la crocetta dove pensate che sia più giusto, senza farvi vedere. Ecco io voto di già... fate girare il foglio".
Alberto: " Io mi astengo..."
Carla: "Fai come vuoi in democrazia è ammesso anche questo".
Il foglio in sequenza passa da Alberto a Marina, quindi a Mario, poi a Manuela ed infine a Luigi".
Carla: " Scrutinio finale, vediamo un po' : caspita due voti a Marina e due voti a Manuela, due gli astenuti: un pareggio...."
Alberto: "L'ho avevo detto io, non è possibile distinguere nulla, può essere chiunque..."
Mario: " Aspetta però qualcosa di simile molto simile c'è, le parti anatomiche non sono effettivamente facilmente comparabili, ma il divano e l'ambiente sì la foto nel cellulare di Alberto è stata scattata in questa casa il divano davanti a noi è identico e si intravede anche un leoncino in pietra stile orientale, sì è lo stesso... tutte le foto sono state scattate con quel divano sullo sfondo con la parete verde."
Luigi: (visibilmente sorpreso e sconcertato) "Sì quello è il leone del tempio buddista che abbiamo comprato a Bangkok lo scorso settembre.... la parete verde è la stessa... si vede anche un pezzo di libreria... non c'è dubbio è casa nostra... Marina hai qualcosa da dirmi?"
Carla: " L'enigma sta andando verso la soluzione non abbiamo il colpevole, o meglio uno già lo conosciamo ( guardando Alberto), ma abbiamo la scena del delitto e conosciamo l'epoca da settembre ad oggi."
Alberto: " Tutto assurdo!".
Marina: " Quello è il nostro divano, ma non sono io"
Mario: "Allora sei tu Manuela?"
Manuela " Sì sono io!..."
Attimo di sconcerto generale che si propaga come un onda con un tumulto di espressioni, chi alza chi si avvicina, un fermento di sguardi e di gesti stupore e meraviglia, sgomento e confusione ruotano attorno al soggetto principale, tutto esalta la centralità di Manuela commensali che si dispongono come nell' " Ultima cena di Leonardo da Vinci" appesa sulla parete.
Mario: " Credo che tu mi debba una spiegazione, Manuela..."
Carla: "Anche a me..."
Alberto: "A questo punto credo che debba delucidazioni a tutti noi."
Manuela: " Sono io sul divano... Doveva essere uno scherzo, una burla..."
Luigi: "E chi ti ha scattato la foto?"
Manuela: " Nessuno."
Mario: " Come nessuno..."
Manuela: " Sì perché è stato un autoscatto, doveva essere uno scherzo...ero qui a casa di Marina, ti ricordi avevamo parlato di quel
negozio di intimo " Lazzi e frizzi" particolarmente osée diciamo pure abbastanza sexy..."
Marina: " Sì giovedì scorso, mi ricordo."
Manuela: "Io c'ero già stata e avevo acquistato un completo, e mentre ti eri assentata qualche minuto, l'ho provato e ho usato il vostro divano come sfondo."
Carla: " Ma perché la foto è stata inviata a Alberto?"
Manuela: " Non doveva arrivare ad Alberto, ho sbagliato l'invio."
Luigi: "E a chi doveva essere inviata?"
Manuela: "A te Marina, te lo detto doveva essere uno scherzo..."
Marina: ( evidentemente sorpresa)" Ma che scherzo è questo...".
Manuela: " Be', evidentemente proprio non capisci...scusami"
Mario: "Evidentemente non capiamo proprio noi , credo che la cena sia finita, il tempo non accenna di migliorare, noi andiamo a casa, vieni Manuela"
Manuela: "Sì vengo subito..."
Carla: " A questo punto andiamo anche noi"
Alberto: " Sì, andiamo domani sarà una giornata pesante"
Marina: " Vi accompagno qua sotto cerco anche qualche ombrello".
Tutti si alzano e iniziano a salutarsi, cercando di guadagnare l'uscita, escono dalla scena, rimane solo Luigi che inizia a sparecchiare...


Atto unico, scena XVI


Rientra Manuela un po' trafelata.
Manuela: " Te l'avevo detto che fare quella foto era troppo pericoloso..."
Luigi: " Sì è vero, ma quel completo era troppo irresistibile...piuttosto tu, potevi stare attenta con l'invio della foto.."
Manuela: " La volevo mandare a te, ma ho sbagliato, mi si sono accavallati i numeri...
Luigi: " Credi che l'abbiano bevuta? Comunque l'importante è che non pensino a noi due..."
Manuela: " Carla credo di sì, si tolta una rivale, e forse tutt'e due".
Luigi: " E Mario che pensi abbia capito "
Manuela: " Nulla come al solito, piuttosto penso che sia sta lui ad inviare il biglietto incriminato. "
Luigi: " Alberto ?"
Manuela: " Tanto è il solito insensibile e Marina mi è sembrata sinceramente confusa, non se lo aspettava proprio."
Luigi: " Forse ne è lusingata o anche tentata"
Manuela: " Chissà..."
Luigi: " Potrebbe anche essere lo stesso per te?"
Manuela: " Dovrebbe essere un fulmine a ciel sereno o nevicare d'estate.."
Voce fuori campo
Mario: " Manuela vieni, è incredibile è iniziato a nevicare!"