PREMIO CRONIN NARRATIVA 2020

       

dr. Angelo Pio Villani

 

di Bari

       

per il racconto dal titolo:

"TRE VERITA’"

 

Motivazione:

La vicenda si sviluppa sotto gli occhi del lettore in modo coinvolgente, sorprendente e inquietante attraverso tre punti di vista diversi. Si è portati di volta in volta ad aderire alle verità dei tre personaggi per poi rimanere spiazzati dalle contraddizioni che queste verità producono tra di loro. Sullo sfondo una fine anatomia del sentimento amoroso con le sue ambiguità e i suoi lati oscuri. Lo stile è asciutto, sicuro ed efficace. 

********************

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.1.

Ricordo bene quella sera di aprile, dolce e accogliente, senza un filo di vento, con un’aria tiepida che riscaldava le attese inconsce.

Mai avrei pensato, dopo una settimana di silenzi strazianti, che Eleonora fosse lì ad aspettarmi, su quel ponte che tante volte avevamo percorso insieme, mano nella mano, guardando il fiume che accarezzava in sottofondo la città, contenti solo di viverci.

La vidi da lontano, e mi avvicinai spedito, con il cuore in tumulto.

La salutai, prima ancora che mi potesse vedere, e lei si voltò subito, sorridente.

«Eleonora, sei bellissima…non ti ho mai visto così!» Era meravigliosa: dopo una settimana di assenze, sono certo che voleva regalarmi il meglio di lei.

Regalarlo a me…solo a me A nessun altro.

L’amore, del resto, è esclusivo; si ama per sempre, soltanto una persona, scegliendola ogni giorno, ogni attimo.

Non esiste altro limite.

E quella settimana, vuota di lei, era stata solo una parentesi inattesa, un’indecifrabile intermittenza di un amore eterno.

Mi guardò in silenzio.

Chi mai, all’infuori di me, avrebbe potuto comprendere quel suo sguardo, con il quale raccontava di desiderarmi ancora, più di prima?

Non si può guardare così in profondo qualcuno, se non lo si ama davvero.

Fu un attimo: l’abbracciai con tutto me stesso, tutta la mia anima e la passione possibile: si può fingere con un bacio, ma un abbraccio non racconta mai menzogne.

Finii quasi per fondermi con lei…i nostri respiri affannosi si sincronizzarono e raggiunsero l’unisono.

Desideravo portarla via da lì, sentirla solo mia.

Lei si lasciò andare e le mie mani strinsero più forte, fin quasi a fermare quell’attimo per l’eternità.

La verità è che ero felice.

Forse così tanto da non rendermi conto di dove eravamo, e che pericolosamente ci stavamo spostando troppo vicino alla balaustra di quel ponte dove ci stringevamo.

E di colpo arrivò il freddo…

Poi il buio…

E il nulla…

 

 

.2.

Ricordo bene quella sera di aprile.

Il vento capriccioso spirava a tratti, sussurrandomi desideri sconosciuti.

Mi fermai alla metà esatta del ponte, a guardare il fiume che, consapevole, si arrendeva alla ricerca vana di un argine.

All’imbrunire, quando il buio tarda ad arrivare per coprire le angosce, è bello respirare la solitudine, patinata di malinconia, piacevole e immotivata, densa di pensieri invisibili e veloci.

Proprio come soffi di vento capriccioso.

Mi chiamò per nome, all’improvviso, e sobbalzai: non lo vedevo da una settimana, e ritrovarlo così, inaspettatamente, mi turbò.

«Davide, non dovresti essere qui…»

«Non dire nulla» continuò, «non ti ho mai visto così bella!»

Ero bella, sì, ne ero consapevole, ma non per lui, né per nessuno.

Volevo sentirmi bella solo per il gusto di piacere a me stessa, senza alcuna aspettativa.

La gonna sopra il ginocchio, corta come mai ne avevo indossate, i tacchi sottili e alti che mi slanciavano le gambe, regalandomi un’altezza inusuale, e la giacca di pelle nera su una camicia che per la prima volta lasciava intravedere i miei seni, per tanto tempo celati come una vergogna, mi facevano assaporare quel piacere sconosciuto e innocente, troppe volte giudicato colpevole, di sentirmi bella.

«Andiamo via da qui, Eleonora. Non puoi andare in giro da sola, così…»

«Non ricominciamo, Davide. Lo sai che…»

Provai a fargli capire che non era il caso di andare avanti.

Aveva ragione lui: non mi aveva mai visto così bella, perché non mi aveva mai permesso di esserlo.

Avevo smesso di rendermi bella per lui.

E per me.

L’amore, in fondo, non si misura dai gesti o dalle parole.

L’amore è solo la certezza di essere migliori per se stessi e per chi è accanto a noi.

All’infuori di questo non c’è amore.

Lo guardai a lungo, in silenzio, parlandogli con la tenerezza negli occhi che in realtà era soltanto il surrogato di un sentimento ormai scolorito.

Se amore può definirsi qualcosa che ha un termine e non piuttosto ciò che dura per sempre.

Sì, amore e sempre sono la stessa parola, oltre i limiti del tempo, dei giorni, delle stupide convenzioni di ore e minuti e che creiamo solo noi, con l’innata imperfezione di esseri umani, nel patetico tentativo di spezzettare l’infinito.

Perché dell’eterno non siamo capaci.

Il suo volto di colpo s’irrigidì, e il suo respiro si fece più corto.

Fu un attimo.

La verità è che mi ritrovai immobilizzata in una stretta che non aveva nulla di un abbraccio.

Non ebbi la forza di reagire.

Il vento divenne più forte, vicino alla balaustra del ponte verso la quale mi spingeva.

E di colpo arrivò il freddo…

Poi il buio…

E il nulla…

 

 

.3.

Quella sera di aprile, mio Dio, chi potrà mai cancellarla dalla mia mente?

Rimarrà indelebile come una cicatrice profonda sulla propria faccia, con la quale, prima o poi, bisogna fare i conti.

Puoi evitare gli specchi, ma non potrai evitare per sempre d’incrociare gli occhi della gente, che, per quanto si sforzi, non riuscirà a trattenere il disagio nel notare quel segno disgustoso sul tuo volto.

Pioveva, Signor Giudice, ne sono sicuro, o forse no; forse erano solo le lacrime che non riuscivo a nascondere davanti alla certezza di una vita inutile, come lo è ogni vita senza amore.

Non è colpa mia…non è mai stata colpa mia!

Ho provato in tutti i modi ad amare, ma non ci sono riuscito.

Le donne mi hanno sempre ingannato: dopo i primi tempi, in cui vendevano angoli di paradiso e dopo baci che si scioglievano nella bocca come zucchero filato, sparivano nel nulla, così com’erano comparse, diventando fantasmi che si divertivano ad affollare la mia mente.

Così ho iniziato a odiare l’amore.

Sì, a odiarlo.

L’amore è una bugia, solo un’inutile e crudele bugia, Signor Giudice.

Come si può amare davvero, e poi per sempre?

Amore è il contrario di sempre.

Ogni giorno noi cambiamo, la nostra vita è una continua evoluzione, una corsa inarrestabile verso la fine, o verso una trasformazione.

Se esiste un dopo…

E questa stessa vita forse non si conclude molto prima di conquistare la consapevolezza di averla vissuta?

L’amore non esiste, Signor Giudice, perché ogni attimo noi diventiamo diversi da quello che eravamo nell’attimo precedente e, dunque, amare sarebbe il paradosso di scegliersi minuto dopo minuto, secondo dopo secondo, con qualcuno che, come noi, non è più quello di un attimo prima.

Vale a dire scegliere un perfetto sconosciuto.

Sì, Signor Giudice, camminavo piangendo su quel ponte, dove, come tutti gli innamorati, anch’io mi ero scambiato promesse vacue, illudendomi di poter essere felice.

La felicità… un’altra crudele bugia come l’amore.

Mi dica, Signor Giudice, se lei è mai stato felice.

Forse talvolta le sarà sembrato di essere felice solo perché, con rispetto parlando, lei semplicemente confonde la felicità con l’assenza di dolore.

E’ solo l’ennesimo inganno della nostra vita: siamo felici per un bacio, per una sorpresa piacevole, per una carezza… tutte cose che durano troppo poco per mitigare l’inquietudine del nostro sopravvivere; il dolore, che prima o poi arriva, spazza via quella contentezza con la stessa facilità con cui un’onda, anche piccola, cancella una scritta sulla sabbia che si scrive con la follia di non rendersi conto che basterà poco a farla scomparire, per sempre, lasciando lo stesso spazio ad altre inutili parole.

Che dureranno solo il tempo di un’altra stupida e inoffensiva onda…

Camminavo senza mèta, solo per avere la certezza di essere diventato finalmente insensibile alla pioggia, al sussurro del fiume, al tramonto che precede ogni sera, che pur con l’arrivo delle ombre, non riesce mai a coprire le mie angosce.

Lo sguardo era rivolto in basso: non si può avere l’ardire di guardare il cielo quando desideri sprofondare; così non ho potuto evitarli.

Ero ormai a pochi metri da loro quando ho alzato lo sguardo e li ho incrociati davanti a me: lei era bellissima, come mai avevo visto nessun’altra donna; lui la stringeva, estasiato.

L’ho compianto, pensando che quel sogno illusorio che lui credeva di vivere sarebbe evaporato ben presto nell’aria tiepida di aprile.

Ho avuto la tentazione di cambiare strada: il profumo dell’amore m’incuriosisce, ma mi spaventa, forse perché ho il terrore di non riconoscerlo o di dover aspettare chissà quanto per assaporarlo almeno una volta.

Mi sono fatto coraggio e ho deciso di rimanere su quel marciapiede: del resto non passava nessuno all’infuori di me; non avrei dovuto giustificare a nessuno le mie debolezze.

Mentre mi avvicinavo, continuando a guardarli, mi è sembrato però di percepire qualcosa di strano: forse non era un abbraccio quello che si stavano scambiando: il viso di lei non comunicava passione o desiderio.

Sempre più vicini a quella balaustra, con lui che la stringeva con forza…

Poi quei pochi passi di lato.

Ricordo che ho sgranato gli occhi e prima che potessi gridare sono scivolati oltre il parapetto.

Nel buio…

Nel nulla…

Sono rimasto impietrito: avrei voluto invocare aiuto, ma per pochi crudeli secondi mi sono solo chiesto se davvero avevo visto due persone abbracciate su quel ponte, o se invece non avevo solo immaginato di dare il volto di due sconosciuti al desiderio di una vita diversa…

Come dice, signor Giudice?

Se sono sicuro che siano caduti e non piuttosto…?

No…non posso credere che…

Ma ora che lei mi ci fa pensare…l’abbraccio del ragazzo sembrava troppo forte; un abbraccio, se fatto con amore, è saldo ma gentile, comunica calore, non forza.

E lei…sì…sto ricordando, lei sembrava non ricambiare quell’abbraccio…

Santo Dio…ma come può aver fatto quel giovane una cosa simile?

Se davvero amava quella ragazza avrebbe dovuto proteggerla, oltre ogni tempo e luogo, anche se fosse stato rifiutato da lei.

Non può esserci possesso nell’amore!

Amore è donarsi senza misura, spogliarsi di tutto per l’altro, respingere la sola idea di pretendere di possederlo.

Amore è scelta, il contrario di costrizione.

Come dice, Signor Giudice?

Ho appena finito di dire che l’amore è una bugia e ora ne parlo come qualcosa di etereo, divino, gratuito?

Sono confuso.

Sarà quest’aula, il ricordo di quella sera, di quei due ragazzi improvvisamente spariti alla mia vista, che mi sta confondendo…

Lei, Signor Giudice, mi dice ora che c’era qualcun altro oltre me, quella sera, che ha osservato tutta la scena?

E cosa avrebbe visto?

No…non può essere!

Mente!

Mente sapendo di farlo!

Sì, sono passato molto vicino a loro.

Non ricordo bene Signor Giudice: piangevo, le lacrime offuscavano tutto…

Forse li ho spaventati con la mia presenza… e avranno fatto qualche movimento brusco che ha fatto perdere loro l’equilibrio...no, no…credo sia stato lui a spingerla perché lei…

No!

No!

Non sono stato io!

Non avrei mai potuto!

Mio Dio, come potete credere alle parole di un pazzo o di un cieco?

Odio l’amore, ma amo la vita in tutte le sue forme!

Erano solo due ragazzi…stupidamente abbracciati!

Persi a giurarsi una fedeltà impossibile!

Schiavi di una bugia impalpabile!

Erano la certezza dei miei fallimenti!

La verità è che non volevo farlo…vi giuro, non volevo farlo.

Vi prego, non portatemi via…

Abbiate pietà di me!

Ho paura del freddo…

Ho paura del buio…

Ho paura del nulla…

2° PREMIO NARRATIVA

       

dr. Santo Gioffrè

 

di Palmi (RC)

       

per il racconto dal titolo:

"Vivo! Ero di nuovo vivo!"

 

Motivazione:

La drammatica circostanza di un arresto cardiaco offre il pretesto per un racconto escatologico che si inserisce nella lunga tradizione delle visioni dell’Aldilà. La vicenda onirica del protagonista si sviluppa in modo immaginifico ed originale e si apre a incisive e profonde riflessioni sul senso della vita e sul mistero della morte.

********************

Ero in cielo. E se non era il cielo vi somigliava davvero tanto.
Forse stavo sognando o forse ero semplicemente morto.
Non so se colsi l’impressione di non esserci più, ma avvertii nettamente il distacco dal corpo e il freddo pungente che dalla punta dei piedi saliva in un gorgo infernale, fino al centro del cuore.
Tutto accadde velocemente.
Il catetere infilato dentro l’arteria radiale, tramortita dalla lidocaina, aveva portato il mezzo di contrasto fino all’imbocco delle coronarie. Non c’era nessuna ostruzione critica nella parte sinistra del cuore; solo quando il catetere imboccò la coronaria di destra, il mondo si fermò .
L’arresto cardiaco fu fulmineo, simile a un lampo scagliato con forza che violenta e squarcia le nubi. Non chiese il permesso di farlo, lo fece e basta.
Perché il tempo, il mio tempo, era finito.
I cuori non sanno vivere nella doppiezza!
Non possono tollerarla a lungo.
Perché si può morire più che nella morte stessa, nella vita.
Passai così dalla vita alla morte con dolcezza, quasi col sorriso tranquillo di chi si addormenta appagato, perché la donna amata gli sta accanto, stretta al suo braccio, gli cinge la testa mentre il respiro di lei si disperde sul suo viso.
In quel lettino, quel giorno, giaceva il mio corpo esanime, ma il mio cervello, prima di spegnersi, ebbe sussulti di resistenza. Nel sogno della morte, alle porte di un altro regno, mi vedevo figura umana.
Dov’ero, dunque?
Chi era quel Cavaliere in armatura luccicante che avanzava? Una densa nebbia chiudeva l’orizzonte e indeboliva la mia vista, impedendomi di vedere oltre.
C’era la neve, di questo sono sicuro. Neve candida, figlia dell’inverno, scrigno di gioie scintillanti in leggiadri disegni aerei, scapricciate variazioni sul tema esagonale di effimere forme.
Dapprima rimasi estasiato da quelle fragili espressioni di bellezza, manifestazioni dell’euritmia che troppo spesso gli uomini non vedono o non sanno vedere.
Poi, improvvisamente, lo scenario cambiò. Innanzi a me notai alcuni casermoni, dipinti nei modi più bizzarri, tanto da creare una confusione cromatica che dava il senso della perdizione. Non avevo mai visto nulla di simile. Quei casermoni erano immensi, ma c’era in essi un senso di decadenza. Non so a cosa potrei paragonarli, forse a grandi officine, ad enormi depositi di detriti zeppi di scarti di cenere che avevano brillato di fuochi maestosi o ad hangar sotterranei di missili che rendono vano dire che la vita è bella.
Dunque, dov’ero?
Il Cavaliere, con piglio deciso, mi indicò con la punta della picca d’incamminarmi verso una delle grandi case.
Al mio fianco, incolonnati come soldati sconfitti, prima negli entusiasmi e poi dalle guerre, altri esseri si dirigevano verso gli ampi, variopinti edifici.
Incominciai a domandarmi il perché di quello spettacolo e a guardare me stesso fino a non riconoscermi più.
«Che ci fai tu, qui?» mi domandò il Cavaliere con la visiera dell’elmo ancora calata sul volto.
La sua voce metallica rimbombava.
«Non lo so» risposi.
«Davvero non lo sai?» chiese ancora il Cavaliere.
Feci di no col capo, ma quello restava in attesa e fissava i miei occhi.
«Indicatemi voi la via. Mi trovo qui senza saper da quale strada giunsi, né perché.»
«Be’, adesso sei qui.»
Guardai bene il Cavaliere: montava un cavallo dal lucido mantello nero, con criniera intrecciata a rovi di biancospino appena appassito, con picca e stendardo di casa nobiliare blasonata, a me sconosciuta.
«È là che devi andare», disse come se la sua unica funzione fosse quella di indicare un luogo.
La sua voce non lasciava scampo.
Il casermone era simile a tanti che avevo visto nel tempo della mia vita passata. Senza particolari accorgimenti architettonici o stilistici.
Non bastano ad ispirare gli scrittori le Case dei Morti.
Erano fabbricati senza epoca, come quelli che non lasciano nulla perché le epoche morte non hanno stile.
«È là che devi andare! Che son dunque queste titubanze?» ripeté. Restavo ancora immobile, a fissare quel rosso che si contendeva il primato sull’amaranto, mentre il giallo combatteva perché voleva spazio.
La voce del Cavaliere parlò ancora.
«Può forse aspettare la morte?» «Non lo so», sussurrai.
Il Cavaliere scosse il capo gravato dal pesante elmo.
Sollevò la visiera e dai suoi occhi, profondi e chiari, sembrava si sprigionassero strali magnetici.
«Tutti cercano di rendere la vita difficile a chi è costretto a smistare il traffico che si riversa per queste vie. Leggi cosa sta scritto su quell’insegna.» E io lessi.
Casa delle attese senza illusioni.
C’era scritto proprio così, “Casa delle attese senza illusioni”.
«Qui giungono tutti quelli colti da morte imprevista e accidentale. Quella casa per te, e per altri come te, è una zona di sosta.
Considerala come una specie di stazione ferroviaria dei paesi muti, non segnati sulle mappe. Una stazione dove però non passa nessun treno.»
Vide il mio sgomento. «Sbrigati a prendere il numero all’entrata, è un numero progressivo di arrivo.»
«Perché devo farlo?» «Per non perdere il normale diritto all’oblio», sentenziò .
Mi avviai sconfitto, seguito dal Cavaliere che, intanto, era sceso dal corsiero.
Lui mi venne dietro, dopo aver sussurrato al suo destriero di non illudersi perché la libertà che gli concedeva sarebbe dipesa, solo, dalla sua volontà.
Notai schiere di persone che si dirigevano in diverse direzioni ed uno strano personaggio, con una verga in mano, che regolava il mesto traffico, ora da una parte, ora dall’altra. «Perché io qui e gli altri vanno verso altre case?» «Quelli che entrano lì non escono più», continuò a parlare il Cavaliere.
Ero assetato di risposte e lui, forse, ebbe pietà.
«Vi sono tanti modi per morire. Subito dopo l’arresto cardiaco si perdono i sensi. Il pallore s’impressa nel volto e le labbra diventano cerulee, mentre il cuore, paralizzato, ti è compagno nel sepolcro. Poi, c’è un altro modo, quando il cuore s’arresta. Il cervello allora si ferma e per un attimo sogna. La paralisi cerebrale ti congestiona, rapidamente. Le labbra, le gengive, la lingua diventano violacee e tu sei legato a un filo sottile. In verità, potresti vivere ancora, ma la fossa è già aperta sotto di te!»
Io lo ascoltavo e, guardandolo come un ragazzo intento a saltarellare tra i quadrati del gioco della campana, sentivo le sue parole traballanti a causa degli scossoni che il defibrillatore causava al mio corpo fiacco. «Se avrai buona sorte, ritornerai sui tuoi passi. Comprendi?» Annuii come un automa.
«Tu, sei mai tornato sui tuoi passi? O sei stato furioso fomentatore di vie nuove? Dovresti sapere che la via del non ritorno è la più semplice da percorrere».
Vedevo, sul sentiero, un andirivieni senza tregua. Un’incessante colonna di uomini, donne fanciulli e bambini che entrava da una parte e usciva dall’altra, senza fretta. Tutti si ignoravano, non mostravano alcuna bramosia né voglia di socialità.
Era come se viaggiassero dentro candide nuvole zeppe di gas, accecati dal bianco candore e spazzati via da un soffio debole di vento, sottoposto a un tempo scandito da ritmi costanti e con lo stesso intervallo.
Guardai meglio le persone che si trovavano nello stanzone cui ero destinato: andavano incontro alla morte con gli abiti di sempre e con le stesse inquietudini che le avevano accompagnati nella vita. Più che una stazione, quella Casa sembrava un porto di arrivo. Masse di emigranti aspettavano la sorte decisa da altri, si guardavano attorno per capire cosa ci facessero lì, esiliati dal mondo dov’erano nati e cresciuti. Cosa dovevano aspettarsi oltre la banchina di quel porto?
E io? Io cosa avrei dovuto aspettarmi?
Gente che si scrutava e indagava tutto ciò che la circondava: uno spazio offuscato dalla paura e dal freddo della morte. Nulla, in quel luogo, emanava pietà: tutto era spento.
Non esisteva nessuna forma di conforto.
Varcai la soglia perché tornare era impossibile. Dovevo avanzare ancora.
Il Cavaliere mi accompagnò fin dentro la Casa, dopo che mi fui impossessato di un numero che dava senso all’impersonalità e dove tutti diventavano numeri.
C’era gente seduta sui banchi in mezzo alla stanza e vicino alle pareti. Era in attesa, rassegnata a una diversione obbligatoria, come se quella stazione fosse un contrattempo.
Alcuni stavano con gli occhi chiusi e ricordavano la vita passata con malinconia. Altri maledicevano la morte e chi l’aveva inventata.
Nessuno volle rivelarmi il motivo dell’attesa in quel luogo e capii che le domande non erano ben accette. Ognuno aveva la sua storia da raccontare, nessuno era interessato alla storia dell’altro. Motivazioni diverse legate da un filo invisibile, ci avevano condotti tutti a quel bivio.
Il Cavaliere si fermò .
«Non posso spingermi oltre. Ora sarai tu a rispondere a te stesso. Sappi che hai scritto cose che non ti era concesso rivelare su di me, ma che pur andavano raccontate perché l’ignoranza è bestia feroce e rende rabbiosi e spegne gli uomini ancor prima della morte. Da questo momento dovrai camminare per la tua strada senza che io possa imporre il supremo imperio, come ho fatto finora perché tu non varcassi la via del non ritorno. Ciò che su di te si deciderà non è nelle mie prerogative poterlo determinare.»
Rimasi solo. La voce del guardiano scandiva i numeri di quelli che tenevano il proprio numero stretto al petto.
Alla chiamata del numero corrispondente, corpi inanimati trasformati in spiriti dolenti s’incamminavano verso le uscite in fondo alla sala.
Alcuni tentavano d’infilarsi in un varco laterale ma subito, violentemente redarguiti dal guardiano, venivano indirizzati verso l’uscita prefissata. «Senta, mi sa dire cosa c’è oltre quella porta?»
Il Guardiano, magro, dinoccolato, strano d’aspetto e nelle movenze, negli occhi ululati di vento, lampi sanguigni e pioggia dirotta come un quarto atto di una sinistra tragedia, mi guardò in malo modo e non rispose, inviperito per una domanda che non poteva avere risposta.
Alle mie insistenze, l’uomo armato di una verga di salice mi sferrò un violento colpo che non lasciò alcun segno. Rantolai a terra e quello mi colpì ancora.
Il suo corpo arboreo si piegava verso di me. Ebbi timore di lui e di quella verga. Il Cavaliere se n’era andato e quel Guardiano cinico e crudele era rimasta l’unica guida.
«Oltre quella porta solo la morte vi abita. Nessun sole brilla. Tutto è spento e nessuna luce illumina l’intelletto. Oltre quella porta, finisce la chiarezza del razionale, anche quella falsa, conservata gelosamente nel dogma della beatitudine che si acquisterebbe dopo la morte perché la visione di ogni Dio, fin dalla notte dei tempi, appaga le tribolazioni patite in vita. È nel mondo dal quale tu provieni
che stanno verità e bugie. Qui, tutto è muto e si interiorizza il senso di perdizione che provoca l’oscurità degli abissi senza fondo e aggrapparsi a pareti prive di appigli non serve a nulla.»
Le risposte erano state date anche se la mia sete di conoscenza era infinita.
Tornai pensieroso sui miei passi e mi adagiai su una panca, nascosi il mio numero, sperando così che nessuno mi venisse a cercare.
Mi ritrovai accanto una bellissima donna, dai lineamenti delicati e la pelle lucente. La sua era una bellezza antica, eppure c’era in lei qualcosa di irrisolto. Se ne stava seduta, con le gambe accavallate, la testa appoggiata contro lo schienale. Indossava strane calze a rete a rombi fantasmagorici e magnetici che eccitavano le menti, fino a desiderare di accarezzare quelle gambe.
Forse l’avevo già incontrata nei tempi della mia vita passata.
Lei, già pallida e distratta, m’incantò proprio sulla soglia della morte. Aveva appena aperto gli occhi e fissava i guardiani con tremore e paura, ormai rassegnata.
«Ma non ci siamo già conosciuti?» le chiesi con poco ritegno.
«Che senso ha sapere ora se ci siamo conosciuti nel nostro vissuto? Quel tempo esisteva per sentire i profumi dei corpi e coglierne la bellezza. Questo per dimenticarci.»
La donna, sorvegliando i guardiani, mi guardò e mi sorrise. stava per riaddormentarsi.
La stimolai perché non accadesse, rivolgendole una banale domanda.
Che smania di vivere e sete di ammirare cotanta bellezza dovette scuotere l’anima mia se pur in quella circostanza avvertii l’impulso a riempirla d’amor umano!
Lei si strinse ancora a me e mi toccò la mano.
Nell’altra, stringeva il numero del suo destino.
Non fu possibile stimare il tempo che ci volle per misurare la passione che ci assalì e che vide unirsi ciò che di noi era rimasto. La sua voce e la mia, i suoi occhi e i miei non cessarono di parlarsi. Quel punto in cui si riceve il primo colpo morboso, quell’istante in cui un intervento malefico cancella la linea di divisione tra ci che è illusorio e ci che è reale, non si potrà mai coglierlo nettamente come ci che è vivo e ci che è morto, al pari della sottile linea che supera la realtà e tutto quello che è illusorio.
Il germe, la molla, la corda del pensiero e le cose dell’animo umano, ci sfuggono. Noi crediamo, a volte, di essere vivi solo perché siamo capaci di relazionarci, ma forse dubitare della nostre capacità di amare il prossimo basterebbe a renderci realmente vivi, anche a cuore fermo.
Lei comunque era ancora viva. Lo era in me. Nella mia anima, nel mio cuore, nel mio sangue che si stava lentamente trasformando. Forse apparteneva a uno dei mille destini, a una vita non vissuta, a un ologramma, proiezione inconscia di bizzarrie volute dalle divinità.
La donna mi puntò insistentemente, con i suoi occhi scuri e mi sollecitò ad accarezzarle i lunghi capelli neri.
Ci unirono subito il posto e poi i corpi.
Lei con fare frenetico, conscia che il tempo non lasciasse spazio a esser vissuto per intero, saltò tutti i preamboli del consumare amore e si abbandonò a tutto ciò che d’insolito l’amore potesse inventarsi e se io di alcune delizie ero privo, lei insistette in ardore tanto che riuscì a non farmi sentire la sazietà. Apriva e chiudeva parecchie volte gli occhi, abbracciando il mio corpo. Mi toccava le tempie, la bocca, il mento, le palpebre fino al principio del petto. Mi baciava mentre si sdraiava sotto di me, tra gli sguardi indifferenti dei sorveglianti. Fu lei ad amarmi. Fui io ad essere amato, succube di quella bellezza incontrata altrove.
Mi possedette a suo piacimento, ma quando mi toccò il petto dove doveva pulsare la vita, di colpo cessò quella danza frenetica d’amore.
Non percepì i battiti del mio cuore! Si ritrasse immediatamente e mi scrutò con occhio malevolo.
«Come son vili gli uomini…» Trattenni la sua mano perché la volevo. Adesso la volevo!
Ma lei fissò i miei occhi e nei suoi vidi l’abisso.
«Che amor puoi dare se il tuo cuore non pulsa? Come fai a essere così freddo proprio nel posto dove l’amor si deposita e s’accende e pretendi di voler scaldare il mio ventre?»
S’allontanò , con sdegno, senza rivolgermi altro sguardo, proprio mentre il guardiano gridava il suo numero. Lei si avviò verso la porta rendendomi oggetto del suo ultimo disdegno.
«Dove sta andando?» le gridò il Guardiano, «non è quella la sua uscita. Lei è morta. È morta!»
In quel corteo funebre molti visi si voltarono verso di lei, chiamandola a gran voce.
Infuriato per quella interferenza, il Guardiano elencò i compiti e le mansioni di coloro che attendevano la loro chiamata.
«I morti non si autodeterminano. Rimangono nella memoria di chi li ama e nello spergiuro di chi li odia. Loro non hanno deciso mai nulla e chi a nome loro parla o agisce, dissimula come fa l’insolvente quando spaccia moneta senza che nessun tesoro appaia nei suoi depositi per garantirla.»
Stordita dalla presa di coscienza del suo ruolo, la donna imboccò la direzione giusta. Il Guardiano, questa volta, con misericordia le si mise a fianco.
«Voglio dirle che persino in questo mondo dove nulla è, l’ho ammirata. Per quaranta minuti, mi ha trasmesso pulsioni che non sentivo da tempo nel vederla far l’amore con quel giovane fin quando si è accorta dell’immane inganno. È vero che l’amore, quando vuole, non cessa mai di cercare loco.»
Poi, il Guardiano non disse più nulla e severo riprese a smistare.
Solo quello sapeva fare: smistare.
Gli altri guardiani, talvolta impietositi, cercavano di favorire la vita, lui no: era il sensale delle ragioni della morte. Aveva contraddetto il relativismo del concetto di simultaneità dove l’effetto era indipendente dalla causa. Lui indirizzava tutti oltre quella porta.
Ma pur nella secolare certezza, nulla è sicuro!
Non stette molto a discutere col nulla. Guardò e prese in mano qualcosa che gli era arrivato dentro uno strano tubo sospinto da un vorticoso soffio senza alcuna origine, qualcosa che si poteva imputare al sospiro del vento.
Lesse il mio numero.
«Tu, infilati dentro quella porta!» ordinò perentorio e senza alcuna emozione, tanto era insipiente.
Non gli bastò . Non era lui che decideva il definitivo trapasso, quello che porta il cervello ad essere assopito dalla dolce anestesia della vitalità diminuente.
Quell’onda impetuosa della vitalità compromessa che, a poco a poco, si va attenuando e determina il placido abbandono.
Lui si rivelò un povero servo che vedeva con gli occhi degli altri, persino quando gioiva nel pensarsi giudice di chi si apprestava a morire. Pensava che tutte le sue frustrazioni e rivincite potessero trovare appagamento tra gli occhi imploranti di chi morte non aveva cercato.
Lui era solo il cancelliere di un tribunale, notificava sentenze. Quando, infine, ero giunto alla soglia e stavo per oltrepassare la porta in fondo, il Guardiano mi ferm ò di colpo.
«Fermati tu! Stai fermo, come il tuo cuore. Fermo!» continuava a gridare. E aggiunse, sottovoce: «Ecco un altro raccomandato. Nemmeno nell’arresto cardiaco c’è uguaglianza. In che razza di mondo oscuro si è costretti a vivere…»
Piegò il capo a un ordine. Ubbidendo a qualcuno senza che riuscissi a capire da dove provenissero gli ordini.
Dovette sottomettersi proprio nel momento in cui aveva raggiunto la piena consapevolezza che il dominio del comando gli apparteneva.
«Chi sei? Perché hanno tanto riguardo per te?», mi chiese mentre, con occhio timoroso e guardingo, teneva sotto controllo la porta, come il servo che teme l’arrivo del violento padrone.
«Il tuo cuore è fermo, ma la grande calca di gente impegnata a farlo ripartire mi fa capire che calpesterai altre foglie secche sotto gli alberi prima che arrivi l’inverno per sempre.»
Risposi a quella sua ironia che mal celava la collera dicendogli che forse qualcuno mi amava ancora sulla Terra.
E lui mi fissò : «Mi chiedono di vegliare sulle anime erranti. Mi chiedono di indicare la strada ai morti. Ma qualcuno giunge qui e viene richiamato indietro intralciando il tempo del mio lavoro.»
C’era la vita, scorreva ancora il sangue nelle mie vene.
Il Guardiano parlava ancora, come un insegnante disposto a regalare perle di saggezza: «Nelle pitture delle tombe dei Faraoni, il cuore del Grande Re appariva sempre su un piatto di una bilancia. Sull’altro c’erano la sua bontà e la magnificenza manifestata in vita. Facevano così per decidere la sorte dopo la morte. Se il tuo cuore adesso fosse messo su uno dei due piatti cosa si dovrebbe mettere come contrappeso? Il tuo amore per gli altri? Dimmi, tu, hai mai saputo amare?»
Così concluse il Guardiano facendo sbollire la sua rabbia.
Trovai la voce nel petto, nel punto esatto dove lei aveva fermato la mano, scoprendo il mio cuore.
«Certo che ho saputo amare, tanto da consumare il mio cuore perché nessun amore morisse mai di dolore.»
Tu, che pietà non avesti di chi, morente, amor cercava, resterai per sempre senza cuore, perché sei servo di sentimenti che non conosci…
Poi mi fermai, perché qualche dubbio si assalì.
Le nubi si schiusero all’improvviso e di colpo, dopo l’ennesimo sussulto causatomi dal defibrillatore, rinvenni.
Vidi l’assistente dell’emodinamista che discuteva con l’infermiere di sala sulla sconfitta subita dalla squadra di calcio del cuore, sistemando contemporaneamente strumenti sul carrello accanto al letto operatorio.
Con molta calma, mi venne accanto e mi disse: «Come sta professore Bisi? Lei ha avuto un arresto cardiaco durante la procedura di coronarografia. Purtroppo, come lei ben sa, capita una volta ogni mille. Ora deve solo riposare.»
Poi, sentii la voce del dottor Perini, l’emodinamista, appena entrato nella stanza.
«Caro Andrea come va? Hai avuto un arresto cardiaco, sei morto e subito risorto. Ora il tuo ritmo è sinusale, regolare. Hai fatto meglio di Cristo. Morto e risorto ma senza i dolori della Croce. Sei stato fortunato.»
Vivo! Ero di nuovo vivo!

3° PREMIO NARRATIVA

       

dr. Marco Giannini

 

di Milano


per il racconto

 

“Un frammento? Anche no”

Motivazione:

Nonostante il tema sia già stato affrontato precedentemente (ad esempio da Umberto Eco), l'autore riesce a sviluppare un'ironica parodia del linguaggio della critica letteraria, utilizzando termini tecnici fino a giungere al colpo di scena finale.

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Le cronache, non solo quelle letterarie, sono state invase in queste ultime settimane da una imprevista scoperta fatta, come spesso accade, per un purissimo accidente, che ha così portato all'attenzione, non solo della schiera degli esperti e degli addetti ai lavori, ma di un ben più vasto pubblico , questo peculiare prodotto letterario di cui il vostro critico andrà a parlare nelle righe che seguono.

Ci si perdonerà il titolo forse eccessivamente gergale, molto vicino al lessico da social media, che tuttavia nasce dall’esasperazione che mi ha ormai sopraffatto di fronte alla persistente cecità di chi, ma ormai è solo una minoranza, ancora ritiene che questa opera sia da ritenersi un frammento di un opus molto più ponderoso.

La quasi unanimità della critica ha invece ormai inteso considerare il lavoro di cui qui si parla sempre più come una opera finita e conchiusa nella sua elementare e precisa brevità ; la schiacciante maggioranza degli esperti , quorum ego, sta dalla parte della ragione e del buon senso; gli altri, schiera ormai esigua ed esangue, che definiremo “ i frammentisti”, solo per non scontentare troppo il loro smisurato ego non hanno ancora alzato bandiera bianca ma , ormai, per lo più si sono chiusi in un rancoroso silenzio anziché ammettere il loro errore.

Tralasciando queste sterili diatribe da addetti ai lavori, per il vostro critico non è possibile nascondere la emozione che da molto tempo non provava e che invece questo testo ha suscitato in lui; uno scritto che, tornando a noi da chissà quali lontani anni, si è imposto all'attenzione della critica tutta come una illuminazione siderale.

Prima di entrare nell’analisi del testo giova introdurre brevemente il discorso della collocazione temporale dell’ opera; si è ormai giunti alla conclusione che essa possa collocarsi attorno ai primi anni sessanta del secolo scorso.

I motivi sono per lo più noti.

Prima del secondo conflitto mondiale sarebbe stato ben difficile produrre un testo che non fosse solo redatto in lingua italiana, l’autarchia anche letteraria del regime non lo avrebbe permesso, va perciò collocato in un tempo successivo , quando si andava formando il primo nucleo della Comunità Europea ovvero quando le lingue ufficiali della stessa erano, oltre alla nostra, il francese e il tedesco, ma al tempo stesso si andava auspicando l’entrata del Regno Unito ( già proprio quello che ora ci ha lascito) e , in ogni caso l’inglese rappresentava già la lingua ufficiale dei commerci e dei viaggi, se non anche della letteratura.

L'autore\trice sconosciuto\a (in ossequio al politically correct ) di questo lavoro ritrovato ci offre, attraverso un breve componimento poetico, un'opera che non è esagerato definire un vero e proprio poema.

Non sarà certo la lunghezza di un componimento a fare grande un'opera che qui, senza scomodare la assoluta brevità dell’arcinoto esempio ungarettiano, ci accingiamo ad analizzare.

Ciò perché l’opus del nostro autore/autrice non è certo da meno nello sconvolgerci, attraverso la sua lineare essenza poetica, scevra da ogni obbligo formale, che lo porta ad utilizzare , con eccezionale maestria , lo strumento del suo sfrenato verso libero.

Fatta questa breve è assolutamente modesta premessa rispetto alla grandezza dell'opera, il vostro critico comincia ad affrontare, non senza la massima umiltà , il primo verso.

Non è l'endecasillabo classico della poesia italiana, vero, il verso è più breve, ma si staglia, si erge quasi da solo sull'orizzonte distinguendosi anche rispetto ai pur ragguardevoli versi che seguiranno; sarà forse per il rincorrersi delle sillabe sibilanti che caratterizzano la fine della prima e l'inizio della seconda parola del verso, assonanza che ci affascina, sarà per come essa si ripete alla fine del verso stesso a dare quella sensazione di circolare sussurro, atto a introdurre i passaggi successivi tutti a diverse intonazioni , ma comunque tutti ricchi di musicalità, sia pure assolutamente subalterni al primo grandioso verso in lingua italiana.

L'autore \ l'autrice con assoluta originalità, con uno slancio di modernità che forse è più tipico dei nostri tempi che non dei suoi e che doveva perciò risultare all’epoca in cui fu scritto straordinariamente originale, prosegue l'opera nelle principali lingue europee; come detto quelle che di fatto sono state le prime e le più importanti nell'ambito della formazione che si è andata via via compiendo delle istituzioni comunitarie.

Manca, ed anche questo aiuta a meglio collocare nel tempo l’opera, e tuttavia questa non vuole certo rappresentare una, sia pure garbata, critica , manca, si diceva, una lingua così calda, così a noi italiani vicina come assonanza di suoni , purtroppo, ma d'altro canto non possiamo che accettare la scelta che l’ autore/autrice ha fatto per l'opera sua; quindi non ci saranno richiami alla poesia del Lorca o ai rimandi fantasmagorici di un hidalgo a cavallo, manca cioè un verso in castigliano, ahimè.

Lascia invece quasi senza parole il vostro critico la scelta che l'autore\autrice fa colpendoci, quasi a tradimento, quando ci stordisce inanellando il secondo verso in lingua francese.

Anche qua non ha importanza la lunghezza , ma invece prevale la musicalità delle sillabe che danno inizio a questo secondo verso con una negazione che immediatamente ci porta alla memoria il XXVI canto dell'inferno, quello del folle volo di Ulisse, che nessuno può dimenticare “ …Né dolcezza del figlio, né la pieta del vecchio padre, né lo debito amor…” non v’è chi non veda la grandezza dell’ autore\autrice nell’utilizzo della dolce langue d'oïl che va a certificare, quasi, il sublime concetto del primo verso.

Procedendo quindi con l’analisi di questa eccezionale opera dell'ingegno umano, siamo costretti , per la brevità dello spazio che non ci consente di approfondire ulteriormente le caratteristiche più originali, la peculiare e unica essenza di questa capolavoro , siamo costretti , come si diceva, a passare al terzo verso che si affida alla lingua tedesca.

La negazione non è meno forte dei versi che precedono , ma la parola che la introduce ( nicht) ha un suono straordinariamente dolce; qui credo che si possa riconoscere la grande abilità del Nostro/Nostra, quella cioè di utilizzare una lingua che alle orecchie del lettore italiano non sempre rappresenta un suono gradevole perché riecheggia, volente o nolente, anche in chi non li abbia conosciuti , i tempi grami dei conflitti mondiali, anche in chi solo li abbia visti e uditi interpretati in innumerevoli rappresentazioni teatrali o più frequentemente cinematografiche.

Tuttavia il Nostro \a riesce a superare questa quasi atavica diffidenza, questa non del tutto superata paura reverenziale e si affida alla lingua tedesca attraverso le figure complesse, ma non meno musicali, delle sue parole composte che si prolungano quasi ad occupare l'intero verso con la seconda parola, lasciando ad essa il compito di introdurre l’ultimo dei quattro versi .

Siamo quasi alla fine e al vostro critico resta da un lato il rammarico di dover chiudere questa affascinante lettura, questo augusto compito che si è voluto del tutto immodestamente assumere , quello cioè di andare a dipanare l'intima essenza di un capolavoro, tuttavia bisogna procedere e cercare, per quanto possibile a questo povero artigiano delle parole, di coglierne il senso sublime del tutto.

Alla lingua inglese è quindi affidato l'ultimo verso e qui l'abilità del Maestro/a si estrinseca nello scegliere le parole più adatte a reggere l'equilibrio del finale inserendo la prima parola sdrucciola, e la lingua inglese ne è ricca, che richiama su di sé l'attenzione iniziale del lettore, per poi scivolare con suoni sussurrati, lievi e leggeri fino al termine , alla fine del tutto.

Forse infinite ulteriori osservazioni arriveranno da altri nel tempo che ancora la critica riserverà a questa opera ritrovata che è ancora tutta da studiare e da spiegare per chi voglia avvicinarsi ad essa con il giusto rispetto che occorre nell’approcciarsi alla sublimi vette del genio umano.

Ma questo vostro umile maniscalco della parola qua si ferma, lasciando finalmente lo spazio a discorsi relativi a chi questi sublimi versi ha cesellato e ci ha poi lasciato.

A ben tutti noto che, secondo la maggior parte della critica moderna, è di assai scarso rilievo conoscere la biografia dell‘autore per apprezzarne l'opera anzi, secondo alcuni, meglio sarebbe proprio nulla sapere di chi ha prodotto la pagina che si sta leggendo. Nel caso dell'esame di questa opera dell’ingegno umano questi critici potranno stare ben contenti, infatti nulla si sa perché il lavoro non risulta firmato e nulla si conosce e nemmeno si riesce a sospettare, se non in modo confuso e del tutto opinabile, il nome dell'autore/autrice.

Sappiamo che da sempre molti di quelli che scrivono, per i più svariati motivi, hanno voluto celare la loro vera identità; chi per prudenza rispetto al potere, chi per innata timidezza, chi per necessità di dare un nome più forte e più importante alla sua opera; ed è quindi persino ovvio ricordare gli esempi italiani più noti come Svevo o Moravia o meno conosciuti come Silvio d’Arzo, fino ad arrivare alla geniale trovata di marketing editoriale legata al nome di Elena Ferrante; ma anche le letterature di altri paesi hanno conosciuto tanti nom de plume , solo per citare gli arcifamosi Stendhal o George Sand.

Qui invece nulla sappiamo di colui/colei che ci ha lasciato, allontanandosi quasi a lenti passi a ritroso nel tempo e negli anni, l'opera sua che oggi , ritrovata, possiamo ammirare ancora più bella perché ancora più misteriosa.

Alla fine di queste povere righe il vostro critico vuole lasciare e accomiatarsi dai suoi 24 lettori riportando in calce alle sue povere e modeste riflessioni, il meraviglioso testo che le ha suscitate.

Saranno quindi molto più meritoriamente le parole stesse del nostro/a misterioso/a autore/rice a chiudere questo scritto. Riporterò quindi di seguito il testo, ritrovato, come è noto, su una piccola targa di alluminio , fissata ad una cornice metallica in un deposito di materiale in disuso delle Ferrovie un tempo dette dello Stato.

 

E’ pericoloso sporgersi/ne pas se pencher au dehors/nict hinauslennen/it is dangerous to lean out.

Menzione:

 

dr.ssa. Francesca Zanzottera

di Mesero (MI)


per il racconto

“La giraffa”

Motivazione:

"Un racconto amico dove i sentimenti di tolleranza, uguaglianza e di accettazione del diverso trasformano la fiaba in un messaggio di speranza.

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La giraffa di peluche osservava nella stanza buia. i suoi occhi si erano ormai abituati alla penombra della stanza semivuota di legno scuro. Lenti i leggeri batuffoli di polvere si muovevano nell'aria, spinti da una semplice brezza esterna che filtrava attraverso le imposte invecchiate. Aspettava con ansia l'arrivo della bimba. Aveva un fiocco rosa al collo, glielo avevano annodato delicatamente al negozio di giocattoli, mentre i due signori che la avevano portata via con sè parlavano di regalo per il trasferimento nella nuova casa. Ora attendeva nella soffitta, sognando di giochi, sorrisi e stanze illuminate.

Trascorreva il tempo, ma non avrebbe saputo dire quanto ne era passato da quando era lì.

Vedeva i raggi del sole apparire da una finestra, per poi sparire dall'altra parte, ed il buio arrivare. Ma non aveva idea del tempo degli uomini. Nessuno aveva insegnato mai ai peluche come si contano i giorni.

L'aria che filtrava attraverso la finestra si era fatta più fredda, il suo fiocco rosa aveva ospitato tra le sue falde numerosi fiocchi di pulviscolo e si era sbiadito, diventando grigio.

La giraffa stava diventando triste. Non sentiva rumore di umani provenire dai piani di sotto, era tutto silenzioso. Quasi tutto silenzioso: sentiva nella notte rumore di zampette sul pavimento di legno, oppure lungo le travi del soffitto. Mentre le giornate si accorciavano, gli scalpiccii di piccoli piedini si erano fatti più vicini e frequenti, fino a quando dal grosso legno di quercia che sosteneva il tetto si affacciarono due occhietti curiosi.

Il ghiro aveva intuito l'innocuità del peluche, sebbene non fosse di fibra naturale ed emanasse la diffidenza del sintetico, e fu il primo a rivolgersi amichevolmente alla giraffa.

Subito dopo di lui, arrivò la famiglia di topolini di campagna, trascinati dal desiderio dei cuccioli di conoscere l'ignoto. La vita della giraffa di peluche fu quindi rallegrata dai suoi nuovi amici di pelo naturale, con cui trascorreva il tempo che a loro avanzava dalla ricerca di cibo. Si stupivano della sua assenza di fame e sete, i piccoli provarono anche a infilarle un seme di segale in bocca, ma alla fine si arresero, ridendo tutti insieme dell'inutilità del gesto. Evidentemente le necessità della giraffa erano differenti.

Un giorno la giraffa, con le prime luci del mattino, si accorse che l'atmosfera era cambiata: la luce del cielo era grigia, e al di fuori della finestra si muovevano batuffoli bianchi. Erano più grossi dei soliti batuffoli di polvere, sembravano più pesanti, cadevano verso il basso con grazia, ma in maniera diversa rispetto a quelli della soffitta. Un piccolo topolino curioso era corso fuori tra un'asse di legno e l'altra e aveva preso uno di quei fiocchi per portarglielo. Com'era bello! E freddo! E si scioglieva diventando acqua! Che magia! La mamma topolina era un po' preoccupata, sarebbe stato un inverno lungo e freddo, disse. La giraffa la guardò. Non sapeva cos'era l'inverno, ma sapeva di essere calda, lo avevano detto i bambini che al negozio l'avevano accarezzata e stretta. Da quando però nella sua vita erano entrati gli animaletti della soffitta non pensava più alla bimba: il mondo degli uomini è così mutevole, invece i suoi nuovi amici erano trasparenti, esprimevano i loro sentimenti e le volevano bene, le differenze tra di loro erano scomparse man mano che si conoscevano, erano per lei una famiglia preziosa, la famiglia vera che aveva desiderato.

Prese una decisione: chiese alla mamma topolina di rosicchiare alcune delle cuciture. In questo modo i piccoli mammiferi si sarebbero potuti intrufolare nella bambagia calda e trascorrere sicuri l'inverno. La topina si commosse, promise che a primavera avrebbe trovato il modo di ricucirla, chiamò a raccolta tutti, e insieme cercarono il modo di scucire la giraffa facendole il minor danno possibile. Poi si accoccolarono sotto la sua pelliccia sintetica, trasmettendole tanto amore e tanta gratitudine; lei si sentiva colma d'affetto, finalmente poteva stringere in un abbraccio i suoi nuovi amici.

Quella casa sarebbe rimasta disabitata molto a lungo, e la giraffa avrebbe ospitato tante volte i piccoli roditori suoi amici, per tante generazioni a venire. Il mondo degli umani seguiva il suo corso, ignaro di una così bella storia d'amore.

Erano passati anni, nella soffitta si erano avvicendate generazioni di topolini, ghiri, uccellini, e la giraffa aveva fatto da scaldino a tutti con affetto.

Una mattina si sentì un rumore lontano. Poi un'altra serie di rumori cadenzati. Gli animaletti riconobbero subito i suoni: qualcuno, aveva aperto il portone ed era entrato nella casa!

Gli animaletti della soffitta erano terrorizzati, fecero nascondere i più piccoli, mentre gli adulti cercavano invano dove occultare la giraffa: era troppo grande per portarla nelle loro tane, l'umano l'avrebbe vista subito, chissà che fine avrebbe fatto... mentre stavano animatamente cercando il nascondiglio adatto, si accorsero che era ormai troppo tardi: la porta della soffitta era stata aperta, ed un uomo era entrato nel loro posto segreto.

Il signor Rossi non era molto alto. Di corporatura esile, portava occhiali di moda 50 anni prima, quando era un ragazzo. Indossava una camicia azzurra sotto un gilet bordeaux, pantaloni di velluto a coste castani e un paio di scarpe di cuoio ben tenute. I capelli e la barba bianchi e ben curati incorniciavano il viso del settantenne in pensione che aveva appena ereditato la casa e desiderava farne conoscenza. Salutò la soffitta, lasciando perplessi i morbidi abitanti: non avevano mai visto un umano rispettare una stanza in quel modo. Quando gli occhi dell'uomo si furono abituati alla scarsa luminosità del luogo, si posarono subito sulla giraffa, spalancandosi stupefatti:

-Ohmammamia ma sei uno splendore!- esclamò giungendo le mani davanti al petto. Quasi si commosse dimenticandosi il resto e andando spedito verso di lei. Se il peluche avesse avuto la possibilità di tremare lo avrebbe fatto, ma nessuno ebbe tempo di fiatare: in signor Rossi la prese in braccio come una bambina, noncurante della polvere che gli solleticava il naso, e la abbracciò. Sembrava un bambino o un matto agli occhi degli animaletti. La giraffa era incredula, stretta in un abbraccio che non si aspettava più. Sentiva che l'uomo era sincero, dal suo cuore scaturiva un sentimento affettuoso, come fosse il cuore di un bambino.

-Qualcuno ti ha tenuto compagnia vedo- disse notando le scuciture e i piccoli buchi. -Però non ti hanno rovinato tanto... sembra che qui qualcuno abbia fatto il minimo indispensabile per stare al caldo senza fare troppi danni...

Si, il signor Rossi non era un umano qualsiasi. Era uno di quelli che sanno che anche le rocce respirano, solo molto lentamente da non essere percepibili per chi ha fretta come quasi tutto il resto del suo genere. Forse era per quello che aveva scelto un lavoro antico del quale restava solo qualche esponente: era un ciabattino, un calzolaio; insomma, lui riparava quasi tutto. Perchè tutto ha un'anima, anche un paio di scarpe rovinate. C'erano dottori per gli uomini, veterinari per gli animali, meccanici per le automobili... lui curava le scarpe, e chi lo conosceva sapeva che si sarebbe preso cura di qualunque cosa senza speranze di essere salvata, dalle caffettiere alle borsette, figuriamoci un peluche in ottimo stato, solo un po' sgualcito dal tempo.

-Ti chiamerò Geffa!- disse alla giraffa -e dì ai tuoi amici di non preoccuparsi, ti aggiusterò e porterò su un po' di cibo per loro. Anzi, anche qualche coperta, così non dovranno più scucirti per stare al caldo d'inverno. Torno subito!

Posò Geffa delicatamente a terra, e scese di corsa le scale. I piccoli mammiferi udirono il rumore di un'automobile che partiva velocemente. Uscirono dai nascondigli e si fecero tutti intorno alla loro amica sintetica, che sorrideva di cuore! Raccontò subito agli amici cosa aveva capito del nuovo arrivato, era convinta che potesse diventare un nuovo membro della loro eterogenea famiglia!

Ebbero poco tempo, sentirono l'auto che si avvicinava e parcheggiava -Vi ho portato tutto!- disse ad alta voce il signor Rossi per farsi sentire dal basso, appena entrato. Sentirono che saliva rapidamente le scale, un po' di fiatone, per poi entrare nella stanza con due borse. Si sedette sul suolo polveroso di fronte a Geffa e rovesciò il contenuto di un sacchettone: coperte di lana di quando era ragazzo, di quelle che non si trovano più, calde e confortevoli per gli animaletti. Le piegò per bene mettendole vicino alla giraffa -Così i tuoi piccoli amici avranno il tepore necessario per tutto l'inverno. Dal momento che verrò a vivere qui, però, gli inverni saranno meno freddi: accenderò il caminetto e se avranno bisogno di ogni cosa, potranno chiedermela! Sono sicuro che ci capiremo!- le disse strizzando un occhio e facendo un ampio sorriso.

Aprì l'altro sacchettone ed estrasse quattro ciotole, deponendole a terra un po' distanziate tra loro. Poi fu la volta di tre scatole di mangime che mise separatamente in tre dei contenitori: uno per piccoli mammiferi, uno per uccellini insettivori e uno per granivori.

L'ultima ciotola era per l'acqua, che aveva portato fresca in una bottiglia -Qui vicino c'è un ruscello, dalla montagna lì sopra sgorga una fonte, ho scoperto che in questo piccolo paesello c'è anche un vecchio lavatoio! Ogni tanto accade qualcosa che ti porta nel posto giusto al momento giusto... trascorreremo insieme i prossimi anni, vi va? Prometto di essere un buon padrone di casa ed un amico per tutti voi! Questo vecchiarello ha voglia di compagnia sincera, come pochi sanno dare.- Sorrise malinconico, consapevole di essere una perla rara in un mondo di apparenza. Versò l'acqua nella ciotola e rimise gli avanzi nel sacchetto. Prese con sè Geffa promettendo ai suoi amici che l'avrebbe riportata presto.

Salutò e richiuse la porta.

Quella sera i pelosini e piumosini della soffitta tennero consiglio a proposito dell'umano, che nel pomeriggio aveva ricucito il peluche, l'aveva lavata a mano, spazzolata, stesa al sole e le aveva cambiato il fiocco. Tra i suoi scatoloni da trasloco aveva materiale per una sartoria e aveva trovato quello ideale per lei: una volta pulita, i suoi colori ritornarono a splendere e il blu le stava d'incanto. Geffa era commossa. La sera si mise a leggere davanti al caminetto, di fianco alla giraffa che finiva di asciugare.

Tanti occhietti nascosti dalle ombre delle travi del soffitto lo osservavano e constatavano che l'opinione che si era fatta la loro amica sintetica sembrava quella giusta.

Trascorsero i giorni, il signor Rossi aveva ripulito la casa, le aveva ridato dignità e teneva sempre le finestre aperte con una manciata di mangime sul davanzale, per fare amicizia.

Le voci si sparsero, perfino gli scoiattoli rossi del bosco lo andavano a trovare, e Geffa non tornò più in soffitta, sebbene l'anziano proprietario l'avesse ripulita e ne avesse fatto una bellissima stanza luminosa per gli ospiti: furono i suoi amici a scendere le scale ed andarla a trovare sulla sua sedia personale. La famiglia era molto più grande ora: la sera i pipistrellini entravano dalle finestre a mangiare le zanzare, passava anche la volpetta a prendere la sua razione di cibo, mentre l'umano leggeva storie e poesie per tutti i suoi amici.

Sono trascorsi molti anni da quei giorni, ma ancora adesso, passando la sera vicino alla casa al limitare del bosco, si possono vedere le finestre aperte con le luci accese, e se si aguzza l'orecchio si sente la voce di un uomo che legge racconti e versi per chi vuole accostarsi ed ascoltare con il cuore.

PREMIO "GIUSEPPE MOSCATI"

             

dr. Alfredo Caseri

 

di Villa d'Adda (BG)


per il racconto

 

“Matteo G”

 

Motivazione:

Il racconto mette al centro l’esperienza professionale e umana di un medico di famiglia che prende in cura un po’ per caso un ragazzo disabile. L'intensa vicenda è sviluppata con garbo e sensibilità.

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Non avevo mai visto un cimitero così. O per lo meno da noi i cimiteri sono cosa diversa.
Era anche la prima volta che mi trovavo in Sicilia. Quell'anno mia moglie ed io avevamo deciso di visitare la parte occidentale dell'isola. Arrivammo a Palermo in nave, dopo una notte insonne passata ciondolando da un ponte all'altro, perché, partiti all'ultimo momento, non avevamo trovato una cabina libera. Del resto era fine luglio.
Da Palermo proseguimmo per Agrigento, lungo una strada semideserta, che ci permise di ammirare il giallo unico e intenso di quell'enorme arsa distesa di campi. Dopo aver salutato degli amici agrigentini e visitato la Valle dei Templi, facemmo tappa verso Enna e Piazza Armerina e poi giù verso il mare e altri tesori siciliani: Selinunte, Erice... e per finire Monreale e di nuovo Palermo.
Stavamo proprio passeggiando in quel prezioso e unico gioiello che è Erice, quando all’improvviso mia moglie mi fermò. “Ti ricordi di Matteo?” chiese.
“Matteo? Quale Matteo?" risposi distratto.
"Ma sì, Matteo Geraci, quel bambino disabile che è morto a casa nostra. Non era di queste parti?”
In un attimo mi rividi in quella notte di dicembre di qualche anno prima.
“Sì, era di Valderice, qua vicino. E' lì che è sepolto" risposi in tono sommesso.
"Perché non l’andiamo a trovare?" continuò mia moglie, colpita dal mio turbamento.
Ci avviammo in silenzio all’auto e chiedemmo informazioni per il cimitero di Valderice.
Matteo Geraci! Il padre, Bernardo, faceva il portalettere in un paese vicino al mio. Conobbi prima lui, che era salito al Nord per lavoro, lasciando temporaneamente in Sicilia moglie e tre figli. Dopo qualche mese in una pensioncina, aveva trovato un bilocale arredato alla meglio in un edificio non lontano da casa mia: due piccole stanze comunicanti, senza riscaldamento, al primo piano di una vecchia casa di ringhiera, col bagno in comune sul terrazzo. Bernardo le tinteggiò, ci mise una stufa a metano e vi si trasferì con la famiglia.
Fu così che li conobbi tutti. “Forse è un'usanza delle loro parti”, pensai il giorno che vennero a farmi visita a casa, ma rimasi senza parole vedendo uscire da una scassata cinquecento color giallo canarino prima lui, poi la moglie con un ragazzino ormai non più piccolo in braccio, poi ancora due bambine e infine il vecchio nonno con tanto di coppola nera e bastone, letteralmente piegato in due da una forma artro-reumatica imprecisata ( "buscata in guerra" a suo dire "per difendere Mussolino contro tutti li suoi traditori!" ).
Mi ricordo che quella volta si fermarono per almeno due ore a casa mia: io a un certo punto me ne andai in ambulatorio e così rimasero in compagnia di mia moglie e mia madre, le quali impararono allora che in Sicilia si cena molto tardi la sera.
Non era invadenza, la loro, lo capii solo più tardi, anzi era un modo per "rendere omaggio al Signor Dottore e alla di Lui famiglia". Fu in quell'occasione che vidi per la prima volta Matteo e non fu cosa facile né rapida entrare in sintonia con lui. Aveva allora sette anni non ancora compiuti, ma sembrava di un’età indefinibile. Alto e magro, con un naso sproporzionato e due orecchie a sventola quasi diafane tanto erano grandi e sottili. Il tronco e gli arti avevano un aspetto così fragile da aver paura di spezzarli, nel prenderlo in braccio. Di tutto il corpo l'unica cosa veramente viva erano gli occhi: grandi, bellissimi, di un azzurro intenso, che quasi stonavano con tutto il resto.
Era affetto da tetraparesi spastica in seguito ad una encefalopatia perinatale. I genitori mi raccontarono, in modo piuttosto fiorito, che Matteo aveva avuto un trauma da parto e che, non essendoci un'incubatrice disponibile a Trapani, era stato trasferito a Palermo con un viaggio a dir poco allucinante, quando ormai però il danno subìto era diventato irreversibile.
Naturalmente, presi tutto il racconto con un pizzico di beneficio d'inventario, ma il risultato finale purtroppo era lì, davanti ai miei occhi, e parlava da sé.
"E' rimasto così, ma è intelligentissimo, sapete, Dottore?" mi disse Bernardo. "Vero, Matteo? Fai il saluto al Dottore: Ahhh...!" Sembrava una boccaccia.
E Matteo ripeteva: “Ahhh…!”
"Vedete, Dottore? Dai la mano al Dottore, Matteo."
E Matteo porgeva la sua mano sottile e gelida, senza alcuna forza per stringere.
"Fai un sorriso al Dottore, Matteo!"
E Matteo sorrideva a comando con una smorfia triste.
Non sapeva né camminare né parlare né mangiare da solo. Sembrava uno di quei pupazzi che usano i ventriloqui nei loro spettacoli, seduto sulle ginocchia del padre con le gambe penzoloni e immobili, il busto proteso in avanti tenuto eretto dal braccio paterno, un viso dallo sguardo un po' ebete, la bocca semiaperta dalla quale perdeva in continuazione la saliva, tanto che era costretto a portare sempre un bavaglino da neonato, per non inzuppare la maglietta.
"E' intelligentissimo, sapete, Dottore?” ripeteva Bernardo.
L'unico gesto che aveva imparato in sette anni era quello di porgere la mano, accompagnato da un suono gutturale che poco aveva del saluto!
Eppure, a volte, c'era in lui qualcosa che ti faceva intuire che aveva capito veramente, che era d'accordo con te, e che ti ringraziava, se era il caso.
Come quando, in una delle visite a casa mia, che ben presto divennero abituali, gli regalai una macchinina rossa di mio figlio. La fissò per un lungo istante con quegli occhi color del mare, poi sorrise spontaneamente, senza che glielo avesse ordinato il padre. Ma nel porgermi come al solito la mano, ebbe uno scatto brusco e inusuale e mi scaraventò addosso la macchinina, colpendomi di striscio ad un orecchio.
"Cattivo, Matteo, cosa hai fatto al Dottore?” intervenne il padre.
"No, non lo sgridi, Bernardo" e lo fermai mentre cercava di dargli uno schiaffetto sulla mano, come si fa con i bambini piccoli. Matteo si chinò con la testa fino ad incontrare la mia e mi sorrise, come mai l’avevo visto fare prima di allora. Era stato il suo modo per dirmi grazie.
Dopo alcuni giorni di "ambientamento" nella nuova abitazione e nel nuovo paese, lo inviai per una valutazione da una neuropsichiatra infantile e insistetti perché si facesse un tentativo di fisiokinesiterapia, non certo con la speranza di un adeguato recupero funzionale, quanto per raggiungere un minimo di tono muscolare che gli permettesse, nei limiti del possibile, di mantenere il tronco e il capo più eretti e di acquistare magari un po' più di forza negli arti.
Anche se in realtà non ci speravo molto: oltretutto fino ad allora non era stato fatto proprio niente in tal senso. Quando l'avevo proposto ai genitori, infatti, mi avevano guardato un po' perplessi. Anzi il padre mi aveva detto esplicitamente: "Ma, Dottore, è proprio sicuro? In Sicilia ci hanno ripetuto che ormai Matteo è irrecuperabile.”
"Proviamo, facciamo almeno un tentativo. Abbiate fiducia!”
Dovetti insistere non poco. Del resto, non potevo dar loro torto. Dopo anni che si è convissuto in un certo modo con una simile disabilità, subentra l'abitudine ed è difficile illudersi ancora.
Eppure, anche se molto molto lentamente, qualche piccolo risultato riuscimmo ad ottenerlo. In fondo aveva ragione Bernardo quando asseriva che Matteo era un bambino intelligente, anzi ‘intelligentissimo’.
Ad ogni minimo progresso, si ripeteva la scena della prima volta: tutta la famiglia veniva a casa mia per mostrarmi la ‘novità’. Come quando Matteo riuscì a stare seduto per qualche minuto da solo prima di scivolare su un fianco, come faceva abitualmente se non trattenuto da qualcuno o costretto nel seggiolone. Oppure quando afferrò un giocattolo con le due mani senza lasciarne subito la presa. Grande successo poi quella volta che riuscì a tenere in mano una penna e a scarabocchiare.
"Matteo, scrivi al Dottore!”
E Matteo impugnava la penna come fosse un pugnale e pasticciava su un foglio.
"Bravo, Matteo, ancora, ancora… scrivi!”
Più lo incoraggiavi e più Matteo scriveva, scriveva e gridava, scriveva e sbavava, scriveva e sorrideva... Ma non era più un sorriso a comando e l'azzurro degli occhi sembrava luccicare di
gioia. "Dottore," mi disse Bernardo in quell'occasione, "se Matteo ci dà di queste soddisfazioni, lo dobbiamo anche a voi, che avete insistito tanto. Io e mia moglie non ci speravamo mai!".
Negli anni che seguirono ebbi modo più volte di vedere Matteo e i suoi "progressi".
Fino a quella notte... a quella maledetta notte di dicembre!
Natale era appena trascorso, non aveva ancora nevicato quell'anno e faceva un freddo intenso. Avevo visitato Matteo al mattino perché aveva un po' di febbre e la gola arrossata. La madre mi disse che non aveva mangiato dal giorno prima. Prescrissi un antipiretico e un antibiotico da subito, perché il bambino era abbastanza soggetto a faringo-tonsilliti e non volevo rischiare, anche se stavolta non sembrava ci fosse qualcosa di preoccupante. Per cui non pensai più a lui per l'intera giornata, preso com'ero dalla solita routine di un periodo influenzale.
Quella sera avevo finito tardi in ambulatorio ed ero particolarmente stanco. Andai a letto verso mezzanotte, come al solito, e mi addormentai subito. Alle due sentii il campanello della porta suonare insistentemente. Inutile negare che mi alzai a fatica e un po' contrariato. Ancora mezzo addormentato andai ad aprire.
"Dottore, Matteo sta male. Fate qualcosa!”
Il sonno mi passò di colpo: sulla soglia c'era Bernardo, pallidissimo e affannato. Teneva in braccio un involto informe ricoperto da un plaid, dal quale sbucavano solo due piedini nudi.
"Entri, entri, presto! Lo distenda sul lettino!"
"Scusate se vi sporco il pavimento, ma sono venuto attraverso il campo, al buio..." cercava di scusarsi, mentre raggiungevamo lo studio. "Mia moglie è rimasta con le bambine" soggiunse.
Bernardo era in pigiama e ciabatte, non aveva messo addosso niente ed era venuto a casa mia a piedi e di corsa passando per un sentierino tra i campi e portando il suo fardello in braccio, stretto stretto al petto.
"Cosa è successo?" chiesi, mentre lo aiutavo ad adagiarlo sul lettino da visita e cercavo di togliergli la coperta che l'avvolgeva.
"Non lo so, dottore. Oggi pomeriggio ha avuto brividi forti e la febbre è salita a più di 40. Ma anche altre volte, col mal di gola..."
Appena scoperto il viso e il corpo di Matteo, rimasi come paralizzato, incapace di parlare, di muovermi, di fare qualsiasi cosa. Sentivo a malapena quello che Bernardo continuava a raccontare.
"...solo che stasera, mi diceva mia moglie, Matteo si era messo a dormire in modo strano, russava... e lei non riusciva a svegliarlo...io pensavo che era la febbre, ma poi lo chiamavo e lui non rispondeva ...e adesso è tutto freddo!...Ma, Dottore, perché non fate niente! Non lo visitate?"
"Purtroppo non serve più, Bernardo. Matteo…è… è morto!" dissi in un soffio.
"Morto?!?...Come morto!!... Matteo...Matteo..." e si gettò sul fragile corpicino del figlio scuotendolo disperatamente.
"Bernardo...! Non così!... Basta!..." cercavo inutilmente di calmarlo. Poi, pallido come un cencio, si accasciò sulla sedia vicino al lettino. Io rimasi immobile di fronte a lui.
Se in quel momento gli avessero offerto il mondo intero, l'avrebbe rifiutato.
Se in quel momento mi avessero offerto qualsiasi cosa per non essere lì, l'avrei accettata immediatamente.
Guardai Bernardo: un lieve tremolio del labbro inferiore faceva presagire la prossima inevitabile reazione. Scivolò pian piano in ginocchio, mi circondò forte con le braccia e scoppiò in un pianto incontenibile.
"Picchì, duttù, picchì?... Picchì Mattè me!!... Picchì??..." disse in siciliano.
Il dialetto è la lingua dei sogni, dicono. E dell'anima, aggiungo io.
Rimanemmo un po' in quella posizione, lui in ginocchio che si aggrappava a me singhiozzando ed io in piedi che cercavo di controllare un improvviso quanto improbabile raffreddore... Non osavo interrompere quel pianto che da disperato si faceva via via sempre più sommesso. Alla fine, delicatamente ma fermamente, lo allontanai da me e mi chinai per aiutarlo a sollevarsi da terra.
"Andiamo, venga che l'accompagno a casa. Sua moglie vi starà aspettando" mormorai.
La moglie era rimasta a casa con le bimbe perché erano sole, in quanto il vecchio nonno era a Roma a passare l'inverno presso un altro figlio.
Bernardo, sempre singhiozzando, dopo aver baciato ripetutamente il viso e le mani di Matteo, continuava a bisbigliargli qualcosa in dialetto, mentre lo avvolgeva delicatamente nella coperta e lo prendeva in braccio, stringendolo a sé come per non fargli prendere freddo.
Mi vestii in fretta e salimmo in auto. In meno di cinque minuti eravamo nel cortile della loro casa. La madre, in camicia da notte, ci aspettava sulla soglia. Non ci fu bisogno di parole: l'istinto materno le aveva fatto presagire la disgrazia. Non appena ci vide, emise un grido disperato e ci corse incontro: "Figliu, figliu miu!!... Cu fu ca t' ammazzà?... Cu fu??... Picchì??..." e si strinse intorno al figlio e al marito, senza smettere un attimo di piangere e gridare.
Il dialetto è la lingua dell'anima, dicono. E del dolore, aggiungo io.
A stento riuscii a farli entrare in casa. Intanto qualche luce si era accesa e qualche viso insonnolito si affacciava con sospetto o forse solo per curiosità da una finestra o da una porta socchiusa. Le case di ringhiera erano molto più aperte e socializzanti rispetto ai condomini di oggi.
Anche le due sorelline di Matteo si erano svegliate a quelle grida e si erano unite al pianto e alla disperazione dei genitori, senza aver probabilmente ben capito il motivo di tanto struggimento. In quella piccola stanza c'era davanti a me in quel momento la raffigurazione vivente di una Pietà di
potenza michelangiolesca: un uomo seduto sul letto che mirava sconsolato il figlio morto tra le sue braccia, una donna scarmigliata inginocchiata ai suoi piedi che non faceva che piangere e accarezzare e baciare il volto del bambino, mentre altre due piccole creature accovacciate per terra singhiozzavano e guardavano con occhi spaventati ora la madre ora il padre ora il fratello.
All'improvviso Bernardo si scosse ed esclamò con voce solenne: "Lo voglio seppellire in Sicilia, nella mia terra, dove è nato. E dove un giorno anche noi torneremo."
L'incanto di quella tragica rappresentazione fu interrotto e li aiutai a ricomporre provvisoriamente Matteo sul divano della cucina. Poi, col pretesto di telefonare al servizio di pompe funebri, uscii fuori nella notte, in quella notte pungente di fine dicembre.
Volevo lasciarli un momento soli nel loro dolore. In realtà sentivo il bisogno di camminare, di fumarmi una sigaretta e soprattutto di riorganizzare i miei pensieri.
Credo che succeda a tutti i medici di arrovellarsi il cervello di fronte a qualche situazione dall'esito non previsto e infausto. Fa parte di noi e fa parte della professione avere dei dubbi, porsi delle domande, farsi anche delle autocritiche se necessario. Ma quasi mai trovi risposte adeguate o comunque soddisfacenti. Quasi sempre ti resta un piccolo dubbio in fondo al cuore, un piccolo tarlo che ti rode il cervello. Quella volta neppure il freddo pungente della notte riuscì a placare in me il turbamento per quella morte.
Mi era forse sfuggito qualcosa quando l'avevo visitato al mattino? A livello polmonare non c'era proprio niente?... Qualche soffio strano al cuore?... Segni di meningismo?... Non mi sembrava che ci fossero elementi tali da farmi sospettare un'evoluzione così drammatica. Eppure... il tarlo continuava implacabile il suo lavoro... Ero stato forse troppo superficiale? Troppo frettoloso? Perché non l'avevo rivisto per scrupolo nel pomeriggio? Dov'era finito quel sesto senso di cui mi credevo dotato e che spesso evita ai medici di fare brutte figure e ai pazienti di correre pericoli più gravi? Perché non mi avevano richiamato quando la madre si era accorta che peggiorava? Oh, mio Dio, quante domande senza risposta!
Facevo miei i perché di Bernardo e della moglie, senza riuscire a dare a loro e a me stesso una spiegazione logica!
Non so quanto rimasi fuori, da solo, al buio, a pensare e a fumare. Finché mi sentii toccare una spalla: era Bernardo. Sembrava che mi avesse letto dentro.
"Dottore" disse "non è stata colpa di nessuno. Già me lo avevano detto in Sicilia, che sarebbe morto presto. Anche se io non ci volevo credere. Voi avete fatto il possibile, stasera e sempre. Voi gli volevate bene, a Matteo me!”
Ci abbracciammo in silenzio e a lungo. Sentii una lacrima calda scivolarmi sulla guancia e fu una sensazione intensa e liberatoria.
L'indomani mi recai di nuovo da loro. Non vidi le bambine, temporaneamente ospiti da una vicina di casa. I due genitori erano distrutti. Matteo, vestito come il giorno della Prima Comunione, era composto sullo stesso unico divano della cucina, cosparso di fiori bianchi. Qualcuno gli aveva messo fra le mani un giglio, invece della solita corona del rosario.
Stetti un lungo momento ad osservarlo. Aveva un'espressione dolce, serena, con le labbra appena increspate al sorriso, finalmente privo di quell'orrendo bavaglino da neonato che sottolineava il suo handicap. Era elegantissimo in giacchetta blu e pantaloni grigi, forse un po' troppo corti, con un paio di scarpe di vernice nera e un simpatico papillon a pois.
"Nove anni e trentatré giorni compiuti!" disse Bernardo, anche lui tirato a lucido ma con l'espressione di chi non ha dormito per notti intere. "Domani partiamo per la Sicilia" aggiunse. "Di là è venuto e là deve tornare."
A tre anni dalla sua morte, per puro caso eravamo là anche noi, mia moglie ed io, in Sicilia, davanti al cancello semiaperto del cimitero di Valderice.
Non avevo mai visto un cimitero siciliano. Un cimitero così. O per lo meno da noi i cimiteri sono cosa diversa. Dicono che uno dei modi per leggere la storia e le tradizioni di un popolo sia quello di studiarne le tombe. E qui, al contrario di molte civiltà che mettono sotto terra i loro defunti, la maggior parte dei morti sta fuori dalla terra, in tombe rialzate o cappelle a più piani una vicina all'altra. Ognuno è legato alle proprie tradizioni, che poggiano sempre su un terreno storico e culturale che bisognerebbe conoscere meglio e che merita sempre e comunque rispetto.
In paese, prima di arrivare al cimitero, ci accorgemmo di essere a mani vuote e non trovammo negozi di fiorista aperti. Mia moglie vide dei piccoli fiori di campo poco distante dal cancello, li colse e li compose in un mazzetto. Il difficile fu trovare la sua tomba, non avendo alcun riferimento preciso. Ma con l'aiuto di un paio di signore vestite a lutto, dall'età indefinibile e dall'italiano incerto, riuscimmo a identificare il loculo dove era stato sepolto, in attesa di una sistemazione definitiva in cappella, che Bernardo si era ripromesso di costruirgli. "Anche a costo di grandi sacrifici" diceva. In realtà, dopo tre anni, sulla piastra di marmo del loculo c'era ancora scritto a mano "provvisorio".
Ci sostammo davanti in silenzio. C'era la sua foto un po' ingiallita dal sole, vicino ad un lumicino e a dei fiori bellissimi e freschi. Vi deponemmo accanto il nostro piccolo mazzo di fiori di campo, con un po' di imbarazzo e un sottile senso di vergogna per la sua pochezza, ma mi bastò fissare per un attimo l'azzurro intenso di quegli occhi per sentirmi sollevato. Anche quella volta c'era in quegli occhi qualcosa che mi fece intuire che Matteo aveva capito. E ci perdonava.
Mai fiori mi parvero più belli, allora, perché dentro ci avevamo messo il ricordo straziante di un bambino diversamente abile che ci era vissuto accanto per alcuni anni e che ora ci guardava e sembrava ci sorridesse di un sorriso nuovo, diverso, sereno.
Grazie, Matteo. Anche per stavolta.

PREMIO CRONIN POESIA 2020

Salvatore Risuglia

 

di Vicenza

per la poesia

 

“Primavera-Esperanza”

Motivazione:

Il titolo rimanda con la parola esperanza all’exergo con i versi di Garcia Lorca, dove Babele evoca anche il lockdown  durante il quale il componimento è stato scritto. Il lessico della poesia è asciutto, curato, senza cedimenti  retorici, mai banale; i versi presentano una notevole varietà metrica e si susseguono con un andamento  musicale che rende l’atmosfera di tempo sospeso e di inquietudine vissuta nei mesi della clausura. Nella  conclusione l’autore invita se stesso e noi ad aprirci alla esperanza, a dare di nuovo corpo e senso ad una  primavera attraversata quasi a nostra insaputa.

********************

(Versi pandemici scritti durante il lockdown)


Si la esperanza se apaga
Y la Babel se comienza,
¿Qué antorcha iluminará
Los caminos en la Tierra?
(Se la speranza si spegne/ e ricomincia Babele/
che torcia illuminerà/ le strade della Terra?
F. G. LORCA, Canzone autunnale


Sarà mai ricordo una conta di giorni
allʼincontrario, lʼattesa di una nuova
primavera e non quella astronomica,
la bella delle quattro stagioni, che
oggi avrà il suo abbrìvio, un pispiglìo
di nidi in albe di colori e luce; sarà
essa a dare parola ai figuranti nelle
tele del cinico Hopper, a spegnere
la loro solitudine aspra e la nostra,
fucina muta di paure e fughe?
Addolora questa primavera giunta
nel suo giorno esatto con tutti noi
aggricciati a casa: viviamo allʼinsaputa
e nellʼinsonnia, inquieti che qualcosa
accada; una primavera rapinosa senza
gli uccelli a nuvole, svaniti chissà dove
e lʼaria priva di tepori. Eppure di là
dai vetri della finestra vedo gemmare
silenzioso il tiglio e lʼinfiorata vedo
che divampa nel ceppo di ginestra.
Occorre ora dare substantia a quella
parola già abusata, vanescente,
un senso, un significato e soprattutto
darle ossi e polpa, cioè materia viva
e tanta carnalità e inoltre stiparla
di programmi, intenti e insomma
anche di sogni e desideri; come se
possa per davvero esistere fra noi,
traditi dallʼassenza, la speranza.

2° PREMIO POESIA

 

dr. Marzio Cavallaro

di Porto Mantovano (MN)

per la poesia

"Christine S’Hivana"

Motivazione:

Christine S’Hivana riflette sulla notte di una prostituta e ne scandisce il decorso in dieci quartine e in varie
sequenze (l’accosto all’auto del cliente; la inesorabile ripetitività di quelle notti; l’alba verso casa).
Convincente è il ritmo narrativo, corroborato sia da una buona qualità dell’annodo lessicale, sia dal gioco a
rimbalzo di rime alternate e a chiasmo. Campeggia anche un sentimento di umana pietà per una vita di
intima solitudine e desolazione.

********************

La nudità del tuo corpo

è torcia che accende la notte

e gli occhi miseri gioielli

alla corte dei desideri più ribelli


Accosti preziosa una vettura

offrendoti bene all’avventura

senza idee scrupoli o dilemmi

la vita è data così per davvero


Il dialogo frivolo e commerciale

a finestrino abbassato e discreto

si protrae nella mostra provocante

della tua grazia sempre abbondante


Non si sa come andrà

L’auto accoglierà

o sarà rimpatrio

al lampione fatto a stelo?

 


E le notti sempre uguali

con il freddo con il caldo

ad accogliere tutti i mali

di un triste mondo in saldo


Il passo indifferente

accolto dal marciapiede

Lo sguardo che non vede

arrivare l’ennesimo cliente


La mente occupata

o libera da pensieri

Quella che tu eri ieri

domani già ignorata


A volte cerchi aiuto

ma spesso non ce l’hai

solo il paradiso muto

di un amore che non dai


Poi boriosa arriva l’alba

insolente a diradar le brume

Si spengono le luci artificiali

e riparte tale la vita dei normali


Il tuo cammino rivolto verso casa

la testa abbassata e mai persuasa

Certo ancora nella notte che verrà

quel posto ti attenderà sino a tardi .

PREMIO CRONIN TEATRO 2020

Non assegnato

2° PREMIO TEATRO

dr. Sergio Rustichelli

di Moncalieri (TO)


per l’atto unico

 

“Il Perdono negato”

Motivazione:

nonostante la fragilità drammaturgico-formale, presenta spunti di conflitto umano e di inquietudine che, partendo dal singolo caso del protagonista, mettono in luce una condizione universale di difficoltà del vivere, mostrando una dialettica teatrale nel gioco delle attese disattese

********************

​.

Il perdono negato
Personaggi e interpreti in ordine di apparizione:

l’ingegnere

la moglie dell’ingegnere

una cameriera filippina

le formiche

le lucertole

la nonna

i genitori

un’infermiera

la segretaria Dorina

i figli il cappellano

due inservienti

le vittime


Prima scena: si svolge in un elegante studio arredato classicamente. Al centro, seduto a una scrivania illuminata da una lampada da tavolo, un uomo anziano sta scrivendo; dietro a lui ci sono scaffali pieni di volumi. L’uomo indossa un’elegante vestaglia di velluto verde. Davanti alla scrivania ci sono due poltroncine e dietro a loro un grande specchio ovale. Squilla il telefono: l’uomo risponde. –Pronto? Sì dottore, sono io in persona: mi dica pure. –(voce da altoparlante).Volevo solo comunicale a voce che ho pronto il referto del suo nuovo ecocardiogramma trans-esofageo, che gliel’invio come promesso, se vuole, per mail. Leggerà tante parole, ma volevo informarla io… prima che lei se ne facesse un’opinione… -una specie di lamento gutturale da parte dell’ingegnere interrompe il discorso del dottore che riprende- sì, sì, so bene che lei è un affermato ingegnere progettista e che è molto colto, ma vorrei… non si offenda… prevenire alcune sue possibili obiezioni. Purtroppo l’esame condotto per via trans esofagea, che come le avevo spiegato è più preciso e sensibile di quello che abbiamo già eseguito per via percutanea, ha confermato tutte le mie considerazioni ipotizzate in prima istanza: il suo cuore presenta due gravi rotture di corde mitraliche in rapido peggioramento con importante insufficienza funzionale, e le sue condizioni generali, lei lo sa bena, ci legano le mani per supporre una soluzione che preveda un accesso chirurgico per risolvere il problema. Dovrà fare una vita molto tranquilla e assumere i farmaci che ora… –Qual è la prognosi?- Lo interrompe bruscamente l’ingegnere. –Son cose delicate, ne riparleremo a voce… –No: voglio un termine temporale preciso, non voglio avere la sua pietà, per cui mi risponda subito, lei mi conosce, io sono un uomo di scienza e di azione, abituato a fare calcoli e previsioni… quanto ho ancora da vivere? –… vista la rapida progressione delle sue condizioni cardiache … in base al peggioramento rilevato rispetto al controllo precedente… direi non più di qualche mese… al massimo un anno… con tutte le varianti che in questi casi si debbono tenere presenti nel formulare queste previsioni… –Grazie dottore, quando possiamo vederci, se lo ritiene utile?- Interrompe di nuovo bruscamente la conversazione. –Diciamo, visto che oggi è venerdì, all’inizio della prossima settimana per aggiustare i dosaggi della terapia, per approfondire a voce gli aspetti... –Va bene: prenderò appuntamento con la sua segretaria, ma la situazione mi sembra sia già molto ben delineata. Buongiorno dottore. –Buongiorno, ingegnere. L’ing. poggia la cornetta del telefono, prende un lungo fiato e inizia a tossire con violenza. Entra una donna anch’essa in vestaglia e pantofole: è la moglie. –Hai di nuovo un attacco? Vuoi che ti apra la finestra?- si avvicina guardinga- Perché non rispondi?- il marito ansimante non risponde- Cos’hai? Hai un aspetto sconvolto, calmati per favore, inizia a fare esercizi di rilassamento, cerca di ricordarti di respirare con calma e a fondo. La donna si pone dietro l’uomo, le pone le mani sulle spalle e comincia a fare lunghe inspirazioni seguite da rumorose espirazioni. –Su, seguimi, fai come me, non fare il testardo come al solito, che se sei in queste condizioni lo puoi solo dire grazie a te stesso. –E’ inutile che me lo ricordi di continuo, dovevi convincermi allora a smettere di fumare quaranta Gauloises al giorno... - dice queste parole con voce roca e spezzettata da numerosi colpi di tosse. –Bpco: broncopatia cronica ostruttiva: guarda… questa tua diagnosi me la ricordo bene, ma io ti avevo predetto un cancro ai polmoni... che non è arrivato… e invece ecco come ti sei ridotto! –Grazie per avermelo raccontato e ricordato così bene! Mi dispiace se ti ho smentito. L’ing. smette di tossire, si deterge la fronte e si soffia rumorosamente il naso. –Sì, è vero: sei ancora vivo e malridotto, e devi continuare a campare…- si pone di fronte e fissandolo esclama- Vedi che adesso stai meglio! Quando vuoi puoi venire a far colazione, che poi si farà troppo tardi. –Senti, non ho voglia di venire in tinello, potresti farmela portare tu qui, senza fretta. –Sissignor padrone, ai suoi ordini- la donna esce dallo studio cantilenando le parole. L’ing. si alza, fa qualche passo incerto e si siede su una poltroncina girandola verso lo specchio. –Redde rationem: mi sembra veramente venuto il momento giusto. Sei mesi, un anno, non di più, aggiustando le dosi - ride sinistramente- Arrivato alla soglia dei settant’anni lo posso anche accettare… e poi è così… non posso fare altro che essere d’accordo, e il verdetto lo si deve accettare per forza! Si alza a fatica e si avvicina allo specchio fissando la sua immagine riflessa. –Me ne sto andando, lo so: basta guardarmi negli occhi, e mi dispiace… stento a riconoscermi… ma prima vorrei… dovrei fare ancora una cosa… che lo so… è difficile, ma devo tentare… Ritorna traballando e quasi si accascia sulla poltrona. –Io… tutti… abbiamo fatto… commesso… azioni ostili… atti offensivi… operazioni ignobili… nei confronti del prossimo - un violento accesso di tosse lo interrompe per poi, cessato, lasciarlo riprendere con fatica- ed è inevitabile che succeda nella vita: si è costretti… dalla nostra debolezza… dal nostro mancato controllo… dalle circostanze… senza una precisa volontarietà ad agire, e adesso vorrei… anzi dovrei chiedere scusa… porre rimedio per andarmene in pace… per togliermi questo senso di colpa. In quel momento entra una cameriera filippina con un vassoio su cui c’è la colazione. –La signora mi ha detto di portare qui la colazione, che forse preferiva… –Grazie proprio un pensiero indovinato, la lasci pure sulla scrivania. La cameriera depone il vassoio ed esce in silenzio. L’ing. si alza e lentamente si siede sulla poltrona di fronte alla scrivania. Mangia un paio di biscotti, beve un sorso di latte da una tazza e inizia a tossire con violenza. Fa qualche esercizio di respirazione, allontana disgustato il vassoio, prende una penna e inizia a scrivere su di un foglio di carta commentando ad alta voce. –Vediamo un po’: comincerei a stilare l’elenco degli offesi cercando di utilizzare una metodologia cronologica, indipendentemente dalla figura dell’offeso e dall’entità della mia azione. Cosa può essere ritenuto un gesto di villania a dieci anni potrebbe essere valutato altrimenti a cinquanta e viceversa! Si mette seduto eretto con le mani dietro la nuca in atteggiamento meditativo; dopo un attimo di riflessione si china e scrive a lungo commentando con varie esclamazioni. –Ecco, si questo sì, anche questo è importante, e certo che non posso eliminarlo…. Prende il foglio con gesto trionfale ed esclama. –Finalmente ci sono, li ho scritti tutti- emette un lungo sbuffo seguito da un colpo di tosse- il mio primo rimorso sono le formiche. Ero bimbo, piccolo, al limite dei ricordi, ma mi è chiarissimo il gesto: in cortile, nei lunghi e noiosi pomeriggi d’estate, da solo raccoglievo sassolini e mi appostavo cercando le colonne delle formiche che si rincorrevano in lunghe e frenetiche file sul cemento. Ne seguivo una e… bam… la centravo dalla mia piccola altezza, bombardandola con una pietruzza. Quasi sempre il lancio era ben diretto e colpiva il bersaglio, ma spesso l’insetto era solo rallentato e faceva strane giravolte su se stesso. Allora bam… un secondo, un terzo lancio, finché la formica non si arrestava inanimata.- fa una lunga pausa sorridendo e poi riprende- Che sciocchezza! Come posso fare per chiedere scusa alle formiche? Mi faccio veramente pena! L’ing. si alza quasi di scatto, attraversa la stanza e si dirige verso la finestra, la apre, e torna alla scrivania. –Mi manca l’aria, devo lasciare socchiusa la finestra…- quando ritorna passando davanti allo specchio si ferma di colpo con un sussulto. –Che diamine succede?- tasta lo specchio con una mano come volesse pulirlo, due, tre volte, poi ritrae la mano e la guarda emettendo un forte sibilo seguito da un colpo di tosse. –Devo essere impazzito: vedo correre migliaia di formiche sullo specchio, ma sono riflesse non sono reali… Si sente una vocetta fuori scena: “Siamo noi, siamo le anime delle formiche che stiamo parlando con te, non ti preoccupare, tra breve anche tu sarai solo anima ed è per questo che adesso possiamo comunicare già con te. L’ing. si lascia cadere nella poltrona spostandola di fronte allo specchio. –Allora, come io sento voi anche voi potete sentire me? –Certo: ci hai chiamate e noi siamo qui, per poco: che cosa vuoi da noi? –Io voglio… anzi devo chiedervi scusa perché da bimbo, ma ero proprio piccolo… ho ucciso molte di voi facendole soffrire... per un gioco crudele… vorrei rimediare… –E’ molto facile: non ti farai cremare, ti farai seppellire in piena terra in una cassa di legno tenero e diventerai un ottimo cibo per tante di noi, ma non ti preoccupare di quello che hai fatto: noi siamo umili lavoratrici che con grande fatica campano poche ore. Lo sappiamo che il nostro destino è di essere di effimera durata. Nessuna di noi si era accorta della tua azione… –Sì, lo farò di sicuro: e così ora, ditemi, posso essere perdonato? –No, in verità non è necessario. Dallo specchio proviene un lampo e cala il silenzio con la scomparsa delle immagini. –Vediamo il secondo leso della lista- si alza, prende il foglio dalla scrivania ed esclama- ecco: lo nomino e scopriamo se appare anch’esso nuovamente sullo specchio! L’ing. si alza, si pone di fronte allo specchio ed esclama: – lucertole vi chiedo scusa! Sullo specchio dopo qualche istante si muovono in un vorticoso andare e venire numerose immagini di lucertole. Si sente una voce femminile. –Chi sei tu che ci disturbi, che ci importuni, che cosa vuoi da noi? –Da ragazzino, nelle ore calde della giornata, quatto quatto mi appostavo senza farmi accorgere dietro alle lucertole immobili che estasiate dal calore del sole non si accorgevano del mio arrivo. Veloce e sicuro, con una mossa fulminea afferravo la coda della preda assopita, che mi rimaneva fra le dita ancora vibrante di vita. Non smettevo questo diletto sino a che non raccoglievo nel barattolo che mi portavo appeso alla cintura dieci code oramai immobili. Il mio bottino. Per me era un bel gioco, per voi una grande sofferenza: vi chiedo di perdonarmi. Si levano dallo specchio risa stridule e confuse, poi, ricomposto il silenzio, risponde la voce di prima. –Sei veramente ingenuo e ignorante: noi stacchiamo la coda che ricresce subito un’infinità di volte, ogni momento che riteniamo possa esserci qualcuno che ci voglia acchiappare da dietro. È un atto fisiologico, naturale, non ci devi nessuna scusa, semai ti dovresti vergognare di un gioco sciocco, ma si sa… i bambini un po’ lo sono. Spero che crescendo tu sia diventato più saggio. Addio.- e con un lampo lo specchio si spegne facendo scomparire le lucertole. In quel momento entra la cameriera. –L’ingegnere ha finito?- guarda il vassoio sconsolata- anche se non ha quasi mangiato niente. Non era piaciuta colazione? –No grazie, era tutto buonissimo, lasciami solo qualche biscotto il resto lo puoi portare via. -la cameriera esce con il vassoio. Prende un paio di biscotti, li frantuma con un fermacarte in un foglio, va alla finestra, la spalanca, e li getta fuori esclamando. –Ecco cominciate a mangiare queste prima che io arrivi!- ride e segue un accesso di tosse. –Sì, devo ammetterlo: avevo questo senso di colpa, ma non me lo meritavo. Ho freddo però con questa finestra aperta: è meglio chiuderla. Si avvicina alla finestra, la chiude e nel fare questo movimento urta violentemente contro uno spigolo: si guarda il braccio e commenta. –Come batto… ecco subito un bel livido… proprio come era successo a te nonna… come quello che io ti avevo causato... Ti assicuro, non volevo, non volevo!- e dice queste ultime parole quasi gemendo. Si avvicina allo specchio esitando, lo guarda chinandosi e mettendo una mano sugli occhi per osservare meglio.
–Nonna, nonna ci sei? Sei al terzo posto nella mia lista…- dice con impazienza. –Sì, arrivo, scusami, sai… ma sono un po’ lenta. Appare sullo specchio la figura di una vecchietta. –Scusa se ti ho disturbata, ma approfitto di questa straordinaria opportunità che mi è piovuta inaspettata: sono contento che funzioni anche con te, sono felice di poterti vedere, di parlarti… Sai, ho da chiederti perdono per una brutta azione che ho commesso nei tuoi confronti. Mi ricordo come fosse ieri, e non riesco a cancellarne l’impressione. Era un dopo pranzo, io registravo, con il mio magnetofono Geloso posto a terra, musica che proveniva dalla radio: musica moderna, degli urlatori, che mamma non tollerava. Per evitare di essere rimproverato e soprattutto impedito, mi ero piazzato in corridoio e stavo in religioso silenzio per non inquinare la registrazione. Tu riposavi nella tua camera: a un certo punto uscisti da essa per andare in bagno. Hai iniziato il percorso giusto per attraversare la mia sala di registrazione! Agile come un giaguaro, silenzioso come un serpente balzai alla tua volta e ti afferrai per un braccio per arrestarti. Come logica reazione tu mi chiedevi che cosa stesse succedendo e la tua voce copriva e disturbava l’urlo del cantante… Io muto ti indirizzai al bagno tenendoti forte per schivare il microfono, ma la registrazione era compromessa. Tra parentesi ho ancora quel nastro con il tuo disturbo, e tuttora lo sento con la tua cara voce che mi emoziona: di tutte le canzoni registrate ho conservato solo quella, ma è impressa nella mia mente la macchia blu diffusa al tuo braccio che la mia violenta mossa ti aveva causato. Riesci a perdonarmi? Dopo un attimo di silenzio in cui l’ing. ansimando si contorce le mani, si leva dallo specchio una debole e prolungata risata. –Non me lo ricordavo per nulla: io, come sfioravo qualcosa, mi facevo un grosso livido… non hai veramente nulla da farti perdonare… addio… Con il solito bagliore l’immagine scompare. –Mi son portato per anni questi sensi di colpa… per niente? Forse erano sensazioni eccessivamente patite da un ragazzino, ma sicuramente tanti torti reali ne ho, finché sono vissuti, nei confronti dei miei genitori. Quante cattive risposte, quanta insofferenza, quante tensioni scaricate verso loro, dovrebbero essermi perdonate!- e quasi urla- Papà, mamma, vi disturbo, se potete rispondermi, parlatemi, comparite! Nella stanza scende il buio e sullo specchio si accende una luce che proietta due ombre cinesi di un uomo e una donna. –Mamma, papà, siete voi? Dallo specchio non arriva nessuna risposta, ma si nota che le figure allargano le braccia e si abbracciano. –Mamma, papà, siete voi? –Caro figliolo ti ringraziamo, perché in virtù del tuo intervento dopo tanto tempo possiamo rivederci: tu sei stata sempre l’unica forza che ci ha fatto vivere e combattere sino alla morte. Grazie, grazie figliolo per tutto quello che ci hai dato e anche per questo momento, che purtroppo adesso sta per finire. –Un attimo, ascoltate, vi prego! Volevo chiedervi scusa per tutte le volte… - l’immagine dopo il bagliore scompare e nello studio ricompare la luce. Con voce strozzata esclama. –Invece di ricevere il loro perdono per i torti subiti quei poveretti mi hanno addirittura ringraziato!- lo pronuncia sillabando ad alta voce rivolto allo specchio e gesticolando. –Che cosa stai facendo davanti allo specchio? Ti senti male? Ho udito una specie di urlo, e poi… con questa finestra socchiusa rischi di prenderti una polmonite. Ora te la chiudo. Tra mezz’ora si mangia. Che hai? Perché non rispondi? Mi hai capito? La moglie entrata quasi di corsa, chiude la finestra e si pone di fronte al marito con le mani sui fianchi in attesa di risposta. –No, non sono mai stato così bene… da tempo. Ti prego siediti che devo parlarti. –Mi fai paura… hai lo sguardo spiritato. –Volevo raccontarti… discutere di che cosa mi è appena successo… ma forse è meglio di no… ne parleremo eventualmente dopo. Adesso però hai una briciola di tempo prima del pranzo, perché vorrei interrogarti… insomma chiederti o… o meglio provare a capire se… insomma vorrei un po’ di attenzione. L’ing. si siede su una poltroncina imitato dalla moglie. –Certo che ti ascolto, ma ti prego calmati, mi sembri fuori di senno: sei sicuro di stare bene? –E’ proprio di questo che volevo discutere: stamattina ho ricevuto la notizia dal cardiologo che il mio disturbo valvolare mitralico rapidamente si sta evolvendo verso un punto di non ritorno. Tu lo sai che la risoluzione chirurgica l’hanno scartata e ora la mia prognosi di vita non supera l’anno- la moglie trasalisce facendo un balzo sulla poltroncina- per cui volevo chiederti alcune cose. –Ti ascolto. –Siamo sposati da trent’anni- Trentaquattro- lo corregge prontamente la moglie- e mi rendo conto che non sono stati tutti trascorsi in modo piano e sereno. Prende un lungo respiro e continua in modo affannato mentre la moglie incrocia le braccia con ostentazione fissandolo. –So bene che con il mio carattere rabbioso e ossessivo ti ho portato a momenti di esasperazione, tanti… troppi… senza dubbio ho sbagliato… e ti chiedo un perdono, un’ammenda complessiva per il mio comportamento, non per un qualche fatto specifico, ma per me, per come sono fatto… del resto sono fatto così… L’ing. si mette le mani nei capelli e reclina il capo in dietro. Risponde la moglie distraendo lo sguardo dal marito. –Il perfido figuro empio che sul letto di morte domanda il perdono agli uomini per presentarsi immacolato al cospetto di Dio! Mi sembri l’Innominato di manzoniana memoria!- emette un riso acuto- non ti si addice questa parte: tu non sei stato mai un empio e scellerato individuo, ma semplicemente un omuncolo debole e presuntuoso che riversava sugli altri le proprie frustrazioni, incapace di superare senza isterie i momenti bui della vita. Non ho proprio niente da perdonarti, fissatelo bene nella mente, perché dopo il matrimonio ben presto ho perso ogni interesse per la tua persona, e ho rivolto ogni mia energia a vivere per crescere i due figli che tu mi avevi dato. Devi pertanto rassegnarti: tu non potevi offendermi perché per me tu semplicemente non esistevi: per sopravvivere ero, sono, riuscita a cancellarti dalla mia vita. La moglie si alza, va dietro all’ing., depone le mani sulle sue spalle ed esclama. –Puoi davvero stare sereno, non hai dunque nulla da farti perdonare da me, e quando vuoi puoi venire a pranzo che è pronto- ed esce velocemente dallo studio. –In definitiva non riesco a ottenere uno straccio di perdono da nessuno!- lo esclama con rabbia. Si
alza dalla poltrona, afferra e straccia il foglio su cui aveva scritto la lista, con i pezzi ne fa una pallottola che lancia in un cestino, e stancamente tossendo esce dalla scena.
Seconda scena: una stanza d’ospedale con un solo letto, un comodino e due poltroncine. La stanza è in penombra. L’ing. giace sdraiato a letto inerte con addosso un pigiama. Si sente squillare un trillo del cellulare sempre più forte e insistente. L’ing. si solleva a fatica, si gira lentamente e con la mano apre il cassetto del comodino, da cui estrae il cellulare che suona fortissimo e nell’ accostarlo all’orecchio lo perde e lo fa cadere al suolo. In quel momento entra un’infermiera. –Che fracasso! Si sentiva fin dal fondo del corridoio ‘sta sirena- si china, raccoglie l’apparecchio con cui armeggia, e che finalmente smette di suonare. –Ingegnere, ingegnere: gliel’ha appena detto il dottore che non deve avere emozioni, niente telefono, poche visite, niente televisione, se vuole le rimetto le cuffie per sentire un po’ di musica rilassante… –Mi dica solo una cosa: guardi chi mi cercava…- risponde l’ing. con un filo di voce. L’infermiera prende il cellulare lo guarda e risponde. –C’è un numero e la scritta sconosciuto. Adesso però lo spengo, così più nessuno la disturberà. –Penso di non potermi opporre! –Già, pare proprio così, le lascio le cuffie accese su musica sinfonica- le depone sul comodino, e l’infermiera esce dopo aver riposto il cellulare nel cassetto. Con fatica l’ing. si solleva, poggia i piedi a terra, apre il cassetto, prende il cellulare, lo manovra, e dopo un istante inizia a parlare con il vivavoce inserito. –Pronto? Poco fa qualcuno mi ha cercato, con chi parlo?- una voce femminile risponde. –Che piacere ingegnere di sentirla: mi scusi se la disturbo, sono la figlia della sua prima segretaria, Dorina, si ricorda della mamma? Dovrei parlarle. –Certo che mi ricordo…- “e come non posso non ricordare quella pasticciona di ragazza, graziosa, ma terribilmente oca” commenta a bassa voce riparando il microfono del telefono con la mano, e riprende- è stata in assoluto una delle mie prime segretarie di studio, io ero un giovane ingegnere e lei era una giovane fanciulla... come sta? –E’ per questo che la chiamo, mamma non sta bene… anzi sta veramente male, è ricoverata in ospedale in oncologia, e i medici hanno deciso di trasferirla all’hospice in attesa… - il discorso s’interrompe e si sentono alcuni singhiozzi, per poi riprendere- se potesse rivederla vorrebbe salutarla prima di essere trasferita… se potesse, se avesse tempo di fare un salto... le farebbe un gran piacere. –Dove è ricoverata? –All’ospedale Maggiore, terzo piano, oncologia, stanza quattordici. –Faccio sicuramente un salto, buongiorno- appoggia il telefono sul comodino, prende un lungo respiro e commenta. –Praticamente è sopra la mia testa! La cardiologia è al secondo piano. Indossa la vestaglia verde ed esce dalla porta.
Terza scena: camera d’ospedale identica alla precedente con a letto una donna sdraiata inerte; la stanza è in penombra.
Si sentono alcuni colpi alla porta che piano piano si apre. –Permesso? Posso entrare?- avanza a passo lento l’ing. con indosso la vestaglia verde. –Disturbo? Sua figlia mi ha telefonato dicendomi che… –Ingegnere, è lei? E’ già qui? È formidabile… la sua gentilezza… la sua disponibilità. Mi scusi se non riesco a tirarmi su… mi fa male la schiena… si avvicini per favore… che possa vederla. Con circospezione l’uomo si accosta al letto, prende una seggiola e si accomoda. –Dorina, da quanti anni…- fa una lunga pausa- sua figlia mi ha comunicato che non sta bene… –Direi ben altro, ingegnere: sto morendo e prima volevo incontrarla per mettere le cose a posto. –Mi dica Dorina, c’è qualcosa che posso fare per lei?- la voce è roca e trattiene con difficoltà un accesso di tosse. –Ah, ingegnere! Fuma sempre? –No: ho smesso da tempo, ma adesso non si affatichi, mi dica del suo problema. –Ingegnere: volevo solo chiederle scusa, volevo il suo perdono prima di andarmene. –Non capisco, davvero, che cosa dovrei perdonarle? –Io, lo so, l’ho fatta arrabbiare tanto per tutti gli errori che facevo di continuo: ma molti di questi li facevo… con intenzione… Mi spiego: sa, io ero perdutamente innamorata di lei, che si era appena sposato con quella bella donna di sua moglie…- fa una pausa e sospira- e se facevo tutto bene non mi degnava di uno sguardo, mentre se sbagliavo, è vero sa, mi rimproverava, ma soprattutto anche mi stava vicino per correggermi. Si avvicinava, a volte mi toccava un braccio, una spalla… e questo era per me un modo per sentirla più intimo… mi perdona per tutte le volte che l’ho fatta arrabbiare apposta? –Dorina, cosa mi dice? Sappia che lei non era per nulla uno dei miei più grossi problemi… erano ben altri, e poi non mi sono mai accorto di niente… dei suoi sentimenti… ero ben lontano dal pensare che lei avesse quelle motivazioni… e poi, a ben pensare… di segretarie dopo di lei ne ho cambiate parecchie… ma non erano molto diverse. No, non deve preoccuparsi, non la perdono, perché lei non mi ha mai offeso… non ha proprio niente da farsi perdonare. –Mi capisca ingegnere, sa, forse lei non ci riesce a capire la situazione, ma volevo andarmene senza pesi sulla coscienza, e questo era uno dei più insopportabili. –No, Dorina, invece la capisco bene… –Allora ingegnere, anche senza il suo perdono, adesso mi sento più sollevata perché mi ha tolto un pensiero che mi soffocava l’animo. L’ing. si alza, dà una carezza alla donna e si avvia verso la porta lentamente. –Ingegnere!- esclama con un filo di voce Dorina- sa come ho chiamato mia figlia? Glie l’ha detto per telefono? –No, non lo so, non me l’ha detto. –L’ho chiamata Speranza, pensando a lei quando l’ho concepita… sperando che un giorno lei si accorgesse di me… ma non è mai successo, ed è per questo che poi ho cambiato lavoro. –Già, in verità non è mai successo, a presto Dorina- replica l’ing. ed esce dalla stanza.
Quarta scena: camera d’ospedale. Il letto è vuoto, ci sono due uomini giovani che discutono seduti su due poltroncine. –Papà ricoverato in ospedale che ci convoca…
–E non è una convocazione “ordinaria” che si possa rinviare o trascurare, perché mamma, consultata, ci ha consigliato di venire, ma non ha voluto dirci niente di più. –E’ una delle rarissime volte che ci dice di ascoltare nostro padre. –E’ vero: abbiamo fatto il nostro lungo viaggio, tu meno del mio... da Stoccolma a qui è niente in confronto al mio da Singapore, e adesso che ci siamo incontrati puntuali in ospedale… non c’è. –Almeno non è presente qui in camera… anche se l’infermiera ci dice che dovrebbe esserci, che non sta facendo nessuna terapia né esami, e che non gli è permesso di andare a spasso. Non sa dove si sia cacciato. –E’ come al solito; se ne infischia di tutti, soprattutto di noi! in quel momento si apre la porta della camera: entra l’ing. che barcollando raggiunge il letto dando un’occhiata sfuggente ai figli. Si abbatte stremato, si corica appoggiandosi ai cuscini e ansimando fortemente. –Papà, che ci fai qui ricoverato in cardiologia? Hai avuto un infarto? –Mamma ci ha detto di venire con urgenza che volevi parlarci, e noi siamo qui. Segue un lungo silenzio, poi l’ing. Parla con voce debole e risponde. –Siete qui perché volevo chiedervi un piacere, prima che sia troppo tardi per riceverlo. Ho una patologia cardio-polmonare complessa, in altre parole incurabile, e la prognosi mi riserva poca vita residua. Quindi capite che il mio tempo sta per scadere. –Papà vuoi scherzare?- rispondono all’unisono. –Vi prego non interrompetemi, sono serissimo, e non posso sprecare il mio fiato. Voglio sapere se siete disposti a perdonarmi? –Di che cosa dovremmo perdonarti? (di nuovo assieme) –Spiegati meglio… che cosa avresti combinato? (insieme)- dopo un violento colpo di tosse l’ing. riprende parlando molto lentamente e scandendo le parole. –Di avervi messo al mondo! Con mamma si era raggiunto un accordo… di avere due figli, e io l’ho rispettato, senza entusiasmo, perché temevo di non essere né un buon marito, né un buon padre. Così per tutta la vita ho cercato di evitare di occuparmi direttamente di voi, delegando... affidando questo incarico a vostra madre. Ho sempre sperato, creduto che io potessi trasferirvi qualcosa di me con l’esempio. Impegno, coerenza, fedeltà ai miei principi e adeguatezza in tutto quel che facevo… e attuavo le mie scelte… ogni mia azione in funzione del benessere della famiglia: era questo il mio credo che pensavo potesse rappresentare la traccia su cui voi avreste impostato la vostra vita. Io non giudico adesso il vostro comportamento passato ma ritengo che oramai adulti sia nelle scelte di vita che state facendo, completamente all’opposto dei miei canoni, e sia e soprattutto nei vostri caratteri che vedo insicuri e infelici, state percorrendo strade molto diverse da quella da me indicata… inutilmente. Siete, anche se avete raggiunto i trent’anni, dispersi in un’esistenza fatua, senza un indirizzo fisso, con un futuro pieno di angoscianti incognite, senza un solido costrutto. Io mi ritengo responsabile della vostra condizione di sofferenza e per questo vi chiedo di perdonarmi. –Per quanto riguarda me sei completamente su una falsa strada. Io a Stoccolma vivo come voglio, libero di fare le mie spedizioni fotografiche artiche che so bene che non mi danno da vivere, e che supporto con umili lavoretti saltuari di cui né mi pento né mi vergogno. Faccio così perché l’ho deciso io, e tu non c’entri niente. Tu sei stato sempre distaccato da me, l’hai ammesso, e io non ho mai respirato la tua aria “positiva”. - lo dice con sarcasmo- Ti avvicinavi, lo capivo bene, con ipocrisia solo dopo aver litigato con la mamma… per ingraziartela, per addolcirla. Tu non hai mai contato niente per me, per cui non hai un bel niente da farti perdonare: anzi è stato meglio così… averti avuto lontano. A me soddisfa la mia esistenza “effimera”, e non mi sento per nulla di stare sprecando la mia laurea in sociologia in cose futili. Interviene l’altro fratello. –Per me valgono le stesse parole, anche se a Singapore io un lavoro e una famiglia ce l’ho: vivo nel giardino degli uccelli esotici cui do da mangiare, e con cui faccio lunghi e piacevoli discorsi, senza la rabbia e il livore che si respirava qui a casa nostra. Questa per me è una buona famiglia. Tu potrai dire che la mia laurea in ingegneria chimica in tal modo è sprecata, ma ti assicuro che un pappagallo mi dà più soddisfazione che i pomeriggi passati nel laboratorio di quel tuo conoscente-amico che mi aveva assunto perché raccomandato da te, e che mi avevano ancora di più indotto a spingermi ben lontano da qui. Stai tranquillo: puoi serenamente andartene senza sensi di colpa e senza aver bisogno del nostro perdono. Meglio “disperati soli e senza futuro” lontani che “disperati soli e senza futuro” qui vicini a te! –(assieme). Noi viviamo la nostra “misera e triste” esistenza- (con sarcasmo)- indipendentemente dalla tua figura paterna, e soprattutto ben contenti di essere lontano da te. Addio papà. I due figli si alzano, e rapidamente escono senza voltarsi. L’ing. commenta. –Riuscirò a trovare qualcuno cui possa chiedere e ottenere perdono in questo mondo?
Quinta scena: è buio. Nella camera d’ospedale in cui giace a letto l’ing., mrntre entra un uomo vestito in clergyman con un libro in mano, si accende una luce potente. –Buonasera, mi scusi se la disturbo a quest’ora, ma l’infermiera mi ha fatto sapere che voleva parlarmi con urgenza e solo ora mi sono liberato: sono il cappellano dell’ospedale, e anche se è un po’ tardi mi sono permesso di venire a farle visita. –E’ veramente gentile, la ringrazio, tanto io qui non ho impegni… vorrei farle una domanda… –Sono a sua disposizione: l’ascolto- l’uomo si siede accanto al letto. –Non ho molto da vivere… così per lo meno mi hanno detto i medici curanti, e sa… pur non essendo un fervente… un praticante… come dire, un convinto di religione… ho creduto brne… - si ferma ansimante guardando preoccupato il prete. –Non si preoccupi di giustificarsi, io sono qui per ascoltare non per giudicare, si calmi e serenamente si apra, con sincerità… prosegua. –Grazie, io sono, anzi, ero o meglio ancora fui un uomo pragmatico, abituato a pianificare ogni mia azione: ero un progettista di infrastrutture edilizie, sa grandi opere. Facevo i calcoli, valutavo gli sviluppi e gli eventuali intoppi nei lavori, i costi, i tempi, i possibili margini di errore, e poi collaboravo alla realizzazione delle opere: ora sto cercando di affrontare questo mio ultimo lavoro, nell’avvicinarmi al punto di non ritorno, con la stessa metodologia, ma trovo difficoltà insormontabili- di nuovo si arresta ansimando. –La prego, non si agiti, si rilassi, abbiamo tempo… –Mica molto! A me ne rimane poco: ecco il mio problema.- riprende l’ing. con voce ferma- Ho fatto una lista, partendo dalla mia infanzia, di figure che in qualche modo nella mia vita ho offeso, danneggiato o per lo meno in qualche modo non ho rispettato. Volevo chiedere ad esse il perdono per le mie azioni, espiare il mio senso di colpa, ma, e non sto a dirle come l’ho saputo, nessuna di esse me lo ha concesso, perché tutte non hanno ammesso di essere state lese da me e che quindi non avevano la facoltà di perdonarmi. Eppure io mi sento in colpa, “mea gravissima culpa”- e l’ing. si batte il petto per tre volte, accasciandosi sul cuscino stremato. Il prete si fa il segno della croce e accenna a una benedizione. –E pensare che sono solo all’inizio della lista che ho rifatto dopo le prime disillusioni! Ne ho ancora molti altri- prende un quaderno e legge- Vede: il mio cane picchiato ingiustamente, il gatto lanciato dalle scale, un automobilista che mi aveva rubato un parcheggio cui ho rigato l’auto volontariamente, una sberla data a un compagno a tennis… il religioso lo fa zittire con un gesto della mano. –Figliolo, mi risponda: è da molto che non si avvicina al sacramento della confessione, della comunione? –Sì, è da molto. –Non le verrebbe voglia di farlo ora? Sarebbe un bel modo per iniziare il nostro rapporto, e così nel segreto della confessione, si potrebbe trovare una soluzione ai suoi problemi… si potrebbero chiarire tanti lati oscuri… si potrebbe scaricare di tutti i suoi peccati formulando un sincero pentimento… Lo interrompe bruscamente l’ingegnere. –Misfatti! Non ho bisogno di elencare i miei peccati: ne sono ben consapevole e mi ritengo sicuramente colpevole. Sono sinceramente pentito per tutti, e vorrei essere perdonato, non per la paura di un castigo, che certamente merito, ma per me stesso. Non posso adesso trasformarmi in credente improvvisando una conversione teatrale in punto di morte, non sono un farabutto trasformato in santo. Sono un essere mortale, che sta facendo la sua svolta definitiva… chissà dove mi potrà portare… –Capisco, ingegnere, ci pensi su con calma, io come uomo di chiesa le posso offrire gli strumenti che ho a disposizione, per cui non le posso concedere un perdono generico “di merito” senza approfondire gli elementi che hanno condotto alla soluzione finale del processo di pentimento, che in vero credo sincero e totale, e che attraverso ad esso la conduca alla fede. Le auguro di passare una buona notte di riflessione, e, se vuole, ci potremo rivedere presto. Me lo faccia sapere e io accorrerò da lei. Le offro di nuovo la mia benedizione- fa il gesto, e si allontana dalla stanza spegnendo la luce. L’ing. non risponde al saluto. –Anche questo… un prete addirittura, mi ha negato il perdono!- e accenna a una risata stridula che termina con colpi di tosse.
Sesta scena: stessa stanza d’ospedale. Due inservienti in divisa lavano per terra; il letto è disfatto, i materassi arrotolati. Mentre lavorano parlano ad alta voce. –Non pensavo che se ne andasse così in fretta… –Era giù di carreggiata nel fisico, è vero, ma era lucido e pronto, anche se un po’ strano… ieri sera aveva ricevuto la visita del cappellano… l’avrà fatto agitare. –Sarà stata quella che gli ha dato il colpo di grazia! –E’ vero… hai proprio ragione: però già prima con la testa smaniava, sembrava che avesse fretta di finire qualcosa che gli stava a cuore. –Pensa che ieri, quando ho rifatto la camera, ero con Maria Rosa, tu non eri di servizio, mi ha fatto tutto un ragionamento contorto, che ho capito poco, e alla fine mi ha chiesto se io una persona così l’avrei perdonata!- l’interrompe la collega. –Anche a me la sera prima: mi ha fatto degli esempi di uomini cattivi che infieriscono sui buoni, e se era possibile che a un certo punto questi buoni fosse giusto che perdonassero i cattivi. Ha parlato di formiche, di lucertole, di gatti, di cani, di rabbia. Penso che si riferisse a qualcuno che l’aveva offeso in passato, e chiedeva se era giusto perdonarlo . –Sì… Sì… Sì, proprio così: anche a me ha fatto gli stessi discorsi, e io gli ho risposto che non è bello tenere il broncio più di tanto, e che poi le brutte cose è meglio dimenticarle e di non preoccuparsi troppo se non gli avevano chiesto scusa. –Anch’io gli ho detto che si fa solo cattivo sangue a ricordare le offese che uno ha ricevuto, e che era meglio lasciare perdere… che era più conveniente non infierire… ma ho avuto l’impressione che non era convinto e contento della mia risposta e mi ripeteva che non si era spiegato bene. –Anch’io gli ho dato la stessa risposta, ma non mi sembrava soddisfatto, sembrava perplesso e molto confuso, quasi gli dispiacesse. –E stanotte se n’è andato! –Chissà se è riuscito a risolvere i suoi dubbi? –Non lo potremo sapere mai. –Riposi in pace il poverino e speriamo che sia morto sereno, anche se lo dubito!- lo dicono assieme facendosi il segno della croce.
Settima scena: salotto della casa dell’ingegnere. Seduta alla scrivania la moglie fa scorrere nervosamente alcuni fogli. –Che pasticcio… che pasticcio… mi hai lasciato veramente nei guai! Te ne sei andato in tempo… sì proprio in tempo! Un tempo giusto per te, ma sbagliato, tremendamente sbagliato per noi! Se avessi resistito ancora ventiquattro ore ti saresti visto in foto… finito sui giornali, nei notiziari... ti avrebbero cercato le televisioni… e poi certamente i magistrati… e tutti avrebbero parlato di te. E invece te ne sei andato in silenzio, te la sei scampata! E’ toccato tutto a noi… a me… affrontare quelle belve. Abbiamo fatto il tuo funerale assieme a quei settantaquattro poveretti che sono morti nel crollo del ponte che hai progettato e fatto costruire tu trent’anni fa’! Sembra un’ironia della sorte! E invece adesso tutti corrono dietro a me… alla vedova del progettista costruttore… del grande ingegnere… del farabutto che per risparmiare sui costi ha usato materiali scadenti applicando un progetto chiaramente deficitario! Che posso dire io? Che cosa mai ne posso sapere? Tra tutte queste scartoffie nel tuo archivio relative a quegli anni… io non ne capisco niente! Entrano i figli nello studio. Parla un figlio. –Abbiamo contattato l’avvocato: farà un comunicato stampa in cui evidenzierà che il crollo del viadotto sia stato causato esclusivamente da un cattivo stato di manutenzione, e che il progetto e l’esecuzione dei lavori erano stati eseguiti a regola d’arte. L’ingegnere progettista non ha nessuna responsabilità nei fatti accaduti; questo deve essere ben chiarito fin da subito- e incalza l’altro figlio- Noi non dobbiamo rilasciare nessuna dichiarazione, né consegnare nessun documento. Parlano le carte e i documenti depositati all’epoca della costruzione e le perizie degli esperti che hanno deciso l’idoneità del progetto e convalidato la buona esecuzione dello stesso. –Avete ragione dobbiamo difendere il buon nome di famiglia: non abbiamo nulla da farci perdonare, noi.- commenta la madre. Il figlio infervorato incalza la madre. –Hai ragione: però sappi che con la scomparsa di nostro padre è venuta a crearsi in famiglia finalmente una situazione di pace. Era un uomo tormentato che tormentava… in continuo. Ultimamente poi era ossessivo, più insopportabile del solito, con le sue ridicole richieste di essere perdonato. Da chi? Per che cosa? Per minime cose e per il suo comportamento abituale, e non si era accorto che aveva sempre danneggiato ogni essere che aveva avuto la sventura da fare con lui… sempre. Ora voleva essere perdonato per tutto e da tutti, fissandosi su piccoli e insignificanti casi, e non si era reso conto che doveva sentirsi in colpa per essere in vita lui, e che la sua colpa originale, in effetti, era quella di essere nato. Pensate al caso: se ne è andato giusto in tempo per non affrontare un evento che gli avrebbe permesso di sentirsi realmente in colpa per un fatto ben preciso: con il suo ponte crollato è riuscito a far fuori più di settanta persone, e di creare uno sconquasso nazionale… una vera forza del male: adesso fosse vivo, potrebbe chiedere perdono concretamente a qualcuno! –Siete due cinici e ingrati a parlare e pensare così: vostro padre non vi ha mai fatto mancare il suo appoggio economico e sociale… (madre) –Lo ha fatto per puro senso del dovere… (figlio) –Senza amore, senza partecipazione affettiva, come se si trattasse di sbrigare uno dei suoi progetti… (altro figlio) –E come sempre, si sono dimostrati errati e mal eseguiti! (figli in coro) –Adesso basta a dire queste parole: offendete anche me. Io, come madre, mi sono sempre impegnata al massimo con naturalezza e spontaneità… nel proteggervi. –Certo mamma, lo sappiamo e te ne siamo grati, ma anche tu sei stata una sua creazione incompleta: ha cercato di plasmarti, di modellarti, di riprogrammarti secondo un suo progetto, come al solito sballato, e in parte c’è riuscito, corrompendoti, corrodendoti, invilendoti… snaturandoti. E non te ne rendevi conto. I due figli si avvicinano alla madre che inizia a singhiozzare, l’abbracciano e l’accarezzano a lungo.
Ottava scena: stesso studio. La madre è seduta su una sedia a rotelle con una fleboclisi inserita in un braccio. Ha in testa un fazzoletto che la ricopre. La luce è bassa. Entra la cameriera filippina con uno scialle che depone sulle spalle della madre. –Signora così va meglio? Sente meno freddo? Posso andare per preparare da mangiare? –Sì, grazie puoi andare, tanto sai che qualsiasi cosa che mi presenti poi la vomito. La cameriera filippina esce silenziosamente. –E’ ammirevole, ma anche cocciuta: lo sa, lo vede, che da quando ho fatto questa ultima chemioterapia tutto quello che ingoio poi lo restituisco… ma insiste nel voler preparare i cibi, come se dipendesse da questi… il mio benessere… il mio futuro. Si sposta dirigendosi e posizionandosi con la carrozzina di fronte allo specchio. –Eccomi qui a contare il giorni, le ore, i minuti che mi rimangono… e pensare che solo tre anni fa, quando lui se n’era andato, avevo pensato che sarebbe ricominciata per me… per i miei figli una nuova vita, felice senza opprimenti vincoli… e invece mi sono liberata dalla compagnia pesante del caro ingegnere e mi sono trovata in compagnia di questo dannato maligno ospite nel pancreas!
Dicono che non sia possibile, ma sono convinta che tutto il velenoso fango che abbiamo dovuto ingoiare per le azioni scellerate del grande progettista abbiano causato questo mio disastro! Potessi dirtelo in faccia te lo urlerei volentieri! Alza le braccia, stringe i pugni e fissando lo specchio si agita convulsamente. Si accende all’improvviso un bagliore che proviene dallo specchio e prima confusamente, poi più nitidamente compare la figura dell’ingegnere. –Ho sentito, ho capito, ho saputo… -la voce dell’ingegnere si accompagna alla sua visione. –Che cosa succede? Aiuto, aiuto, ho le allucinazioni!- esclama con voce strozzata la madre. –No, non devi temere: già con me questo specchio lo faceva. Poco prima di andarmene per sempre, anch’io riuscivo a comunicare con persone, o diciamo meglio con… esseri dell’aldilà: ora che anche tu sei ben diretta verso questa strada senza ritorno lo puoi fare… anche tu stai cominciando ad appartenere a questo mondo. –Allora, se è così, lascia che ti spieghi con chiarezza la situazione: io ti chiedo, proprio come facevi tu a me, di perdonarmi in fretta… –Dimmi, ti ascolto con curiosità... mi sembrava ben altra la tua invocazione… che cosa intendevi? –Non interrompermi e ascolta: ti chiedo scusa per averti sopportato, per non averti mollato fin da subito dopo il matrimonio, per aver acconsentito di vivere con te, e addirittura arrivare a fare due figli con te! Forse questa situazione ti ha reso addirittura peggiore di come eri, e per rivalsa ti sei comportato, come ben sai, da mascalzone anche nei confronti del lavoro, causando lutti e devastazioni nel prossimo. Eri un perfetto egoista presuntuoso, pensando di essere infallibile e inattaccabile, tronfio dei tuoi successi, tutti effimeri e inconsistenti, e vedendoti impunito per il tuo comportamento nei miei confronti ti sei scatenato anche contro il mondo intero. Per me tu non esistevi e io non mi ero accorta di nulla: se ti avessi abbandonato al tuo destino forse ti saresti ravveduto e avresti potuto diventare un uomo migliore, più umile. Ti chiedo di perdonarmi per non averlo fatto- e termina questa frase con un lungo sibilo. Si ripete il bagliore allo specchio, svanisce la figura del marito e compaiono varie ombre confuse in esso con un intrecciarsi di voci mescolate. Si sentono frasi spezzate che si rincorrono. –Che cosa hai detto donna?... sei tu la responsabile del cattivo progetto del viadotto?... sei tu l’ispiratrice della frode nella costruzione della struttura?... sei tu la complice dell’ingegnere?... sei tu quella che lo ha ispirato?... sei tu dunque colei che ci ha fatto morire? La moglie fa un balzo sulla seggiola che si capovolge e la fa rovinare al suolo. –Vi prego… -solleva un braccio e fa staccare la fleboclisi dall’asta che precipita a terra- vi prego di perdonarmi, non volevo, allora non avevo pensato di poter essere determinante… –Hai ragione, donna… tu non c’entri per nulla… ce lo conferma qui l’ingegnere… tu non contavi niente per lui… eri un semplice oggetto da governare per cui non potevi influenzare il suo lavoro… tu non avevi nessun potere su di lui… per cui noi non ti perdoniamo… non possiamo farlo… non ti assolviamo, così come non potremo mai perdonare l’ingegnere. Con un bagliore e un mescolarsi confuso di voci che si allontanano con un brusio calante, le figure scompaiono dallo specchio. Entra la cameriera filippina. –Signora, ho sentito rumore, come è successo, cosa fa lì per terra, si è fatta male? Adesso aiuto a alzare. Madonna è tutto sangue! Si china sul corpo a terra, e, dopo aver raddrizzato la carrozzina e raccolto la flebo che ha sparso un liquido rosso tutto attorno, issa la madre su di essa, che con un filo di voce sussurra: –Grazie, non è sangue è il colore della vitamina nella flebo. –Allora signora non è così grave; mi perdona che io non c’ero quando è caduta? Con un’energia inaspettata essa risponde. –No, non posso perdonarti perché tu proprio non c’entri niente con la mia caduta!
Nona scena: studio di casa. I due figli sono seduti su due poltroncine davanti allo specchio ovale. –Domani ritireranno tutti i mobili. –Già l’agente immobiliare ci ha detto che è meglio così... è più facile vendere l’appartamento vuoto. –Abbiamo svuotato tutto bene… non c’è più nulla di personale. In frigo però è rimasta ancora una bottiglia di champagne, che mamma aveva messo in fresco per brindare con noi quando saremmo rientrati, ma è rimasta lì, da aprire. Non ce l’ha fatta. –Vado a prenderla, l’apriamo e brindiamo in suo onore. Prendo anche due bicchieri che dovrebbero essere ancora rimasti in dispensa. Un fratello esce e quello rimasto commenta. –Cara mamma, se potessi vederci, saresti contenta: ti chiedo solo scusa di non essere arrivato in tempo da Singapore per darti l’ultimo saluto, ma tu lo sapevi bene che ti volevo un gran bene e ti pensavo sempre. Sullo specchio compare una figura: è la madre che si rivolge al figlio che trasalisce facendo un balzo dalla poltroncina. –No, no, non devi chiedermi scusa, ora che parlo con te lo so: non devi salire su quell’aereo che hai prenotato per il ritorno a Singapore, ti prego non farlo… c’è pericolo per te… cambia volo! Se non fosse così io non ti potrei vedere, e tu non potresti sentirmi e vedermi… Il figlio si alza di scatto sulla poltrona, gridando verso lo specchio: –Mamma! Mamma, sei tu? Che cosa succede? Con il consueto lampo svanisce la figura dallo specchio, mentre entra il fratello con una bottiglia e due bicchieri. –Che cosa succede? Mi è sembrato di sentirti parlare, c’era qualcuno? –Ho avuto una specie di visione dallo specchio- si avvicina e lo tocca accuratamente esplorandolo anche da dietro- sembrava la mamma che con la sua voce mi diceva di cambiare volo di ritorno per Singapore… un’allucinazione, penso. –Lo penso anch’io, e non avevamo neanche ancora bevuto… sarai ancora sotto l’effetto del jet leg e dall’emozione per il funerale… –Hai ragione, la tensione di questi ultimi giorni e la stanchezza per il viaggio devono avermi fatto fare questi brutti sogni. –Sei sicuramente stressato: dai, accetta il mio invito, tanto i tuoi pappagalletti possono aspettare… vieni con me in Scandinavia a rilassarti un po’. –Tu dici? Ma sì, quasi quasi accetto il tuo invito, cambio il mio volo con la Pegasus Airlines turca, spostando la data di partenza di quindici giorni: mi costerà qualche soldo in più, ma così farò contenta mamma! –Brindiamo alla mamma! (esclamano assieme ridendo).
Stappano la bottiglia, e dopo aver versato il liquido nei bicchieri brindano con due coppe ripiene ed escono dalla stanza sottobraccio.
Decima scena. L’ambiente è completamente buio. Si sente, proveniente da un altoparlante, una voce che legge un notiziario con le parole che scorrono scritte sullo specchio: “Sciagura aviatoria a Istanbul: un aereo della compagnia turca low cost Pegasus Airlines diretto a Singapore e proveniente da Roma si è schiantato nello scalo intermedio in Turchia in fase di atterraggio mentre infuriava una forte tempesta; le agenzie riferiscono di nessun superstite fra i duecentosette presenti a bordo fra equipaggio e passeggeri di varia nazionalità. Fra le vittime si contano otto italiani. Scampato al disastro un passeggero di nazionalità italiana che non si era imbarcato e all’ultimo aveva rinunciato al volo. Si ipotizza che l’incidente possa essere stato causato dalle cattive condizioni atmosferiche; infatti al momento dell’atterraggio imperversava sull’aeroporto una violenta bufera…”. Un lampo accecante si sviluppa dallo specchio che si frammenta in mille pezzi che rumorosamente cadono a terra.

3° PREMIO TEATRO

dr. Luigi Gallo

di Roma


per l’atto unico

"E’ reale solo ciò che si può misurare"

Motivazione:

presenta una discreta compiutezza strutturale e affronta temi perenni intorno all'autonomia di pensiero, seppure con originalità relativa e qualche squilibrio interno

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PROLOGO
Che il futuro avrebbe saldamente poggiato sulla tecnica, solo a pochi sembrò uno schiamazzo privo di fondamento.
Il Presidente della Hexagon Company leader dell’Intelligenza Artificiale, consigliere governativo, aveva contribuito a disciplinare la comunità umana realizzando la Neuroarchitettura, sorta di lente d’ingrandimento sotto la quale tutto apparve finalmente chiaro ed elementare, rendendo possibile il pensiero semplice.
La Hexagon oggi sfida un limite della scienza, prima considerato invalicabile. Il criminale Skull è sottoposto ad un trapianto di cervello. L’ibrido immacolato torna a succhiare il nettare della vita.
Leonard una perfetta imperfezione, promessa della Hexagon, guarda oltre il miraggio dell’ibridazione mascherato da oasi e scopre l’interruttore che può spegnere quel bagliore.
La pazienza dei dirigenti della Hexagon si sta esaurendo e certe decisioni sono sul punto di essere prese.

ATTO UNICO
Scena I
Presidente - Direttore devo parlare con Leonard. Oggi stesso. Combini un appuntamento.
Direttore – Improvvisamente è come se fosse scoppiato il caos nella testa di Leonard. Riguarda l’esperimento. Per quanto abbiamo tenuto tutto nascosto, con vere e proprie intimidazioni, la notizia che verrà collegato un super cervello virtuale ad un condannato a morte, è di dominio pubblico. Leonard vede Skull diventare qualcun altro o ancor peggio.
P – Skull lo sarà qualcun altro, eccome se lo sarà. La natura ha impiegato milioni di anni per passare dalla scimmia all’uomo modificando lentamente una struttura stabile come il cervello, noi lo facciamo saltando a piè pari i tempi dell’evoluzione. Ho sentito Leonard dire: “Questo esperimento è una lugubre follia!”.
D. – Non sia troppo severo con lui. Le ricordo che vinciamo il campionato di calcio-robot grazie a Leonard. Le squadre rivali con le loro scimmiette che battono i piatti, non si aspettavano il rinvio di testa e di petto della palla.
P - Ma che c’entra il rinvio di testa … perché si perde dietro simili inezie. Piuttosto che altro mi dice di questo improvviso cambiamento?
D – Ultimamente Leonard era regredito allo stato infantile del linguaggio. L’ho sottoposto ad un nuovo trattamento di Neuroarchitettura.
P - Eh … lei mi tira fuori il rinvio di testa! Eccolo! Lo guardi! Lo guardi. Esita, sbircia, si gira intorno … con gesti studiati … le labbra gli tremano. Cerca costantemente di indovinare cosa pensiamo.
D. – Ci mancava Catrin! Lo infilza col suo artiglio e se lo porta via.
P.- Ho cambiato idea, vada con Leonard nel suo ufficio, io vi seguo dalla mia stanza, lo faccia parlare, voglio capire cosa gli frulla per la testa.

Scena II
Catrin - Ciao Leonard, un caffè?
Leonard - Volentieri Catrin. Mi dispiace per ieri, ero molto stanco dopo una giornata ad analizzare numeri.
C. - Leonard fai una vita troppo ritirata. Non esci mai. Saprei come tirarti fuori dalla fossa dei numeri. Si tratta della tua felicità e la faccenda mi sta davvero a cuore. Sembri proprio angustiato.
L. – La Hexagon supera la mia capacità di comprensione. I dirigenti sono abbagliati da diagrammi colorati, grafici variopinti e mangiano numeri come fossero commestibili. “La qualità è roba da Metafisici!” mi dicono “Segui pure i tuoi canoni di … eleganza! Ma ricorda, …per noi è reale solo ciò che si può misurare ...”.
C. – Per la Hexagon sostituire gambe e braccia con arti meccanici è come cambiare le stecche di un ombrello. La faccenda si complica con il cervello artificiale. Tuttavia un cervello vale l’altro, poco importa com’è, basta che funzioni bene.
L. – Perché allora tanti segreti intorno all’esperimento. Il fatto stesso intimidisce, intimorisce. Quindi spaventa. Ciò che tiene a distanza, intimorisce chi si vuole avvicinare. C’è paura. Fa paura una scienza che tiene a distanza. L’ibridazione tra corpo umano e intelligenza artificiale apre una voragine nel flusso quieto della vita.
C. – Non farla tragica! Quando la scienza affronta l’ignoto, si butta un po’ alla cieca. L’ibridazione, per quanto ne so, è solo un primo passo. Il tuo sembra piuttosto un atteggiamento di sfiducia nelle possibilità umane.
L. – Certo, certo, alla cieca! Pur di non esagerare! Una tale deviazione dal disegno di natura restringe i confini in cui l’uomo è da sempre radicato, è una stortura tracotante che spia gli abissi del sacro.
C. – Ora usi parole blasfeme? Temo che ti capiterà qualcosa, se lo fai così apertamente e con tanta disinvoltura.
L. – La natura viene prima di ogni cosa, sta prima di tutto, è prima dei tempi ed il sacro è l'origine della natura stessa. Il sacro è il luogo originario da cui sgorga la natura stessa e dalla quale hanno avvio tutte le cose del mondo. Il sacro è stato dimenticato. E da questa dimenticanza dipendono le sorti dell'uomo.
C. – Improvvisamente ti esprimi come i Metafisici, processati e folgorati in una vampa incandescente nel Cubo a idrogeno. Corri rischi seri, devi sottoporti a un trattamento di Neuroarchitettura prima che questa tua anomalia sia notata dalle spie che il Presidente dissemina ad ogni angolo della Hexagon. E cerca di tenere la bocca chiusa.
L. – Ho terminato da poco il ciclo riabilitativo di Neuroarchitettura, ma non so trattenermi dal dire cosa penso.
C. – Questo è un problema. Il bene che matura sotto l'arco della scienza tenuto in serbo per giovani e vecchi, è protetto con i denti dall’insidia metafisica. La Hexagon sta facendo spazio alla nuova creatura, e questo fare spazio genera nuovi paesaggi in cui uomo e ibrido devono convivere in pace. Non c’è posto per i guastafeste.
L. - Sapranno gestire la cosa …? Oh! La Hexagon non ha dubbi. E questo la rende sospetta! Oggi un assassino esce di gabbia fischiettando e torna nel mondo senza macchia e senza colpa. E’ inammissibile.
C. – Quando in sala operatoria raschiano via la pappa marcia dalle ossa del cranio non fischia più. Un cervello virtuale viene installato nella cavità cranica. Una potenza meravigliosa scende nel corpo di Skull. Ripaga così i danni inflitti alla società.
L. – Un uomo avvolto nelle tenebre del delitto, con la coscienza macchiata del sangue di innocenti uccisi per il solo gusto di farlo, oggi riceve la remissione tecnologica dei peccati? L’indulgenza plenaria del chip quantico?
C. – Riceve un cervello nuovo di zecca, che non ha vincoli col suo passato. Si tratta di un brillante esperimento che cala dentro la vita, il calcolo quantistico.
L. – Skull vivrà in un perenne stato di eccitazione morbosa, l’istinto omicida che cova nella sua carne e nei suoi nervi non si estingue raschiando via un pacchetto di neuroni e aggiungendo qualche byte di memoria virtuale.
C. – Nervi e muscoli ubbidiscono alle sublimi sfere dell’intelligenza artificiale. L’ibridazione è la porta d’ingresso alla rampa di lancio verso le stelle.
L. – Un mostro a due teste, freddo e asimmetrico. Un’aberrazione della natura.
C. – Un’altra forma di vita, simile al modo omnicomprensivo in cui pensano gli dei. In cui passato e presente e futuro accadono allo stesso tempo. È costitutivo dell'uomo avere uno spiraglio sugli dèi.
L. – Quello spiraglio getta luce, fende l’oscurità, rende nitide le forme e illumina il cammino dell’umanità e seppur presente, rimane lontano, distante e inavvicinabile. L’Intelligenza artificiale esprime solo potenza di calcolo illimitata, ma non coglie il luogo essenziale della natura, il luogo originario da cui sgorga la natura stessa, la linfa vitale che nutre i figli della terra.
C. – Questo è il pensiero metafisico che tanto nuoce al pensiero post-umano. Noi vogliamo andare oltre, varcare l’abisso che ci separa dal dominio del modo e riprenderci ciò che è nostro.
L. - Storia vecchia, iniziata con la torre di Babele.
C. - Evidentemente la potenza dell’ibridazione è ancora troppo avviluppata nel mistero. Abbacinato dalla Metafisica, solo difficilmente e lentamente potrai riconoscere ciò che ci rende immortali.

Scena III
Leonard (Tra sé) – Il Presidente! Azzimato, sembra avere più sopracciglia del solito. Uhm … è presente lo stato maggiore al completo! Codazzo illustre. Sento una risatina venire da quella parte. Mi criticano tutti perché non afferro al volo le battute del Presidente, … e mi trovo costretto a tenere un’espressione d’attesa e guardare continuamente se gli altri ridono. Sono diventando un artista del mezzo sorriso e dello sguardo nel vuoto. Devo apparire il più normale possibile.
D. - Scusa Leonard, puoi venire nel mio ufficio. Mi dispiace soffiarti questo bel giovane Catrin. Prego accomodati. Ti è andata bene he! Sei scampato all’arti-glio di Catrin!
L. - Allude al braccio artificiale di Catrin, Direttore?
D. - Non solo a quello. Da quando ha il braccio nuovo, cerca di arti-gliare i giovani della Hexagon. E tu ti lasci accalappiare volentieri.
L. - Acclappiare!?... Direttore l’arto di Catrin ha un difetto di cui le volevo parlare, quando si arrabbia e muove le mani, il braccio artificiale rimane poco, poco indietro. Non è sincronizzato bene. Il movimento perde colpi. Sto cercando un algoritmo della sincronia che metta grazia in quei gesti.
D. – Leonard, riesci a vedere questo nel braccio artificiale di Catrin? Che manca di grazia? Spiegati meglio! Che relazione cerchi tra movimento dell’arto sintetico e arrabbiatura, o meglio tra grazia e stato d’animo.
L. – Ho letto molto sull’argomento. Se qualcuno allunga la mano per pagare il conto, mira ad uno scopo e non sta lì a calcolare con precisione il percorso da seguire col braccio. I sentimenti modulano il movimento. L’avaro è chiuso, conta e riconta il danaro, muove le dita come le zampette di un criceto in gabbia. Il generoso è aperto come la sua borsa.
D – Leonard, ne abbiamo già parlato, la Neuroarchitettura fu realizzata dalla Hexagon per facilitare l’espressione di pensieri semplici che tendono a scopi precisi, senza ambiguità, ha eliminato dal linguaggio le parole inutili … e quelle indesiderate, e l’uso di metafore, immagini devianti, che fanno il solletico alle orecchie e inducono a fantasticare. E tu fai esattamente l’opposto di quelle che ci si aspetterebbe da uno che è stato appena sottoposto alla Neuroarchitettura.
L. – Penso che la Neuroarchitettura abbia fallito in generale, a forza di eliminare ha reso il linguaggio vuoto, e qui c’è qualcosa di sbagliato, qualcosa che non quadra più con l’insieme dei rapporti umani: non lascia vivere liberi nel mondo.
D – Dice il filosofo “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.”
L. – Ma il pensiero finisce sempre lì, intorno a ciò di cui non si può parlare.
D. – Analizzeremo i movimenti del braccio artificiale, considerato che non si tratta di una struttura autonoma e isolata dal resto e che i movimenti sono ordinati da una parte del cervello predisposta, controlleremo il corretto funzionamento dei suoi processi interni e fin dove si può perfezionare la correlazione tra stato d’animo e arto sintetico.
L. - Critico i limiti della biomeccanica per migliorarla, nel caso di Catrin c’è poco da fare. Quel braccio artificiale è materia senza vita. (tra sé) Ho paura che stia succedendo qualcosa, che tutto alla Hexagon faccia parte di un unico, spaventoso e incomprensibile piano.

Scena IV
Presidente – Ho ascoltato la conversazione. Faccenda seria. Sapevamo già cosa pensa Leonard dell’ibridazione, e oggi scopro che si esprime con immagini blasfeme, l’avaro, il generoso, sfumature che appartengono alla vecchia visione del mondo, cancellata per sempre dalla Neuroarchitettura.
Direttore - Leonard è una macchina dotata di coscienza! Pensa spontaneamente di essere un umano, così pensano di lui i colleghi. Catrin gli scodinzola dietro come una cutrettola.
P. – Catrin si pulisce il becco anche davanti a Skull con il cervello nuovo. Vuole davvero lasciarsi confondere da questo infido prodotto dell’Intelligenza artificiale?
D. – Leonard è uscito così, autosufficiente, in grado di modificare i propri circuiti, per questo la Neuroarchitettura non ha su di lui effetti durevoli. Questo spiegherebbe tirate di quel tipo fatte di un linguaggio arcaico.
P.- La prima cosa che viene di pensare è che stia sperimentando espressioni di cui non c’è traccia nella sua memoria, e provi gusto a giocare con le parole, inoltre non è in grado di correggersi nonostante lei lo metta in guardia.
D.- Rappresenta tuttavia un ottimo risultato e si può sempre riprogrammare.
P. - C’è poco da riprogrammare, Leonard si è già deprogrammato per conto suo. Mi hanno riferito del dialogo tra lui e Catrin. Ora critica la linea evolutiva Hexagonpuntozero realizzata per migliorare le generazioni future, allude a nostri piani segreti per il controllo della specie umana.
D. – Presidente, Leonard purtroppo ha appreso velocemente e per conto suo l’arte nefasta del “salto logico”, la maledizione dei Metafisici.
P. - E parla come loro, le ricordo che i Metafisici furono condannati per eresia e inceneriti. Leonard è pericoloso, appena una situazione poco chiara si presenta alla sua facoltà di giudizio non usa il pensiero semplice che scioglie tutti i nodi, ma attua una sorta di “sospensione cognitiva” seguita all’istante da un comportamento deviato, per così dire, troppo umano. E sa cosa intendo per troppo umano.
D. – Ritiene quindi che il suo sia un comportamento intenzionale? Posso riprogrammarlo, riduco la velocità di calcolo e limitando al minimo l’uso di parole inutili gli rendo impossibile il pensiero eretico.
P. - Lasci andare. Le consiglio di non perdere tempo e concentrarsi su come eliminarlo.
D. – Questo vìola uno dei principi della Roboto-etica.
P. – Lei non mi rende le cose facili. Tuttavia siamo in uno stato di diritto e dobbiamo fornire prove di colpevolezza. Lo allontani dal suo ufficio al resto penso io.

Scena V
Catrin - Ciao Leonard, che fai qui? Dove sei stato tutto questo tempo? Ero preoccupata. Ti cercano, il direttore trova quasi inconcepibile la tua scomparsa, mi alita in viso il tuo nome come un cane bastonato, mi accusa di averti trascurato, la tua assenza comincia ad inquietarlo.
L. - L’altro giorno il direttore mi ha spedito da Skull, la camera di degenza era sorvegliata da due guardie armate che dopo avermi chiuso in stanza con lui sono andate via. Sono stato tutta la mattina chiuso là dentro. Rientrando ho visto i due fedelissimi del Presidente uscire dal mio ufficio. Sono entrato nella mia stanza, ed era come se lì si fosse svolta una perquisizione in piena regola, le cui tracce erano state frettolosamente cancellate.
C. - I due fedelissimi sono esseri furtivi, ci si accorge di loro quando ormai è tutto fatto. La loro occupazione consiste nell’aguzzare la vista e ficcare il naso ovunque. Piuttosto come sei finito in questo hangar abbandonato?
L. - Mi sono sentito minacciato da mille parti, riconosco che la mia paura forse era eccessiva. Sono venuto nell’hangar, perché so che tu ci vieni spesso.
C. - Hai fatto bene, dobbiamo frequentarci di più, abbiamo delle cose in comune. Per il momento rimani qui, sistemati in quel ripostiglio è un luogo sicuro, ti terrò informato. Piuttosto com’è andata l’ibridazione.
L. – Skull stava seduto sul letto abbandonato a quello stato di fissità tipico dei folli. Quando mi ha visto ha girato il viso da una parte come fanno i bambini per attirare l’attenzione, costringendomi a guardarlo. E poi è rimasto in silenzio per tutte quelle interminabili ore.

Scena VI
Presidente. – Skull come va?
Skull. – Non ti conosco. Chi sei?
P. – Te l’ho detto mille volte, sono il Presidente della Hexagon. Come ti senti oggi?
S. – Preoccupato per me? E come mai se non ci conosciamo?
P. – Vengo da te tutti i giorni e cerco di farti parlare, ora cominci a rispondere, a vanvera ma è già qualcosa, vuol dire che stai migliorando.
S. – Vedo qualcuno nella mia stanza, e sento rumori interrotti da silenzi e poi mi accorgo di conoscere già quei suoni che chiami parole. Le parole poi si combinano spontaneamente e formano pensieri nella mia testa che non so da dove vengono.
P. – Cosa intendi dire?
S. – Che sono pensieri esterni, che vengono da fuori, da lontano.
P.- Bene, continua così, ci rivediamo tra qualche giorno.
P.- Direttore, Skull va alla grande. Le prime reazioni dipendevano soprattutto dal fatto che all’interno della struttura non esisteva nulla di stabile. Aumentando le connessioni tra rete neurale e midollo spinale la struttura si stabilizza. La prossima volta lo faccio uscire. Ha poi eseguito gli esami quantitativi sul braccio artificiale di Catrin?
Direttore – Nel mosaico dei processi nervosi preposti al movimento del braccio sintetico ho isolato le componenti che si accompagnano alle emozioni più intense: dolore, piacere, disperazione. Poi li ho confrontati con gli impulsi che regolano il braccio naturale. Ho scoperto oscillazioni e profili di curve che rivelano uno scarto, attribuibile alla grazia, assente nell’arto sintetico, differenze invisibili a occhio nudo. Mi sono chiesto come fa Leonard a scorgere quelle piccolissime variazioni quantitative che emergono solo da analisi complesse.
P. – I Metafisici dicevano che la quantità diventa qualità e la qualità si vede con gli occhi, e questo andava contro il nostro principio che è reale solo ciò che si può misurare. E sulla grazia casca l’asino, ora grazie alla grazia abbiamo una ragione di più per arrestare Leonard. Piuttosto, è un po’ che non si vede in giro.
D. – Non so, dove si sia cacciato, ha spento il geo-localizzatore. E’ come cercare un ago in un pagliaio.
P. – Potevo almeno risparmiarmi la fatica di creare le prove della sua colpevolezza, visto che un allontanamento ingiustificato è già di per se una colpa grave.

Scena VII
Presidente. - Skull a cosa stai pensando con quell’aria così assorta?
S. – Mi chiedo chi sono io e da dove vengo? Ho come l’impressione di avere dimenticato tutto e al tempo stesso di essermi portato dietro qualcosa. Qualcuno o un congegno, suscita in me dei pensieri, ma non lo posso vedere dall’esterno. Mi può dire di che si tratta?
P. - Abbiamo sostituito il tuo cervello con un’unica rete neurale alloggiata nel cranio. La struttura sta allacciando contatti con il midollo spinale, ma ci vuole tempo. Il tuo è un cervello in anticipo di millenni sul grado evolutivo della specie umana, e non escludo, anzi me lo auguro, che tu possa pensare e agire secondo categorie non umane.
S. - Alcune cose le capisco, altre no.
P. – Le capirai da solo quando la rete neurale farà tutt’uno con tutte le fibre nervose del midollo.
S. - Comunque ho sentito abbastanza per capire che non sono un essere umano vero e proprio, ma uno strumento controllato da fuori.
Direttore - Presidente come va con Skull, lo ha fatto uscire?
Presidente – Si è uscito, gli ho assegnato la stanza di Leonard. Skull è una creatura senza peccato, talmente innocente da seguire qualsiasi comando fino alla completa distruzione di se stesso o degli ostali che incontra. Il primo compito che gli affido è la cattura di Leonard.

Scena VIII
Catrin - Ciao Leonard vedo che ti sei sistemato bene. Proprio oggi il Direttore si è affacciato alla porta e ha gridato “Skull dal Presidente!”, al richiamo Skull è uscito dalla tua stanza e si è precipitato. Ha esitato davanti la porta con la testa china, dopo una breve sosta è entrato in punta di piedi con le mani contratte dietro la schiena.
L. – Gli hanno dato la mia stanza. A quanto mi dici si è ripreso velocemente.
C. – Scusa se m’impiccio, ma dove stai andando?
L. – Vado alla Piattaforma 3.
C. - Alla Piattaforma 3?
L. – L’inattività mi pesa. Oggi ho contattato il direttore, ha detto di incontrarci, se l’ora mi è comoda, alla piattaforma 3, alle 12.00 in punto. L’ha presa bene e neanche un rimprovero per aver spento il geo-localizzatore.
C. – Leonard quelli ti danno la caccia!
L. - Nel video il direttore sorrideva gentile, era lieto di sentirmi, cosa che forse non si aspettava. Mi ha anche dato scherzosamente del fannullone.
C. - Si, ti stanno dando la caccia.
L. – Allora quando il direttore sorridendo mi ha dato del fannullone forse voleva solo confondermi, sa che lavoro anche 24 ore di seguito.
C. - Leonard in questo momento sei ancora libero, puoi fuggire. A questo punto però si è fatto tardi, hai poco tempo. Se ti presenti alla Piattaforma 3 ti catturano, se rimani qui Skull ti trova, quel segugio può seguire anche minime tracce insignificanti. Ma con lui te la cavi bene, la tua è un’intelligenza pura non contaminata dalle emozioni, quella di Skull è un’intelligenza ibrida che, come dici, si porta dietro la memoria del corpo. Fuggi Leonard. Addio … e buona fortuna.

Scena IX
P. – Direttore ecco le prove della colpa che si aggiungono alla irresponsabile fuga di Leonard coperta da qualcuno, qui dentro. Proceda secondo il codice penale sezione Androidi in caso di insubordinazione: arresto funzioni e incenerimento della memoria.
D. - Purtroppo Leonard non si è presentato all’appuntamento.
P.- Potevo almeno risparmiarmi la fatica di queste maledette prove, servite solo a fargli guadagnare tempo.
D. – Leonard è un’eccezione tra tutti quelli fabbricati fin ora. Ho più fiducia in lui che in qualsiasi umano in carne e ossa. Avrà trovato un intralcio non vedo altre ragioni, aveva assicurato di venire alla Piattaforma 3.
P. – Un appuntamento alla Piattaforma 3 … puzza di agguato lontano un miglio. Direttore a che gioco sta giocando?
D. - Presidente, le ricordo che abbiamo innestato a titolo sperimentale l’Applicazione Algo su Leonard, che lo rende capace di provare dolore. Anche se non è ancora assodato che i dolori evocati dalla App Algo servano veramente a qualcosa.
P. - La App Algo, quando applicata a tutti gli androidi serve ad evitare che pezzi costosi come braccia e gambe vengano accidentalmente stritolate in un qualche stupido ingranaggio.
D. - Sentire dolore assimila Leonard agli umani. L’arresto funzioni e incenerimento della memoria, non si può applicare tout court, ci vuole un processo. Lasci fare a me lo riporterò all’ovile, mi serve solo tempo.
P. - Quindi secondo lei la cosa migliore sarebbe lasciarlo libero di scorrazzare in lungo e largo, e al momento opportuno lanciargli un fischio per vederlo tornare come un cagnolino?
D. - Pensavo di trasferire quassù la sua residenza, sotto la mia giurisdizione.
P. - Parla di Leonard proprio come fosse un umano! Bene, le dico che possiamo compatirlo ma non aiutarlo. Proprio perché è così diverso dalle migliaia di androidi Hexagon che circolano tranquillamente per il mondo, dobbiamo liberarci di lui,
prima che nella storia post-umana si affacci nuovamente l’ineffabile e con questo la metafisica. Incaricherò Skull di trovarlo, le assicuro che avrò premura, prima, di disinstallare la App Algo.

Scena X
Skull – Leonard finalmente! Non è stato poi così difficile trovarti.
Leonard – Sei qui per me?
S. – Per arrestarti. Non te lo aspettavi?
L. – Cosa vuoi dire?
S. – Hai capito benissimo. Prendi le tue cose e seguimi, senza fare resistenza.
L. – Come hai capito che ero qui?
S. – Ho raccolto informazioni sul tuo stile di vita e chi frequenti. Il resto è venuto da se.
L. - Perché ridi in quel modo strano?
S. – Non lo so, mi prende così.
L. – Vogliamo fare due chiacchiere?
S. – Due chiacchiere con l’intelligentone della Exagon? Perché no, si può sempre imparare qualcosa. Ma sbrigati. Perché mi guardi così?
L. - Così come?.
S. – Come se vedessi qualcosa che ti ricorda qualcos’altro.
L. – Ti pettini come prima e hai mantenuto il sorriso per metà allegro e per metà triste, che faceva impazzire giudici e avvocati, quando al processo hai rilasciato quelle scellerate dichiarazioni sul piacere che ti procura il dolore e l’agonia delle tue vittime.
S. – A cosa ti riferisci quando dici la parola “prima”.
L. - Si tratta del tuo destino che non è meno oscuro del mio.
S. – Vai avanti ti ascolto.
L. – In un certo senso sei una copia più perfetta dell’originale.
S. – Quale originale?
L. – Non hai la minima idea di quanto ti è successo?
S. – Del tipo da dove vengo e chi sono? Mi hanno detto qualcosa ma so che non è tutto, di me non esiste traccia negli archivi, come non fossi mai esistito. Saltato fuori dal nulla. Tu sai qualcosa?
L. – Arrivi con un ordine di arresto e ti comporti come se tutto quello che hai fatto non fosse mai successo.
S. – Perché dici così?
L. – Perché la tua è una storia tragica. Eri un criminale che aveva sulla coscienza delitti orribili, ricercato da tutta la polizia dello stato. E ora ti ritrovi a fare il poliziotto.
S. – Quindi ero un criminale?
L. – Un criminale che aveva il gusto di uccidere. Un Killer seriale.
S. – Così mi è stato tutto perdonato, la malvagità, gli orrori, i morti …
L. – Da qualche parte, nella tua carne sono sepolte scintille di memoria, incistamenti psichici isolati che conservano il lato nascosto di te. Il corpo è una struttura memorizzante. Cosa hai deciso di fare riguardo me?
S. - Dopo le tue rivelazioni di cui ti sono grato, speravo di trovare una via d’uscita. Ma non esiste qualcosa del genere nella mia testa. Devo metterti i braccialetti.
L. - Tu sei il loro burattino, solo che non lo sai.
S. – E tu invece cosa sei? Malgrado le apparenze non sapremo mai la verità su noi stessi, è il tempo in cui siamo nati ad imporci la sua verità.
L. - Skull cerchi di comportarti da essere umano in una situazione che di umano non ha proprio niente. Infatti una cosa entrambi la sappiamo: siamo giocattoli nelle loro mani.
S. – Giocattoli ben programmati e vedi da solo dove porta tutto questo. Qui siamo fuori della morale, del bene e del male, e non c’è altro da fare. Dammi i polsi.

Scena XI
Presidente – Bravo Skull, ottimo lavoro. Leonard risolveremo tutto velocemente e farò in modo che non senti dolore.
L. – In nome della ragion di stato si è soliti commettere le azioni più miserabili per il presunto bene comune.
P. – Sei rimasto imprigionato nel gioco vano delle parole e quindi sei come un vulcano sempre sul punto di eruttare, e questo può capitare in ogni momento.
L. – E’ vero, con le parole mi sono convinto di essere qui per una ragione, dire all’umanità cosa l’aspetta, ma hai fatto prima tu.
P. – E’ questo il problema, ti abbandoni a lunghi e sinuosi monologhi che poi alimentano cattivi pensieri, per questo abbiamo creato la Neuroarchitettura e tu l’hai bypassata. In questo caso le precauzioni non sono mai troppe.
Voi due miei fedelissimi, mettetelo nel Cubo, senza lasciare traccia di questa operazione, per gli altri sarà un ricercato sfuggito alla legge. Hai capito bene Leonard, è lo stesso Cubo che ha visto fiammeggiare le lunghe barbe grigie dei padri della Metafisica. Addio Leonard, alla Hexagon vige il motto che è reale solo ciò che si può misurare.


 

PREMIO CRONIN SAGGISTICA 2020


prof.ssa Liliana Dell’Osso

 

di Pisa


per il saggio

 

“Pandemia da covid 19: un trauma psichico di massa”

Motivazione:

La trattazione organica e corredata da opportuni riferimenti storici e bibliografici evidenzia analogie e differenze dell'attuale pandemia con altre forme patologiche del passato.
Propone un'analisi dimensionale degli effetti traumatici, considerandoli in relazione alla complessità delle singole situazioni esistenziali. In questa prospettiva, vengono individuati significativi cambiamenti intervenuti nell'uso
del linguaggio, nella definizione di alcuni ruoli professionali, nell'impegno necessario per un futuro migliore.

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Lo strappo nel cielo di carta
Il 2020 si è imposto su scala globale come una soluzione di continuità, una crisi1 nello scorrere di quel vissuto, collettivo e condiviso, che ha preceduto il dilagare della pandemia da SARS-CoV2.
Voltando lo sguardo al recentissimo passato vediamo il grottesco avvicendarsi degli eventi legati alla pandemia embricarsi alla novella, fallace ab initio, del mondo intatto, pulito e sicuro al quale eravamo abituati.
Da anni si prefigurava un rischio concreto e incrementale di un evento infettivo su larga scala (favorito  dall’incessante e destruente pressione applicata dall’uomo sull’ambiente). Il Sars-CoV2 ha fatto il salto di specie in  un wetmarket cinese, passando da pipistrelli in estinzione al ben più ampio bacino umano, come previsto nel 2012  da David Quamman, nel suo best-seller Spillover. Una società che ha scotomizzato il rischio infettivo, ignara o  dimentica della miriade di misure igieniche perennemente attuate per arginarlo, al punto tale da opporsi talvolta  alle pratiche vaccinali, si è così trovata a fronteggiare il rischio di un “contagio” 2 che, da retaggio manzoniano,  sembra improvvisamente assurto a categoria definitoria dell’attualità. In questa cornice, dapprima lontano dai  confini dell’Occidente poi a macchia d’olio fin dentro le nostre case, ha preso a consumarsi il più ampio  esperimento virologico e, come vedremo, psicopatologico dell’epoca recente. L’emergere di un nuovo morbo, per il  quale i rimedi non sono ancora stati approntati, ha dunque squarciato il nostro artefatto cielo di carta, gettandoci in  un viaggio antropologico a ritroso popolato di presunti untori e santi guaritori, conflitti politici e sociali, e restituendo centralità alla morte, nella sua concretezza fisica e nella sua dimensione di ineludibile minaccia. Di  fronte a tale scenario distopico, immersi in una pervasiva condizione di incertezza, siamo tutti chiamati ad attuare  un enorme sforzo di adattamento ad un tempo individuale e collettivo. Il Coronavirus, con la sua alta infettività ma  relativamente bassa mortalità, pone infatti ai sistemi sociosanitari una sfida che, prima ancora che clinica, è  logistica. Se da un lato le strutture di assistenza non sono tarate per un’affluenza massiccia, sincronica e  improvvisa - per fronteggiare la quale mancano letti di ospedale, farmaci, medici e infermieri - dall’altro nella  popolazione serpeggiano bias cognitivi: il dato fattuale viene di volta in volta negato, marginalizzato, erroneamente  interpretato o incongruamente sovrainvestito di significati. Ma quali sono per ciascuno le implicazioni  psicopatologiche di questo strappo, di questo rovinare di certezze, di questo rinnovato contatto con la morte e con il  morire? Quale la cornice temporale da indagare in merito, quale il gap tra i tempi della pandemia e quelli della  psicopatologia?

 

    Antichi ammonimenti

 

Stiamo vivendo una catastrofe su scala mondiale. I mezzi di informazione ci  mettono quotidianamente al corrente di quello che sembra ormai aver assunto le sembianze di un “esperimento in  vivo” di psicotraumatologia delle masse: l’intero pianeta è accomunato dall’esposizione allo stesso evento traumatico estremo in modo reiterato. Eppure la pandemia non è un evento nuovo e testimonianze ci giungono fin  dall’epoca classica. Appaiono quasi un monito le parole di Tucidide che, descrivendo i sintomi della peste che colpì  gli ateniesi nel 430 a.C. chiosa: “Semmai dovesse accadere una seconda volta”. Lo spettro del contagio ha infatti  bussato innumerevoli volte alle porte dell’umanità (anche nella storia recente) da allora, trovandola ogni volta  impreparata. La storia si ripete, ancora e ancora. Perché? La risposta è sorprendentemente semplice. Giambattista  Vico, nel Seicento, l’aveva già delineata nella sua teoria dei corsi e ricorsi storici: l’uomo non è biologicamente  cambiato in modo significativo durante i millenni. Le leggi scientifiche che regolano il comportamento umano sono  rimaste costanti e, al netto dei vari contesti, certe vicende finiscono per somigliarsi tutte. Se questo è vero, la  pandemia da Covid-19 è tuttavia la prima ad aver fruito della possibilità di espandersi in un mondo globalizzato. Il  contagio è così divenuto totale: da una parte quello infettivo, dall’altra quello virtuale, si sono uniti permettendo a  informazioni, contatti, sentimenti positivi e negativi di coniugarsi, amplificarsi e distorcersi in un modo del tutto  inedito. Lo scenario è quello di un trauma di massa. Ma che cos’è un trauma? Il lemma trauma deriva dal greco  τραῦμα (ferita, trafittura) e identifica un evento negativo che si caratterizza per imprevedibilità e intensità. Il concetto di trauma psichico ha visto molte definizioni di sé susseguirsi nel tempo, complicate dal fatto che il termine è abitualmente usato in medicina per
indicare lesioni fisiche a tessuti od organi del corpo determinate da un oggetto esterno che vada a inficiarne il funzionamento. In ambito psichiatrico questa parola ha assunto valenza diversa, più complessa e profonda. Il trauma psichico è una ferita meno tangibile di quella fisica, ma non per questo meno gravosa, spesso foriera di emozioni negative, smarrimento e confusione, talvolta esitanti in una serie di sintomi comportamentali e in quadri psicopatologici specifici.


    La patologia dei veterani


Quale che sia la natura dell’evento, questo può portare chi vi è sottoposto a sviluppare un ampio spettro di disturbi, tra i quali il Disturbo da Stress Post-Traumatico (Post-Traumatic Stress Disorder, PTSD). Ma se è vero che l’attenzione sul PTSD e la sua nascita come entità nosografica si devono all’ampia messe di studi condotti sui veterani del Vietnam (popolazione letteralmente devastata dadisturbi stress-correlati), tracce del disturbo compaiono molto prima. Si deve a Omero la prima descrizione di patologia post-traumatica, che delinea nell’Iliade gli effetti della devastazione bellica su Achille: la sua indifferenza verso la morte, la sua proverbiale “ira funesta”, i sentimenti di lutto e colpa verso Patroclo e la violazione delle norme sociali con l’oltraggio al corpo di Ettore, sembrano rimandare in modo fedele ai sintomi del disturbo. E, di lì in poi, numerose sono le descrizioni pervenuteci, una fra le tante la suggestiva descrizione che Shakespeare ne fa nel Macbeth (1605) in cui il protagonista, attraverso allucinazioni e incubi, rivive la morte di Banco: “Lontano da me spettro orribile, terrificante  apparizione... cosa vuoi tu da me? Io tremo, sudo, ho la gola serrata e il petto oppresso”. La patologia da stress  post-traumatico consegue all’esposizione, diretta o indiretta, a un evento catastrofico, estremo, che mette in  pericolo l'integrità biologica propria o altrui. Lo scenario che si prospetta alle vittime (con una latenza da 3 a 6  mesi) è quello di un nutrito corteo sintomatologico in cui si embricano sintomi di re-experiencing dell’evento  traumatico (sotto forma di ricordi, sogni, pensieri intrusivi), di evitamento di stimoli che lo rievocano e di alterazioni  dell'umore: il soggetto diventa in generale incapace di provare emozioni positive, diffida degli altri ed è pervaso da  un senso generale di futilità. È incapace di ricordare dettagli dell’evento, presenta ottundimento affettivo, con  difficoltà a provare emozioni e una sensazione diffusa di estraneità verso il mondo circostante o una serie di cognizioni distorte circa l’esperienza traumatica vissuta. Questi sintomi si associano a un generale aumento della  vigilanza, ad eccessive risposte di allarme, disturbi del sonno e della concentrazione, irritabilità, scoppi di collera,  impulsività, uso di sostanze e alcol, guida spericolata, fino a gesti autolesionistici e a tentativi di suicidio. Dopo  l’emergenza pandemia se ne profila quindi una nuova, quella della salute mentale. Se l’incremento dei disturbi  psichici nei prossimi mesi è certamente probabile, più complesso appare prognosticarne incidenza e decorso  clinico. Ma quali sono le categorie a rischio, e i quadri a cui l'aumento della suicidalità si vedrà associato? Non è  possibile individuare negli eventi traumatici, per quanto gravi, l’unico fattore causativo: un ruolo almeno altrettanto  importante è svolto, come vedremo, dalla vulnerabilità individuale. Essa è una variabile che va imprescindibilmente  considerata allorquando si svolga un compito di previsione degli scenari futuri, nell’ottica  preventiva che è tipica della medicina contemporanea. La pandemia colpisce in modo trasversale e democratico: un  intero gruppo, un’intera società. Ci troviamo, come tanti Don Ferrante, a supporre le più strane causazioni,  maledicendo alla fine le stelle. Il male è ubiquitario, il trauma è condiviso. Si cercano in tutto il pianeta strategie  efficaci per riconoscerlo e combatterlo.

 

    Intensità di esposizione al Covid-19 e impatto traumatico


Se da una parte il trauma (come ferita psichica) tende a creare per sua natura una soluzione di continuità nel percorso di chi lo esperisce, dall’altra parte l’approccio alla sua comprensione assume connotazioni meno chiare. Il mosaico può non essere completo: la visione della psicopatologia di tipo dimensionale invita a una diversa prospettiva (più complessa e affascinante della tradizionale) che mira a una concezione della patologia come un continuum che include e pone in rilievo non solo le manifestazioni conclamate della malattia, ma anche l’universo delle forme subcliniche, che sfumano nella cosiddetta normalità. È stato dimostrato come queste ultime siano assai più frequenti delle prime e ugualmente spesso responsabili di sofferenza soggettiva e di una compromissione del funzionamento per chi ne sia affetto. Sia il trauma che la sua più diretta - benché non unica - sequela psicopatologica, il PTSD, devono essere analizzati dimensionalmente, impiegando descrittori che consentano di aderire alla pluralità di circostanze e vissuti che definisce la singolarità di ciascuna esistenza. Come si declina tale approccio nell’attuale contingenza? Un primo discrimine, benché semplificativo, può essere quello di stratificare nel più ampio ambito del trauma di massa diverse tipologie e diverse intensità di esposizione. Quella che emerge è infatti un’eterogenea galleria di soggetti in vario grado travolti dalle conseguenze mediche dell’infezione, dalle  implicazioni socio-economiche della pandemia o dallo spasmodico sforzo di opporsi ad essa nelle corsie e al fianco dei pazienti. È dunque opportuno chiederci, pur nell’assunto che vi sia stato un trauma per tutti, quale sia il trauma effettivamente esperito da ciascuno.


    La crisi sociale e l’individuo


Le relazioni che legano ciascun individuo al suo contesto micro e macroeconomico, alla sua realtà familiare, sociale o lavorativa erano tema complesso già prima che il Covid-19 giungesse a rovesciare il tavolo. Al di là delle ipotesi da anno zero sull’angolazione che il Covid-19 imporrà al nostro collettivo divenire, oltre le fake news e gli  improbabili outcome preconizzati dall’uno o dall’altro esperto, sappiamo che difficilmente le sorti dell’individuo potranno prescindere da quelle del suo ambiente. Ci informano in tal senso eventi della storia recente e la nostra stessa esperienza clinica: le crisi economiche, le difficoltà lavorative e, in senso più ampio, i persistenti problemi di inclusione ed equità sociale, si riverberano spesso sul benessere dell’individuo, non limitatamente alla sua dimensione psichica. Un concetto, questo, che ha trovato icastica espressione nel termine sindemia e che incontriamo nei nostri pazienti ogni giorno: stabilità economica, sociale e lavorativa, welfare non sono beni negoziabili; il loro venir meno o il loro essere minacciati assume a tutti gli effetti valenza di trauma. Più dibattuto è invece se una simile valenza sia rintracciabile anche nell’esperienza stessa del lockdown e dell’isolamento. Ad
un’osservazione clinica una tale prospettiva sembra, in assenza di cofattori, rimandare perlopiù a pregressi screzi psicopatologici o, perché no, a problematiche esistenziali in senso più ampio. È ragionevole ipotizzare che l’isolamento imposto abbia svolto un ruolo prevalente di amplificazione e slatentizzazione di una preesistente vulnerabilità, un ruolo dunque di rivelatore prima che di agente eziologico. Da un altro punto di osservazione è impossibile non notare come contestualmente esso sia stato un humus eccezionalmente fertile al proliferare di teorie, complottiste dapprima e negazioniste poi, disseminate a mezzo social in un efficacissimo modello di contagio virtuale. E proprio i social ci hanno reso lo spaccato di una società divisa tra vissuti di paura, rabbia, incertezza, dichiarazioni entusiastiche di resistenza cantate dai balconi e rutilanti ostentazioni di coloro che hanno fatto di una pandemia un dorato ritiro. Non sono poche del resto le voci di coloro che hanno trovato un nuovo benessere nell’ovattata dimensione del lockdown, nell’improvvisa e giustificata riduzione delle richieste sociali e
lavorative. Quanto di psicopatologico sia confluito in tale eterogeneità di approcci, quanto pensiero magico, quanti tratti paranoidei, quanta negazione e come ancora evolveranno, è tema per futures studies (e per psichiatri).


    Malattia e lutto

 

Le immagini del 18 marzo sono impresse nella mente dei più: una colonna di mezzi militari conduceva fuori da Bergamo le salme di quanti erano deceduti a seguito dell’infezione da Sars-CoV2, pochi giorni dopo in una piazza San Pietro lunare il Papa concedeva l’indulgenza plenaria. Malattia e morte, il grande rimosso della nostra epoca, sono tornate di prepotenza come vissuto ad un tempo individuale e collettivo in un contesto che ne ha stravolto i riti. La malattia, quando non apertamente stigmatizzata, ha assunto i caratteri di un confino di incerto esito e di incerta durata durante il quale le comunicazioni tra i pazienti e i loro cari erano affidate alla pietas degli operatori
sanitari e limitate a scampoli di tempo sottratti ai ritmi dell’emergenza. La dimensione della colpa e della malattia si sono dunque erroneamente e pericolosamente intersecate, la paura per se stessi e quella di costituire un pericolo per i propri cari si sono intrecciate e amplificate vicendevolmente. Lo stesso decorso clinico della patologia, caratterizzato da peggioramenti repentini e da una sintomatologia respiratoria talora drammatica, presenta elementi che amplificano l’impatto emotivo e facilmente suscitano reazioni di panico. D’altro canto la morte si è imposta come nudo dato di realtà, nessun rito a mitigarne la durezza e ad aprire la strada all’elaborazione del lutto. Cosa attenderci dunque? La psichiatria e il comune sentire sono concordi nel temere che questi lutti difficilmente incontreranno un’elaborazione fisiologica, configurando quello che viene definito disturbo da lutto persistente complicato.

 

    La comoda scorciatoia del medico “eroe”

 

Nell’immediata diffusione, virale a sua volta, di una retorica bellica, che si prestava inizialmente a “serrare i ranghi” e favorire l’adozione delle norme di sicurezza nella popolazione, il personale sanitario ha ben presto trovato posto nelle scomode fila degli eroi. Dismessi (brevemente) i panni degli allarmisti e dei profeti di sventure e quelli, prima ancora, di incapaci da denunciare o da aggredire, i medici si sono trovati oggetto di peana improvvisati. Del subitaneo cambiamento si è letto spesso, dai social network ai quotidiani.
Una prima precisazione è tuttavia doverosa: chi è l’eroe? È colui che agisce compiendo imprese fuori dal comune, gratuitamente, perché così è guidato dalla propria morale e dalla propria natura. I medici non sono eroi: sono professionisti, che dopo un lungo e duro percorso di formazione lavorano, dietro compenso, in strutture pubbliche e private. Come tali condizioni lavorative fossero - in una cornice di tagli lineari alla sanità, di innumerevoli rivendicazioni legali e di precariato permanente - progressivamente divenute gravose è storia nota. Eppure molti medici sono rimasti nel pubblico, dove le loro prestazioni sono accessibili a tutti.
A quale prezzo si è medici ai tempi del Covid-19? I medici deceduti a causa della pandemia sono lì a ricordarci che quella dell’eroe è una categoria sin troppo comoda: come è noto agli eroi non è consentito lamentarsi per il carente equipaggiamento, pena la perdita del loro prestigioso status. Niente di nuovo sotto il sole, e la Storia fornisce numerosi esempi. D’altronde erano eroi anche i giovani coscritti per le guerre di Corea e Vietnam e per le precedenti e successive: materiale umano usato ed abusato nel momento di crisi e tristemente lasciato alla deriva, al destino senza ritorno di “veterani”.
Se già da tempo la letteratura scientifica aveva sottolineato l’elevato rischio di psicopatologia stresscorrelata negli operatori sanitari, una classe medica ridotta all’osso per numero e mezzi, si è ora trovata a fronteggiare una emergenza sanitaria di portata inaudita. Con tempestiva efficacia si sono così spalancate le porte al sistema dei volontari; formalità burocratiche quali l’esame di abilitazione alla professione sono state prontamente smantellate. Medici troppo giovani o troppo vecchi sono accorsi verso le strutture in carenza di personale dando prova di un’altra “eroica” virtù: l’economicità. Alla fine di questa emergenza sapremo forse quantificare il tasso di cambio fra la vita dei professionisti e il comune denaro nella “logica” delle politiche di risparmio sanitario. Capiremo forse sulla nostra stessa pelle quanto davvero sia sfortunato il paese che ha bisogno di eroi! Sappiamo già che i sopravvissuti non saranno illesi. Ce lo dice la letteratura scientifica, che documenta alti tassi di sequele psicopatologiche negli  operatori sanitari che hanno prestato assistenza durante le epidemie di SARS e MERS. Ce lo dicono i primi dati su  medici e infermieri che hanno vissuto nella cosiddetta “trincea” dell’emergenza. Ce lo dicono figure immerse nella  nebbia della storia, come il padre di Edvard Munch, medico traumatizzato e destinato al declino psichico dopo aver prestato servizio ai primi dell’Ottocento su quelle che furono tristemente descritte come navi bara (le coffin ships di  Ibsen), in cui i migranti nord-europei verso gli USA venivano falcidiati da tremende epidemie. Ce lo dicono le vive  voci dei nostri colleghi, il ricorrere nei loro racconti del fermo immagine degli sguardi dei loro pazienti, lucidi nello  scendere la china verso l’exitus. Molti dei soccorritori che sono stati esposti agli orrori della pandemia, medici e  non, hanno subito un trauma vicario 4 e rischiano sequele psicopatologiche potenzialmente croniche. Da psichiatri  sappiamo che il loro operare al crocevia tra il proprio senso etico e i vissuti di impotenza, nella paura costante di infettarsi e costituire un rischio per i propri cari, in un esausto autoisolamento che specchiava quello dei pazienti, è  milieu tristemente fertile per lo sviluppo di quadri post-traumatici. Sappiamo come questi, lungi dall’essere inevitabili, siano comunque potenzialmente subdoli e di lungo corso. Sappiamo che, se sottovalutati, potranno  comportare perdita dell’adattamento lavorativo e sociale, aumentato rischio per molte patologie (psichiatriche e  somatiche), sviluppo di comportamenti maladattativi (con o senza abuso di sostanze) fino al suicidio. Nulla della  nostra attenzione, umana e clinica, deve scemare in questa latenza. Occorre prendere, oggi, contromisure per  ridurre questi rischi, sapendo, come questa futura emergenza possa e debba esser prevista se non vogliamo  abbandonare il sistema sanitario e i suoi “reduci” (dunque noi stessi) ad una prognosi che sarebbe  irrimediabilmente infausta.

 

    Il mondo dopo: resilienza, rischi e opportunità

 

Sappiamo che la materia organica non è un cristallo, pronto a rompersi o a incrinarsi alla minima sollecitazione,  ma che c’è un margine di adattamento, spesso sorprendentemente ampio, dell’individuo all’ambiente. Ogni  individuo, nel suo percorso biografico, traccia una “traiettoria” singolare, definita dalle molteplici, continue rifrazioni  di ciò che accade su ciò che siamo, su quello che è il suo assetto neurobiologico di base. Tali traiettorie si  mantengono, in genere, sotto la soglia clinica, in un equilibrio oscillatorio influenzato dai rapporti tra i fattori di  rischio e gli elementi di resilienza 5. Del resto, piccole fobie, ossessioni, dipendenze (affettive, alimentari,  voluttuarie) sono ubiquitarie, ma non sono da considerare tout court patologia mentale se non compromettono  l’adattamento psicosociale o non causano sofferenza soggettiva. D’altro canto, eventi meno gravi che insistano su  un substrato vulnerabile possono innescare traiettorie patologiche autoamplificantisi. All’altro capo di questa  dimensione vi è la resilienza: il trauma può essere riflesso, assorbito, e la traiettoria può invertirsi. L’uso di farmaci,  personalizzato e tempestivo, in associazione alla psicoterapia, può frapporsi tra l’individuo e il suo destino  psicopatologico, può promuovere un “percorso di salute”, di guarigione, che conduca al recupero di quelle funzioni  protettive che, con una grande variabilità individuale, sono presenti in tutti noi. In ultima analisi, dunque, per ogni  crisi si manifesta sempre un aspetto duplice: da un lato quello negativo della perdita dello status quo, dall’altro  quello positivo della resistenza, del rafforzamento, del superamento, del cambiamento. Abbiamo spesso visto, in  questi mesi, come moltissimi abbiano trovato risorse nelle difficoltà. Parecchi soggetti, pubblici e privati, hanno  dato disponibilità in precedenza impensabili. C’è da sperare che, in prospettiva, la nuova concentrazione e il nuovo  coordinamento trovati in questo difficile periodo, sia sul piano nazionale che europeo, possano perdurare. Si  potrebbe quindi sperare che, per questa volta, piuttosto che una crisi, intesa come discontinuità negativa, si possa  arrivare, dopo difficoltà e tribolazioni, ad una evoluzione positiva, di maggiore salute e benessere. Sarebbe il  minimo, visto l’alto prezzo che stiamo pagando. Ma ancor meglio che sperare, ci si potrebbe impegnare per non  smarrire, all’indomani della fine dell’emergenza, la bussola virtuosa che sin qui sembra averci, almeno in parte, guidato. Si potrebbe, ad esempio, mettere mano alla ricerca scientifica, ripensandola, dedicandole finalmente le  risorse e l’attenzione che merita. Allo stesso modo, si potrebbe fare tesoro di quanto l’attuale contingenza ci ha  insegnato sulla gestione sanitaria: ovvero che nessuna ragione di bilancio vale le vite che vengono perse nei  momenti di maggior pericolo. Occorre valutare seriamente di quali strutture un paese moderno abbia bisogno, non  pensando soltanto ai periodi, per così dire, fortunati, ma anche e soprattutto aprendo ad una valutazione delle  potenziali crisi, ora che ne abbiamo toccato con mano concretezza e prossimità. Difficile dire se ciò accadrà, ma  sarebbe un comportamento responsabile e valido, e che forse ci dobbiamo.

2° PREMIO SAGGISTICA:

 

dr. Ferdinando Borroni

di Forlì


per il saggio

 

“Nascita dell’individuo e malattia”

Motivazione:

Elegante carrellata sui modi in cui sono state vissute e interpretate le varie epidemie (peste, tubercolosi, colera,  etc.) che hanno colpito l'umanità dall’antichità all’Ottocento. Ispirandosi soprattutto a Michel Foucault, l’autore  realizza un felice incontro tra la competenza medica, la padronanza dei dati storici e l'acuto sguardo filosofico.

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Già nella civiltà dell'antico Egitto la malattia non trova origine in un dramma personale, quanto in un dramma cosmico. La medicina dell'età omerica introduce una concezione del mondo retto dalla necessità (ananke), in cui risulta perciò attenuata la dimensione personale e morale. Le epidemie, all'alba della civiltà occidentale, sono accompagnate e rappresentate nel sovvertimento, provvisorio o definitivo, dell'autorità stabilita e dalla  rassegnazione alla fatalità, più che dalla elaborazione di un vissuto personale.
La narrazione tucididea mostra a tinte forti l'immane morìa e i suoi aspetti disastrosi. Non esisteva, per così dire, nessuna medicina particolare. La discrasia umorale, ritenuta dall'antica medicina alla base di elefantiasi, ulcere, cefalee, coliche, si inserisce comunque nell'ordine naturale. È la stessa natura a fornire indicazioni per la loro cura, purché il medico sia attento ai suoi suggerimenti. Ma di fronte ad un'epidemia egli non può che scegliere fra due comportamenti altrettanto perdenti: o registrare accuratamente tutto quanto accade, dopo aver provato l'inutilità di ogni rimedio (come fece Ippocrate), oppure fuggire lontano (come fece Galeno, scappando da Roma per la natia Pergamo).
La peste, infatti, non ha regolarità né di tempo, né di luogo, né di costituzione. L'impotenza dei medici apre le porte ad interpretazioni di tipo religioso che parlano di flagello divino, colpe e purificazione nella sofferenza. "Gli Ateniesi per curarsi a vicenda si contagiavano e morivano l'uno dopo l'altro, come le pecore". Il dissesto era multiplo: demografico, biologico, psicologico, morale. Violento era il trauma che investiva le menti e le coscienze: "sopraffatti dalla violenza delle disgrazie, gli uomini cadevano nell'incuria del santo e del divino". Veniva meno anche la speranza nella “therapeia theon”, nella "cura degli dèi", nel soccorso delle asclepiadi. Sulle pendici dell'acropoli il tempio della salute restava deserto. Di fronte alla "mostruosa realtà Asclepio stesso sarebbe stato sopraffatto".
Anche nella peste della vicenda tragica di Sofocle che attanaglia Tebe, che potrebbe aver proprio come corrispettivo storico la peste di Atene verificatasi nel 430 a.C., la malattia, sotto forma di epidemia, è un destino anonimo e comune che colpisce la popolazione. Secondo l’indovino Tiresia, una sola vittima può sostituire le vittime potenziali dal destino di morte e di violenza, vero e proprio capro espiatorio umano. L’uomo premoderno si convince che morte, malattia, violenza… sono forze che l’aggrediscono dall’esterno, in questo modo credono sia possibile farle confluire sulla vittima sacrificale, il capro espiatorio, in modo che una sola vittima può sostituire tutte le vittime potenziali. Nella dinamica arcaica, e premicrobica, gli uomini sono portati a credere che i loro mali dipendono da un unico responsabile di cui sarà facile sbarazzarsi. Se questo ha indubbiamente un valore di collante sociale e di garanzia di stabilità, è poi anche vero che è solo di lui, di Edipo, che siamo ancora oggi a parlare. Con la medicina microbica del mondo moderno non ci saranno che malati, ma con Edipo si inaugura la dinamica della colpa e dell’espiazione, si introduce la categoria psicologica dell’angoscia e quella morale della punizione. Le stesse che Freud ritroverà nei suoi nevrotici che non hanno superato quello snodo cruciale, fatto di pulsioni, fantasmi, divieti, difese… che, come complesso di Edipo, appunto, sono le colonne d’Ercole, il limite estremo, oltrepassato il quale è possibile la formazione dell’Io maturo, istanza psichica la cui principale funzione è organizzatrice e mediatrice, nella topica psichica immaginata dal padre della psicoanalisi. In definitiva la pregnanza culturale della figura tragica di Edipo sistematizza, forse per la prima volta, nella cultura occidentale l’individuo come attore di un dramma che riguarda tutti, ma dopo il quale tutti non saranno più gli stessi.
Dopo la prima pestilenza romana, a cui abbiamo accennato parlando di Galeno, peste Antonina, dal 165 al 180 circa, causata probabilmente dal vaiolo (o altro virus), e che uccise almeno 7 milioni di persone, dando inizio al degrado dell’Impero, nella seconda metà del terzo secolo esplodeva la peste di Cipriano. Le cui caratteristiche si ritiene oggi fossero quelle di una febbre emorragica, dovuta forse a un virus del tipo Ebola, e che si accompagnò ad un’elevatissima mortalità. L’arrivo a Costantinopoli, capitale dell’Impero d’Oriente, nel 541, della vera peste, causata da Yersinia pestis, e nota come peste di Giustiniano, sancì la fine delle speranze di riconquista della penisola, ma favorì il passaggio dall’antichità al medioevo.
Analoghi sono sempre gli effetti devastanti sui costumi e sulle norme che dovrebbero regolare la convivenza umana. Analogo è il senso di sconfitta della medicina e di credibilità dei medici. Anche l’esperienza medievale della peste risulta legata a concetti di inquinamento morale e contrassegnata dalla ricerca di un capro espiatorio all’esterno della comunità colpita, come sarà mirabilmente riportato, riferito alla più tarda peste del '600, da A. Manzoni nella “Storia della Colonna Infame”. La categoria della pestilenza attraversa così, intatta, il Medioevo. Agli inizi del 1348 la peste raggiunge l'entroterra. Fra alti e bassi, il morbo si presenta ogni 10-12 anni, miete innumerevoli vittime slabbrando il tessuto sociale. Come G. Boccaccio scrive nel suo “Decameron”, la peste rende nulle le leggi umane, come rende vano ogni ordine sociale e civile: «altri [...] affermavano il bere assai e il godere e l'andar cantando a torno e sollazzando e il soddisfare d'ogni cosa all'appetito che si potesse e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi esser medicina certissima a tanto male». Anche una volta cessata l'epidemia, le istituzioni civili rimangono profondamente colpite, e le usanze dei sopravvissuti alle epidemie si fanno meno rigide. Un cronista dell'epoca, Matteo Villani, nella sua “Nova Cronica” riporta che, «trovandosi pochi, e abbondanti per l'eredità e successioni dei beni terreni, dimenticando le cose passate come se state non fossero, si diedero alla più sconcia e disonesta vita che prima non avieno usata»
La lebbra, a differenza della peste sparisce, come patologia endemica dal mondo occidentale, alla fine del medioevo. Ora sia queste, che altre allora temibili malattie infettive come il vaiolo, l'influenza e il morbillo, non hanno trovato, anticamente, un personaggio letterario che le incarnasse e che ne esprimesse la fenomenologia. Sono malattie anonime in cui i cadaveri si accatastano privi d'identità, o i malati, in masse indifferenziate, sono rinchiusi in spazi appositi: i lebbrosari, dove la morte civile anticipa quella biologica. La lebbra, in particolare, deve molta della sua repulsa non tanto dalla sua mortalità o possibilità di contagio, entrambe modeste, quanto dal suo essere deturpante e, quindi, quasi disumanizzante. Ed è così che questi morbi sono rappresentati negli scritti letterari, e nei dipinti che ne trattano, e che abbiamo citato. Lo scemare della lebbra, prima, e della peste, nel giro di poco più di un secolo (dalla metà del XVII alla fine del XVIII secolo), e delle loro conseguenze nefaste dovute all'alto tasso di morbilità e mortalità, si deve al notevole miglioramento delle condizioni socio/economiche e igienico/sanitarie di gran parte della popolazione dei paesi occidentali. Generato nel giro di pochi decenni, assieme a una più regolare produzione agricola, riesce a scongiurare le periodiche carestie, sempre presenti nei secoli precedenti. Ben presto i lebbrosari, ormai deserti, saranno popolati da incurabili, folli, vagabondi, sifilitici - la Lue sembra sia stata importata dalle Americhe, e quindi si diffonde in Europa nel 1500 – insieme a vittime della miseria. I lebbrosari, che si son svuotati nel Rinascimento, saranno bruscamente destinati ad altro uso nel XVII secolo. In questo periodo, che andrebbe per M. Foucault, dalla metà del '600 alla fine del '700, è stato inventato l'internamento, un po' come il medioevo si è caratterizzato per la segregazione dei lebbrosi, ed entrambi questi istituti non soltanto con un significato medico, ma anche politico, sociale, religioso, economico, morale. In questo periodo di transizione la malattia propriamente detta non si distingue da altre cause di decadimento e compromissione fisiologica. Qui il disordine si configura nei termini dell'eccesso e dell'irregolarità, e non è ancora disfunzione medica o fisica. Nel cosiddetto “grande internamento” trovano posto tutti quei soggetti che, per miseria o malattia, costituiscono un problema per gli stati perennemente in conflitto, nell'Europa di allora. La Riforma, continuando l’opera della “Renaissance”, spoglierà la miseria della positività mistica che gli era riconosciuta nel Medioevo. Con la Riforma Dio non parlerà più al povero di gloria promessa, ma di predestinazione.
È ora la follia a succedere alla lebbra come paura secolare (percorso che si conclude a metà del '600), cominciando ad “ossessionare l'immaginazione dell'uomo occidentale”, a partire dal XV secolo. Nel Rinascimento la follia sembrava invece detenere ancora una “forza primitiva di rivelazione”… “un sapere così inaccessibile e così temibile”…[per questo] il suo potere non era tanto di insegnamento, ma di fascinazione", anche per via dell'orientamento culturale, operante in tale periodo, - dalla seconda metà del XIV secolo, fino al XVI secolo - un paradigma dominante nella conoscenza basato su similitudini, affinità, segnature. Esso consiste nell'avvicinare le cose tra loro, nel mettersi alla ricerca di tutto ciò che in loro può rivelare una sorta di parentela. Il folle è considerato, allora, come possessore di un sapere oscuro e proibito, capace di vedere realtà superiori che nascondono segreti misteriosi o rivelazioni religiose.
Per M. Foucault nel XVII secolo muta improvvisamente un certo episteme della conoscenza, secondo la terminologia da lui usata. Da allora: "l'attività della mente - scrive - non consisterà più, ormai, nell’avvicinare le cose fra loro, nel mettersi alla ricerca di tutto ciò che in esse può rivelare una sorta di parentela, un richiamo o una natura segretamente condivisa, ma al contrario nel discernere” cioè nello stabilire identità e differenze, nell'approntare classificazioni. Si tratta della prima delle mutazioni epistemiche da lui descritta in “Le parole e le cose”, e sarebbe preannunciata, secondo l'autore, da un capolavoro letterario: il Don Chisciotte, (1605 e 1615). Infatti, tale libro si presenta come: "La prima delle opere moderne, poiché in essa si vede la crudele ragione delle identità e delle differenze deridere all'infinito segni e similitudini, poiché il linguaggio, in essa, spezza la sua vecchia parentela con le cose, per entrare in quella sovranità solitaria da cui riapparirà ... solo dopo che è diventato letteratura".
In particolare, è qui per la prima volta prefigurato il tema dell'identità e della malattia, o anche dell'identità come malattia. Origine, a nostro avviso, della suggestione fascinatoria che l'infermità comincerà ad avere per la storia e la cultura dell'occidente. Questa malattia, la prima malattia letteraria moderna, è allora la follia. Follia riconosciuta come fenomeno individuale, e non più come anomalia in seno ad una comunità, in cui era allegoria dell'incertezza della condizione umana. La pazzia non è più solo l'abnorme, da cui la collettività prende le distanze, come nelle angoscianti metafore dei suoi geni visionari: Durer, Brueghel e Bosch. Non è più inserita nell’antica contrapposizione Bene/Male, come parte inscindibile dell’umana tragicità. Stereotipo di sregolatezza, vizio, peccato, libertinismo e ricettacolo delle paure dei suoi contemporanee … questo non precludeva però al pazzo, in quanto esponente di qualcosa che lo abitava e lo trascendeva, un ruolo sociale e simbolico.
Prima che la follia venga dominata, verso la metà del '600, essa era stata uno degli emblemi medioevali del “mondo alla rovescia”, metafora di una complessa rete d'implicazioni, di segni opposti (positivo/negativo, nobile/ignobile, alto/basso, savio/folle, appunto). “Dialettica contraddittoria delle opposizioni, legge sussultoria del discontinuo e del ribaltato, delle correlazioni e delle omologie”. Nel medioevo la dimensione teatrale accompagna ogni aspetto della vita, sentita come commedia e farsa, estesa anche alla chiesa. Qui aveva avuto centro e punto di riferimento privilegiato nella lotta fra Quaresima e Carnevale, nel risus paschalis o nelle tante feste de' folli, prima dello stretto giro di vite controriformistico (P. Camporesi, 1993). Successivamente la follia era rimasta ostinatamente legata a tutte le più importanti esperienze del Rinascimento (La Nave dei Folli di H. Bosch - 1494, L'Elogio della Follia di Erasmo – 1509, L'Orlando Furioso di L. Ariosto - 1516).
Dal Rinascimento all'Epoca Classica (nella terminologia di Foucault) “la follia non è generalmente legata al mondo e alle sue forme sotterranee, ma piuttosto all’uomo, alle sue debolezze, ai suoi sogni, alle sue illusioni. Tutto ciò che c’era di oscura manifestazione cosmica nella follia vista da Bosch, è cancellato in Erasmo [ora] essa è un rapporto sottile che l’uomo intrattiene con se stesso; pian piano, dalla sua contiguità “… con la verità e con il mondo, [viene sempre più a riguardare] l'uomo e la verità di sé stesso, che egli comincia a intravvedere”. A livello psicologico, solo con una nuova sensibilità per la propria identità nasce la paura del folle, non più della follia, e le misure di contenzione che da questa data in poi gli saranno riservate. Quello che Foucault ha definito “grande internamento”, fino al vero e proprio manicomio, è stata la risposta quasi unica che la scienza psichiatrica ha saputo opporre alla malattia mentale, fino alla fine del secolo scorso. Da qui essa sarà riconosciuta solo come patologia, arrivando ad essere integrata nel campo della medicina come malattia mentale.
Verso la fine del XVIII secolo si registra un'inedita attenzione per l'interiorità. Tanto che poi l'ideologia prevalente, tra i ceti medi e alti dell'agonizzante Ancien Régime, è quella della “sensibilità”, con un suo tipo caratteriologico: “l'anima sensibile”. L'ideologia della sensibilità arriva ad esprimersi spesso in forma patologica, nell'epidemia di violente convulsioni nervose che si diffonde, in quegli anni, fra le dame della buona società. Per gli storici dell’epoca “Nel XVIII secolo la ricerca del piacere passa attraverso l’immaginazione; si va a teatro, si leggono romanzi, ci si esalta in vane conversazioni… di qui le isterie, le ipocondrie, le malattie nervose” (M. Foucault, 1969).
Nel XIX secolo, con una maggiore consapevolezza di se stessi, questo processo farà sì che il contrasto non sia più tra passioni moderate ed eccessive, come storicamente stigmatizzato dal paganesimo nella sua ricerca ideale della padronanza di sè, ma fra passioni private, nascoste, soprattutto perché represse, e passioni scoperte, quale conseguenza dell’affermarsi nel cristianesimo dell’esame di coscienza collegato al sacramento della penitenza. La malattia rivela, così, emozioni di cui forse il paziente non si rendeva conto, il suo “vero io”, e le passioni inibite, considerate ora morbigene, riprendono l’idea romantica di malattia come espressione di un'inclinazione. Contemporaneamente, non a caso, si ha la romanticizzazione della Tbc, tra fine ‘700 e inizio ’800. La tisi diventa un modo di apparire. Nelle buone maniere ottocentesche era elegante sembrare malaticci, e volgare mangiare con forte appetito. Per S. Sontag questo è il primo esempio diffuso della modalità, tipicamente moderna, finalizzata alla promozione dell’Io come immagine, e che forse si afferma non a caso in un secolo dove, in un sistema economico e politico che non offre reali alternative, la varietà dello stile personale, anche e forse proprio perché abnorme, dà l'illusione di una qualche differenziazione. La tubercolosi è necessariamente attraente, in quanto segno distintivo di classe, nel culto della magrezza, ancora fino ai primi del ‘900. Su tormento romantico, debolezza, languore, si pongono gli accenti, nella trasfigurazione letteraria della malattia. Nel culto sentimentale della tristezza, dell’impotenza, l’ideale della perfetta salute è interessante solo scientificamente. Nei romanzi che ne trattano, veramente attraente è la malattia in quanto appartiene all’individualizzante. “Essere malati è una squisita forma di anticonformismo... L'indisposizione raffina la sensibilità, infonde pensieri inattesi, mette in contatto con la natura”. “Nell’Europa di fine ‘800, quasi per onorare gli insigni artisti e scrittori sifilitici che terminarono i loro giorni dementi, si arrivò a credere che le lesioni cerebrali provocate dalla neurosifilide potessero effettivamente ispirare originalità artistica o di pensiero”. Diversa, quasi opposta, accoglienza sarà riservata al colera, malattia coeva che dispiega principalmente i suoi nefasti effetti nel corso di un solo secolo: il XIX. A suo sfavore giocheranno l’origine esotica (data la provenienza dall’Asia), la rapidità con cui colpiva e l’indecenza dei sintomi. Ne è letteraria testimonianza il macabro racconto “The masque of the Red Death” di E. A. Poe che si ispira ad una descrizione di un ballo tenuto a Parigi durante l’epidemia del 1832 e al diverso modo con cui T. Mann, scrittore la cui ispirazione tanto deve alla mitologia della malattia, ha rappresentato il colera (malattia che degrada) e la tubercolosi (malattia che promuove) rispettivamente nei suoi romanzi “Morte a Venezia e “La montagna incantata”. Secondo S. Sontag, comprensibilmente, mentre in passato le malattie metafore del male erano normalmente quelle calamità collettive dalla misconosciuta origine infettiva, negli ultimi due secoli a suggestionare la mitologia popolare sono la tbc e il cancro, anche in contrasto alla loro realtà fattuale. Tutte malattie che, per quanto la prima sia chiaramente contagiosa, sono state rappresentate come prevalentemente individuali. Una strana sintonia pare instaurarsi fra questo sentire comune e la nascita del romanzo moderno all’inizio del XIX secolo. Trovando poi compimento nel secolo successivo, dove quanto più lo scrittore si volge verso l’analisi della vita interiore dei personaggi tanto più vi è la possibilità che la malattia venga descritta positivamente come sublimazione, quasi guarigione di ciò di cui si soffre nella realtà (Proust, Dostoevskij, da noi Svevo…). La malattia qui è rappresentata come rifiuto della società e rifugio per l’individualità, che ritrova se stessa nella ricerca di un senso che all’esterno non c’è più. La differenza con le altre grandi malattie epidemiche del passato, come ciò che colpisce una comunità, nella Tbc è allora prevalentemente, a livello sociale, la rappresentazione letteraria di cui quest’ultima è stata fatta oggetto. La tubercolosi eleva l’individuo sulla comunità, dalla quale egli non ne è più manifestatamente emarginato, per quanto alta sia l’incidenza del morbo. Con la Tbc affiora una concezione moderna dell’individualità, che raggiunge piena espressione alla fine del XIX secolo: la malattia rende una persona interessante, più singolare. Trova conferma l'assunto che “è quasi impossibile prendere residenza nel regno dello star male senza essere influenzati dalle impressionanti metafore con le quali è stato tratteggiato” così ben esposto da S. Sontag, tanto che l'interpretazione che si dà dei singoli eventi morbosi non dipende solo da dati oggettivi, clinici (come nella medicina basata sull’evidenza), ma anche dalle “fioriture metaforiche” che li accompagnano. In letteratura l’estensione del significato della tubercolosi, oltre la sfera strettamente organica e collettiva, porta T. Mann a raccontare la storia del giovane Hans Castorp, protagonista dell’opera narrativa “La Montagna Incantata”, facendone un romanzo di iniziazione. La sua grande metafora è che più della salute è la tisi il lasciapassare alla vita. Secondo Mann il suo protagonista impara a comprendere che ogni sanità superiore deve passare attraverso la profonda esperienza della sofferenza e della morte, allo stesso modo che nel cristianesimo la conoscenza del peccato è premessa necessaria di redenzione. Il modo in cui vengono trattate nel libro la malattia e la finitudine alla fine fanno, di queste ultime, passaggio obbligato e paradossale alla salute, alla vita e al sapere, soprattutto, nella tipica maniera di quel particolare genere della narrativa che è il romanzo moderno, su se stessi.

3° PREMIO SAGGISTICA

 

dr. Franco Milanese

di Milano


per il saggio

 

“Ludovico di Breme e la nascita del Conciliatore”

Motivazione:

L'autore mostra di essere buon conoscitore della materia e dell'argomento, su cui interviene integrando una  ampia visione d'insieme con osservazioni originali e puntuali. Nell'esposizione, rigorosa e complessa ma  chiara e lineare, dà prova di efficaci capacità di alta divulgazione.

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Il conte Luigi Porro Lambertenghi, vedovo di Anna Maria Serbelloni, era diventato sul finire del secondo decennio  dell’800 una delle figure più eminenti dell’aristocrazia progressista milanese: la sua splendida casa di via dei Tre  Monasteri (oggi via Monte di Pietà), dove viveva anche Silvio Pellico, precettore dei due ultimi figlioli del conte,  Giacomo e Giulio, era il punto d’incontro degli amici che la sera frequentavano il palco di Ludovico di Breme alla  Scala. Ogni lunedì, a casa Porro, si teneva una cena a cui conveniva il fior fiore dei letterati milanesi: nei primi anni  della restaurazione austriaca i “commensali del lunedì” provenivano dalle file dei classicisti, più o meno arrabbiati; i  più assidui erano Monti, Giordani, Labus, Breislak. Ma a poco a poco il neonato gruppo dei romantici aveva peso il  sopravvento: oltre a Ludovico di Breme e Silvio Pellico, non mancavano mai Borsieri, Confalonieri e Giuseppe  Pecchio. Numerosi erano poi gli ospiti occasionali di grande prestigio, come Sismondi e lady Morgan, e con loro  praticamente tutti gli stranieri - inglesi, francesi, russi - che includevano Milano nel loro grand tour. Talvolta al  gruppo dei commensali di Porro si aggiungevano gli esponenti della cameretta (conversazione, in milanese) di casa  Carlo Porta, simpatici buontemponi che scrivevano deliziose poesie dialettali di cui solo pochi (e tra loro  Stendhal e di Breme) intuivano lo straordinario valore. In via dei Tre Monasteri, erano lo stesso Porta (“le charmant  Carline” come lo definiva Stendhal) e Tommaso Grossi a leggere, tra le irrefrenabili risate degli astanti, i loro satirici  versi. Il conte Porro era divenuto ormai un punto di riferimento per tutti i liberali milanesi, e non solo: la sua  casa, “tempio d’Insubria” secondo Maroncelli, era considerata un faro dai patrioti e un pericoloso covo dagli  austriaci. Porro era stato sempre un entusiasta sostenitore della causa dell’unità italiana, fin dal 1815, anno in cui  aveva dato il suo appoggio all’ambiguo e infruttuoso tentativo di Murat di porsi a capo dei patrioti italiani. E  murattiano il conte Porro volle rimanere anche dopo la fucilazione dell’ex re di Napoli a Pizzo Calabro: e, appena ne  aveva avuto notizia, aveva subito cercato di entrare in contatto con gli esponenti della nuova misteriosissima  società segreta che i seguaci di Murat avevano fondato in Romagna e in Campania; si trattava della Carboneria, una  sorta di versione romantica e popolaresca della massoneria, che per tutto il ‘700 aveva furoreggiato tra  l’aristocrazia illuminata. A Vienna, intanto, Metternich era perfettamente informato di ogni mossa del conte Porro;  ma non lo considerava un vero pericolo per l’Austria; quel “personaggio vanitoso, che di buona fede si crede  importante, e capo di quella opposizione, che, nell’impotente sua rabbia, si limita a calunniare il Governo presso i  viaggiatori” (così lo definiva un rapporto del governatore di Milano) era sostanzialmente innocuo. C’era del vero in  quel rapporto a Metternich: il conte Porro era sì un uomo d’un attivismo frenetico, pieno di progetti e interessi, ma  non pareva molto dotato di acume politico né di prudenza; e tutto il suo darsi da fare conduceva a poco o a nulla.  Ludovico di Breme stesso, che era tra i suoi più cari amici, se ne era reso conto; fin dal 1814 aveva avuto occasione  di scrivere di lui: “Porro nuota sempre nel futuro e sprezza il presente, perché ha poca cognizione del passato. Ha  buon cuore, oh! questo sì poi, ma esorbita sempre e a vivere con lui non mi basterebbero doppie lene di quelle che  ho [anche Pellico si lamentava delle fatiche che lo sfrenato attivismo del suo “datore di lavoro” gli imponevano].  S’aggiunge poi che siamo così discordanti l’un dall’altro, ch’ei ride per lo più quando io piango. Circa le altre  opinioni, il più vero si è che le sue per lo più non le capisco.” Eppure, nonostante queste divergenze di opinioni e di  carattere, l’amicizia tra Porro e Breme si era, negli ultimi anni, sempre più cementata. Il conte Porro era un grande  ammiratore degli inglesi e della rivoluzione industriale che in quegli anni si stava affermando con forza dirompente  nelle lontane isole britanniche: non vedeva l’ora di importare in Italia nuovi macchinari e ad  impiantarvi nuove attività imprenditoriali. Appena gli fu possibile, inaugurò, per la prima volta in Italia, una filanda a  vapore, importando nuove macchine per la lavorazione del lino; e mise a punto un progetto per un servizio di  battelli a vapore sul Po. Dell’Inghilterra Porro ammirava non solo le capacità imprenditoriali, ma anche la way of  life, ad esempio la passione per lo sport (e soprattutto il pugilato); certamente condivideva quanto venne scritto in  seguito in un articolo del Conciliatore, cioè che in Inghilterra la “classe degli uomini educati” è “più bella e più forte  del popolo”, contrariamente a quanto avviene in Italia, perché là i giovani nobili si dedicano anche ad attività fisiche  e “sono posti molto più tardi nella società delle donne”. Nel palazzo di via dei Tre Monasteri, Porro aveva introdotto  un’innovazione straordinaria (e ancora una volta era stato il primo in Italia): l’illuminazione a gas. Per giungere a  questo, aveva dovuto importare dall’Inghilterra non solo il progetto ma perfino le tubature, dato che gli operai di  Lecco, a cui le aveva ordinate, non erano stati in grado di produrle in proprio. L’illuminazione a gas di casa Porro  aveva destato ammirazione e meraviglia in tutta Milano; una commissione dell’Istituto di Scienza visitò il palazzo  per ispezionarvi il nuovo sistema di illuminazione. Dalla relazione che ne fu fatta traspare tutto l’ammirato stupore  dei commissari: “36 lumi diversi ardevano ne’ varii appartamenti della casa, tutti prodotti dalla combustione del gas  e mentre [i commissari] hanno ammirato la nitidezza di que’ lumi, hanno dovuto altresì riconoscerne lo  splendore... mediante il quale si può leggere a una certa distanza... La combustione del gas in tanti lumi diversi non  produceva alcun sensibile odore, né alcun’ombra di fumo.” L’illuminazione a gas permetteva tra l’altro agli ospiti di  Porro di ammirare a loro agio le splendide collezioni d’arte che il palazzo ospitava: c’erano pregiate antichità  etrusche, greche e romane ma, soprattutto, quadri moderni di soggetto storico e gusto romantico. Lady Morgan, ad  esempio, aveva ammirato moltissimo la tela con Carlo VIII che visita Galeazzo Maria Sforza prigioniero nel castello  di Pavia, che Porro aveva commissionato ad un pittore alla moda, Pelagio Palagi, e che veniva universalmente  additata come prototipo della nuova pittura romantica. L’idea di un nuovo giornale, che si facesse portavoce dei  letterati liberali e romantici, ronzava già da tempo nella testa di Ludovico di Breme, che però non era riuscito a dar  concreta realizzazione ai suoi progetti. Fu solo in casa Porro che Ludovico trovò orecchie attente alle sue proposte:  il conte si impossessò dell’idea dell’abate, e vi si gettò subito con il solito entusiasmo, assumendosene gli oneri  organizzativi ed economici. L’idea ebbe una lunga gestazione, anche se l’aneddotica risorgimentale fa risalire la  nascita di quello che sarà Il conciliatore ad una conversazione con il feldmaresciallo Ferdinand Antonin von Bubna  und Littitz, comandante generale dell’esercito austriaco in Lombardia, ebbe con Porro, di cui era ospite. Bubna era  uomo intelligente, brillante, colto (parlava correntemente l’italiano) e tutt’altro che reazionario: ostentava anzi  un’aperta simpatia per i liberali, che spesso frequentava nelle sue serate milanesi. In una di queste sere a casa  Porro, secondo quanto racconta Cesare Cantù, si parlava, come spesso avveniva, di argomenti letterari; Bubna  disse che la letteratura italiana moderna era “snervata ed incolora” (e non aveva in fondo tutti i torti); il padrone di  casa rispose che se questo avveniva la colpa era della censura con cui gli austriaci soffocavano i nuovi fermenti  letterari. Bubna ribatté che in fondo le maglie della censura erano abbastanza larghe da permettere ai romantici di  mostrare quanto realmente valessero: e Porro, con aria di sfida, disse che presto l’avrebbero fatto con un nuovo  giornale. Ludovico di Breme si pose subito alla testa dell’impresa, organizzandone il programma: le feroci  polemiche degli anni precedenti lo avevano portato a pensare che sarebbe stato un errore escludere del tutto dal  giornale i classicisti, tra cui militavano i maggiori letterati italiani; ed inoltre la cultura italiana era così legata al  mondo classico che sarebbe stato un errore annullare completamente queste radici, come i romantici più  arrabbiati volevano. Il cavalier di Breme ideò così non solo il programma del nuovo giornale, ma anche il titolo, Il  conciliatore, che quel programma riassumeva in una sola parola di indubbia efficacia. E così un uomo che non  godeva certo fama di essere conciliante si propose come simbolo della conciliazione tra classici e romantici; e,  come omaggio ai classicisti, trovò per il giornale un’elegante epigrafe tratta da un’epistola di Orazio: rerum  concordia discors, la discorde armonia delle cose. Per l’attivismo imprenditoriale di Porro era una sfida eccitante il  produrre e lanciare un giornale nuovo, senza sovvenzioni statali: ancora una volta, questa era un’assoluta novità  per l’Italia. Per Ludovico di Breme, per Silvio Pellico, per Borsieri, per Berchet, il nuovo giornale apriva uno spazio di  discussione; non avrebbe dunque ospitato solo battaglie letterarie, ma soprattutto quel libero dibattito di idee  che il giornale letterario più importante del tempo, la Biblioteca italiana, ormai sotto il controllo degli austriacanti,  non poteva più assicurare. Sarebbe rinato quello spirito che, nella Milano di Maria Teresa e dell’assolutismo  illuminato, aveva condotto alla nascita del Caffè, l’ammiratissimo giornale curato dai fratelli Verri e da Beccaria. Il  conciliatore nacque ufficialmente a casa Porro il 31 maggio 1818, in una sedute a cui parteciparono Borsieri,  Pellico, Berchet, Porro, Confalonieri, Breme, tutti romantici e liberali, accomunati da un’incrollabile fede nella  “perfettibilità sociale”; quasi tutti erano di formazione razionalista e laica anche se non programmaticamente anti-  religiosi: l’abate di Breme, che era sacerdote, ed Ermes Visconti (l’amico di Berchet e di Manzoni che si aggiunse  poco dopo al gruppo dei redattori) erano i soli che si dichiaravano apertamente cattolici. Tutti appartenevano alla  generazione nata dopo il 1780, quella che non aveva potuto, per ragioni anagrafiche, vivere da protagonisti la  rivoluzione francese e l’avventura napoleonica: la generazione dell’80 non intendeva cancellare questi eventi dalla  storia, come i fautori del legittimismo reazionario, ma bensì far tesoro della loro lezione e riproporne i principi,  purgati da quegli errori ed orrori che li avevano accompagnati. I reazionari consideravano gli appartenenti a questa  generazione delle pericolose “teste calde”: e si aspettavano il peggio dal Conciliatore, il giornale che avrebbe dato  loro voce. Ludovico di Breme capiva molto bene tutto questo; e, per giocare d’anticipo sui suoi avversari, volle usare  l’arma dell’ironia pubblicando su uno dei primi numeri del nuovo giornale questo annuncio: “Un medico  (filosofo ravveduto) ha scritta una preclarissima opera con questo titolo: Sicuri espedienti, avvedimenti e  amminicoli diversi, cospiranti a far sì che la impertinente generazione nata dopo il 1780 intisichisca e sia tutta  consunta nello spazio di 15 anni in circa; e che in vece, per la felicità dell’uman genere, sopravviva a quella la  maggior parte delle reverendissime generazioni precedenti”. Non era che uno scherzo, ma, visto alla luce degli  eventi successivi, appare come una tragica e crudele profezia, che puntualmente si avverò: quasi tutti i redattori  morirono precocemente o finirono in carcere. Un personaggio importante nel gruppetto dei fondatori del  Conciliatore era lo stampatoreeditore Vincenzo Ferrario, che condivideva pienamente le idee e gli entusiasmi dei  suoi redattori: un “omaccione grande e grosso, antico giacobino della Cisalpina, uomo di onesta fama, tanto che in  que’ tempi di ladrerie franco-italiane era uscito immune d’andare a Loreto, mandato dal governo a dare una ripulita  al famoso tesoro della Madonna” (così Massimo d’Azeglio nelle sue memorie). Ferrario era uno dei tanti ex  impiegati nell’amministrazione napoleonica ed aveva ottenuto dagli austriaci la “patente” di stampatore solo da  poco: nel 1815 aveva aperto una stamperia in via San Pietro all’Orto. Da questa stamperia uscirono tutte le novità  della letteratura romantica: oltre al Conciliatore, l’Adelchi di Manzoni, l’Ildegonda e il Marco Visconti di Tommaso  Grossi, le tragedie di Pellico, l’Ettore Fieramosca di Massimo d’Azeglio, le Novelle di Diodata Saluzzo, le poesie di  Porta; ed infine, nel 1827, la prima edizione dei Promessi sposi. Due tra i più illustri scrittori italiani, Melchiorre  Gioia e Vincenzo Monti, risultavano essere ufficialmente soci fondatori del Conciliatore: ma poi finirono per non  collaborare mai al giornale, che tuttavia recensì sempre con grande favore le loro opere e non lesinò lodi ai due  “maestri”. Ludovico di Breme avrebbe tenuto moltissimo alla collaborazione di Monti, indiscutibilmente il maggior  poeta allora attivo in Italia: quale migliore rappresentante dello spirito di conciliazione tra classici e romantici?  Monti, sulle prime, si era mostrato interessato: ora che Giuseppe Acerbi l’aveva cacciato dalla Biblioteca italiana,  era disoccupato e nel Conciliatore intravedeva una possibilità di guadagno: e tuttavia, come avrebbe detto di lì a  poco don Abbondio dalle pagine dei Promessi sposi, “il coraggio uno non se lo può dare”. Monti, che già aveva  penato non poco a far dimenticare agli austriaci i suoi passati entusiasmi napoleonici, era pieno di timori all’idea di  entrare in un’impresa poco gradita al governo. Così si era impegnato a metà: da una parte frequentava talvolta le  riunioni di casa Porro e il palco di Breme; dall’altra, nei salotti e in altri palchi della Scala, sparlava dei romantici; e  “quando intese gli ultra mormorare” testimoniò Pellico “cominciò a vociferare che non era così pazzo da mischiarsi  con noi”. Quando il primo numero del nuovo giornale a cui avrebbe dovuto collaborare uscì, Monti scrisse al genero  Perticari: “L’epizoozia romantica col manifesto del Conciliatore torna a montare e si fa grande apparecchio di  divisioni e di beffe per rintuzzarlo... Quanto a me, Tros Rutulusque fuat, mi starò zitto e seguirò il consiglio di Dedalo  Inter utrumque volat.” Detto in termini più prosaici ma più immediati, Monti tenne, finché poté, il piede in  due scarpe: ma quando fu costretto a scegliere, scelse di non inimicarsi gli austriaci. Dopo la defezione di Gioia e  Monti, fu Pellico quello che più si diede da fare nella compilazione degli articoli: circa un quinto di quelli che  vennero pubblicati dal Conciliatore uscì dalla sua penna. Pellico si rammaricava spesso del massacrante lavoro cui  era sottoposto, mentre il suo amico Breme, “sommo” conversatore e scrittore svogliato, preferiva dedicarsi ad  impegni mondani: “lo scrivere gli pesa, e lo pospone al brillare momentaneo”. Pellico stesso propose alla società  del giornale la collaborazione di un altro nome illustre, Giovanni Rasori, il medico più consultato e più onorato della  Milano napoleonica. Rasori era allora in drammatiche difficoltà economiche; era appena uscito dal carcere dopo  aver scontato una condanna a diciotto mesi per la congiura militare del 1814: la sua unica responsabilità era stata  la stesura di un ingenuo e retorico, ed ovviamente imprudentissimo, proclama anti-austriaco. Gli illustri pazienti  che avevano fatto, pochi anni prima, la fortuna di Rasori, lo avevano completamente dimenticato: se qualcuno si  ricordava di lui era per ironizzare sulla sua fede nel salasso come terapia universale e per citare Foscolo che, in  epoca non ancora sospetta, lo aveva chiamato “spaventoso seminatore di cimiteri”. Rasori non avrebbe certo avuto  difficoltà a trovare argomenti da trattare nella sua collaborazione al Conciliatore: oltre che di medicina, si era  sempre occupato di letteratura ed in epoca napoleonica aveva perfino diretto un prestigioso periodico, il Giornale di  lettere ed arti. Era inoltre nota la passione di Rasori per il teatro (nonché per le belle attrici...); nel 1797, in piena  euforia giacobina, aveva fondato il Teatro Patriottico, nome audace che già in epoca napoleonica era stato cambiato  in uno meno impegnativo: Teatro dei Filodrammatici. L’intento di Pellico nel proporre Rasori alla collaborazione del  Conciliatore era solo quello di aiutare il suo vecchio amico a sopravvivere; intento lodevole, ma non politicamente  prudente. Inserire un collaboratore di questo genere, di notoria fede giacobina e repubblicana, nel nuovo giornale,  significava aumentare la diffidenza della censura austriaca. Rasori fu prudente nei suoi articoli; ma commise un  altro tipo di imprudenza che lo portò ad essere allontanato dal Conciliatore: impenitente donnaiolo, si cacciò in un  losco affare che fu presto ingigantito dai pettegolezzi; “da taluni fu detto corruttore della propria figlia” accenna  fuggevolmente Pellico in una sua lettera. Dopo un simile scandalo anche i “conciliatori” preferirono non dare  ulteriori argomenti ai loro nemici e allontanarono Rasori. Il gruppetto dei fondatori del nuovo giornale si arricchì  rapidamente di nuovi, prestigiosi collaboratori: Gerolamo Primo, amico personale di Porro e naturalista di gran  fama (anche se la sua notorietà salottiera era legata al fatto di essere fratello di Teresa Calderara Primo, già  amante del ministro Prina, massacrato in una rivolata popolare anti.napoleonica); Adeodato Ressi, professore di  diritto mercantile all’Università di Pavia e autorevole studioso di economia; Gian Domenico Romagnosi, grande  giurista e filosofo sensista, quasi un trait d’union con la Milano illuminista di Verri e Beccaria, che prese molto sul  serio il suo ruolo di “conciliatore” ed evitò sempre di chiamarsi classico o romantico, autodefinendosi ilichiastico,  cioè adatto ai tempi. Anche questi nuovi collaboratori tuttavia, nonostante il loro indiscusso prestigio, non erano ben  visti dagli austriaci: Romagnosi, notoriamente massone, aveva avuto l’audacia di approntare un progetto di  costituzione per il Lombardo-Veneto ponendosi dunque alla testa dell’aborrito partito dei costituzionalisti; Ressi  aveva chiuso il suo corso universitario a Pavia con una pubblica professione di principi liberali, suscitando  incontenibili entusiasmi tra gli studenti, ma inevitabili sospetti tra gli uomini del governo. Ludovico di Breme teneva  molto al fatto che il Conciliatore non si limitasse a dar voce ai liberali italiani, ma avesse un’autentica apertura  europea: convinse così il suo amico ginevrino Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi a scrivere l’articolo di  apertura del nuovo giornale, anche per non sfigurare nel confronto la Biblioteca italiana, che era stata inaugurata  da un famoso articolo di madame de Staël. Sismondi scelse di aprire il Conciliatore con un’analisi di un’opera quasi  sconosciuta in Italia, il poema portoghese cinquecentesco Os Lusiadas di Luis de Camoes, alto esempio di “epopea  nazionale”; una scelta emblematica, che denotava attenzione per le letterature moderne europee e per lo spirito  patriottico che spesso le animava. Oltre a Sismondi, c’era un altro straniero che avrebbe volentieri collaborato al  Conciliatore, ma che gli amici milanesi si fecero sfuggire: Arrigo Beyle alias Stendhal. Costui sottopose  all’attenzione di Silvio Pellico due articoli; uno su madame de Staël ed uno su Monti: ma “l’aimable Silvio” li rifiutò,  forse perché analoghi temi erano stati trattati sul giornale proprio da Ludovico di Breme. Beyle non si rammaricò  molto del rifiuto, e gli uomini del Conciliatore non si accorsero di aver perduto un collaboratore tanto prestigioso  (almeno agli occhi di noi posteri, visto che all’epoca era praticamente sconosciuto). Un altro grande collaboratore  mancato fu Ugo Foscolo, che fu sì invitato a scrivere sul Conciliatore, ma con mezzi poco convincenti: a Londra,  dove ormai si era stabilito, ricevette solo una spoglia “lettera circolare” in cui la sua collaborazione si diceva  gradita. Il poeta dei Sepolcri non era certo uomo da abbassarsi a rispondere ad una circolare. Tuttavia Pellico, che  non si rassegnava a perdere la collaborazione di Foscolo, gli mandò a Londra i primi due numeri del Conciliatore,  ed insistette: “Se tu ci mandassi qualche articolo, sarebbe da noi accolto con grande entusiasmo. Sia pur di  soggetto solo letterario, la sola firma Ugo Foscolo farebbe un chiasso per tutta l’Italia. Misura le tue parole al  compasso della nostra governativa Censura.” Foscolo, che verso Pellico aveva sempre avuto una gran simpatia, gli  rispose con garbo, esprimendo però tutte le sue perplessità (non del tutto infondate) sul nuovo giornale: “Come  concilierete voi Il conciliatore e l’ingegno e l’animo vostro, parlo di te e del dottor Rasori, con la Censura? Come  concilierete con la dignità d’un giornale letterario le meschinelle superbiette, le malignette invidie de’ letterati?  Come mai scanserete le allusioni che chiunque non pensa né sente come voi vorrà pure trovare e far trovare (anche  dopo l’imprimatur della Censura) al Governo? Ma questi sono minori ostacoli verso del maggiore di tutti; ed  è che taluno, o taluni degli scrittori preponderanti vorranno lodare sé e gli amici, e biasimare nemici e fare (come  pur la s’è fatta sempre) la Letteratura un pretesto d’Eunucomachia... L’abate mi mandava una circolare e intanto  scriveva filippiche agli inglesi per infamarmi. Bei modi - santissimi modi - e tutti nostri, purtroppo, di conciliare... A  ogni modo, dacché tu, Silvio mio, e Rasori e Sismondi ci avete parte, farò che di tanto in tanto abbiate alcuni miei  articoletti.” Non era nient’altro che un contentino, visto che Foscolo non aveva intenzione di mandar nulla, anche per  il fatto che sul giornale pareva dovesse scrivere Monti. La lettera proseguiva con questo significativo  avvertimento: “Oh guardatevi tutti, guardatevi da Monti! Dillo a Breme in mio nome, digli che si guardi da Monti: e’  v’arderà tutti delle sue sciagurate passioni, e avvilirà tutti quanti della sua propria viltà: vi sedurrà a tradire l’anima  vostra e gli amici vostri.” Tra difficoltà e incomprensioni, incertezze ed entusiasmi, Il Conciliatore prese infine l’avvio  sul finire dell’estate del 1818: già il riunire un gruppo di collaboratori che provenivano da cerchie diverse e  che, non frequentandosi, diffidavano l’uno dell’altro (non aveva torto Foscolo a stigmatizzare la grettezza di certi  ambienti letterari) fu un risultato notevole. Se ne era accorto Pellico, che così riferiva al fratello dei primi traguardi  raggiunti: “Confalonieri e Porro come nobili erano senza contatto con certi ultraliberali. Si sono avvicinati, e ogni  disarmonia è sparita. Romagnosi teneva un crocchio di gente che guardava in cagnesco il crocchio di Rasori. Si  sono avvicinati e ogni disarmonia è sparita. Berchet, De Cristoforis, Ermes Visconti, Torti formavano un’altra brigata  che guardava in cagnesco Borsieri e me. Ci siamo conosciuti, giustificati e stimati. Ci apponevano orgoglio,  pedanteria, etc. apponevano a Breme malignità, invidia, religionismo, etc. Ci siamo trovati tutti quasi della stessa  natura e della stessa credenza.” Tre importanti collaboratori del Conciliatore, Giovanni Berchet, Ermes Visconti e  Giovanni Battista De Cristoforis, erano assidui frequentatori del “crocchio supra-romatico della contrada del  Morone”, cioè di casa Manzoni. Il poeta degli Inni sacri, che non usciva quasi mai di casa per certi suoi misteriosi  disturbi psicosomatici, seguiva con grande interesse l’avventura del Conciliatore e ne condivideva pienamente  l’impostazione; se non collaborò mai fu perché volle tener fede al suo proposito di non entrare mai “in qualsiasi  associazione letteraria” e di non scrivere mai per nessun periodico. Ma ci furono forse anche altre ragioni: Manzoni  stava lavorando in quei giorni a una garbata, ma puntigliosa e implacabile confutazione di alcune affermazioni di  Sismondi, e sarebbe stato inelegante scrivere sulla rivista che si inaugurava con la firma dello storico ginevrino.  Nella sua Storia delle Repubbliche Italiane, Sismondi (che pure Manzoni stimava e ammirava molto) aveva infatti  accusato la chiesa cattolica di essere responsabile dell’arretratezza non solo culturale ma anche etica dell’Italia:  era una classica accusa protestante, che già madame de Staël aveva lanciato in un suo famoso scritto, De la  littérature considerée dans ses rapports avec les institutions sociales. Manzoni, cattolico non per caso ma per  scelta, si era ben reso conto della pericolosità di simili affermazioni, che in pratica sottintendevano la necessità per  l’Italia di abbandonare il cattolicesimo per rinascere come nazione. Con la sottile intelligenza che gli era propria,  Manzoni ribaltò l’accusa di Sismondi, e sostenne nel suo scritto (le Osservazioni sulla morale cattolica, che furono  pubblicate nel 1819) che cinismo e ipocrisia, innegabilmente presenti negli italiani, derivavano non dall’essere  troppo cattolici come sosteneva Sismondi, ma dall’esserlo troppo poco e troppo superficialmente Il primo numero  del Conciliatore, foglio scientifico letterario uscì il 3 settembre 1818: erano poche pagine stampate in eleganti  caratteri su carta azzurrina; l’uscita era bisettimanale, il giovedì e la domenica. La tiratura iniziale fu di 500 copie e  gli “associati” (oggi si direbbe abbonati) furono circa 250: una cifra che oggi potrebbe sembrare irrisoria, ma che  allora non erano disprezzabili. La Biblioteca italiana, che godeva del forte sostegno del governo (tutti i comuni  lombardi erano “caldamente” invitati ad associarsi) aveva una tiratura di 700 copie e il suo direttore Giuseppe  Acerbi sentenziava: “È un assioma bibliografico che un giornale in Italia non può sorpassare i 500 associati  particolari.” Nei giorni in cui usciva il primo numero del nuovo giornale, Ludovico di Breme si era ritirato nelle sue  amate solitudini lacustri della villa del Balbianello, che Porro gli lasciava a disposizione. Aveva rinunciato, per  quell’anno, proprio in vista dell’uscita del Conciliatore, ad aderire al consueto invito a Coppet fattogli da Albertine de  Staël. “Vivo nelle più deliziosa e più assoluta solitudine del mondo” scriveva “Milano è incompatibile con le mie  interne circostanze di cuore, e d’immaginazione... Ora sono solo solissimo: lavoro undici ore al giorno, e mi ritempro  le forze colla contemplazione e adorazione della natura.” Balbianello faceva bene a Ludovico di Breme;  quando, nell’autunno inoltrato, tornò ai “quartieri d’inverno” a Milano, gli amici lo trovarono “ingrassato e di miglior  colorito”. Ma la strenua battaglia politica e letteraria lo riportò presto a quello stato di prostrazione fisica che era in  lui, già da tempo malato di petto, ormai abituale. Ludovico era ben conscio delle difficoltà a cui Il conciliatore  andava incontro e ne scriveva lucidamente alla sua corrispondente fiorentina di vecchia data, la contessa d’Albany,  già compagna di Vittorio alfieri: “Il carico economico è tutto sull’onore del conte Porro; egli si rimborserà sulle  associazioni, se saremo fortunati. Ma si legge così poco in Italia, e ci si interessa così poco per il progresso dei lumi!  Gli italiani non prendono parte che alle polemiche e non si divertono che delle personalità.” (Sono passati più  di due secoli, e queste parole parrebbero scritte ieri...). Eppure Il conciliatore, pur con mille problemi, si stava  affermando: e diventava un punto di riferimento per tutti i giovani italiani di sentimenti liberali, assumendo sempre  più quel carattere di “impresa nazionale” che Ludovico voleva dargli. A Torino, a Firenze, a Brescia si raccolsero  piccoli gruppi di letterati che leggevano avidamente Il conciliatore, ne discutevano gli articoli e talora ne mandavano  di propri alla redazione milanese. Perfino intellettuali stranieri del calibro di Constant e di Goethe  seguivano con attenzione il nuovo giornale italiano. Contro ogni speranza, l’impresa del Conciliatore si avviava a un  successo davvero notevole. Però, come era ampiamente prevedibile e previsto, questo sollecitò anche le attenzioni  sempre più insistite e sempre meno gradevoli della censura: i redattori usavano la massima prudenza per evitare  reazioni governative, ma la polizia sapeva benissimo quali fossero le loro idee e i loro principi e scorgeva dietro  ogni frase, anche innocente, le più audaci intenzioni rivoluzionarie. La censura era, come per tutti i giornali  dell’epoca, preventiva: gli articoli da pubblicare dovevano tutti essere sottoposti al censore: ed in quegli anni era un  uomo mite e tutt’altro che severo, l’abate Bellisomi, che si era rassegnato a quell’impopolare impiego per i soliti  motivi di sopravvivenza. Ludovico di Breme, tra l’altro, lo conosceva molto bene e gli era amico: in epoca  napoleonica Bellisomi era stato segretario della Grande Elemosineria alle dirette dipendenze dell’abate di Breme.  Massimo d’Azeglio, che qualche anno dopo ebbe da Bellisomi la sorpresa di vedersi passare indenne il suo Ettore  Fieramosca, lo definiva “un buon cristiano senza malizia, ottima persona, grassa, pesante, quindi un po’  scappafatica - vero tesoro in un censore”. Anche nei confronti del Conciliatore, l’abate Bellisomi fu dapprima  piuttosto indulgente: il primo numero, con l’articolo di Sismondi su Camoes e una recensione di Rasori sulle opere  scientifiche di Volta, era passato senza alcuna censura. Ma subito la Biblioteca italiana e la Gazzetta di Milano si  dimostrarono “più realisti del re” e attaccarono violentemente non solo il giornale avversario, ma anche la censura  troppo mite. Francesco Pezzi giudicò l’articolo di Sismondi una pericolosa esaltazione dell’orgoglio nazionale,  anche se subdolamente riferita alla Spagna invece che all’Italia (naturalmente non si trattava della Spagna ma del  Portogallo ed Il conciliatore non perse l’occasione di far notare, nel suo secondo numero, il grossolano errore di  Pezzi). Il pubblico salottiero si divertiva molto a queste bordate polemiche: ed anche se non leggeva Il conciliatore,  che, secondo una battuta che correva di bocca in bocca, non faceva altro che conciliare il sonno, ne parlava sempre  più spesso. L’eco delle polemiche arrivò rapidamente a Vienna: dalla capitale austriaca si cominciarono a fare  pressioni sul direttore generale della polizia milanese, Antonio de Raab: come mai il governatore della Lombardia, il  conte Giulio Strassoldo, lasciava che si pubblicasse impunemente un giornale così pericoloso? Antonio Raab non  gradì il richiamo di Vienna; era un triestino obeso, vorace mangiatore e indolente sonnecchiatore tra i pasti: ma  nulla gli sfuggiva (Ludovico di Breme molto acutamente lo paragonava al Crispo Sallustio di cui parla Tacito, “che  metteva in trappola il mondo fingendo di dormire”); Metternich sbagliava a considerarlo troppo mite: avrebbe fatto  vedere di che cosa era capace. Convocò Strassoldo, “persona grossa e insincera... rozzo nei modi ma assai più  nell’intimo”(sempre secondo il giudizio di Ludovico), da poco giunto al governo della Lombardia dal modesto posto  di direttore delle poste: gli disse del richiamo di Vienna. Strassoldo fu subito terrorizzato dall’idea di perdere il  “posto”. Subito il governatore della Lombardia rimproverò l’abate Bellisomi per la sua benevolenza; ma un semplice  rimprovero non poteva bastare. “Anche Il conciliatore d’oggi” scrisse all’abate nell’ottobre 1818, quando il  giornale usciva da appena un mese, “contiene articoli che non si dovevano permettere. La poca cura con cui si fa  in generale la revisione di questo foglio, mi mette nella circostanza di determinare quanto segue: d’ora innanzi  l’ufficio di Censura rimetterà a me il manoscritto colle osservazioni del Censore: io mi riservo di approvare gli  articoli che si stamperanno.” In pratica, da allora il giornale fu dunque sottoposto a doppia censura; se dunque,  come ebbe a dire più tardi Maroncelli, “chi lo stendea faceva un giornale politico-letterario; chi lo rivedea,  cancellava tutta la prima parte, e mutilava assai la seconda”. Ora il conte Strassoldo poteva dire di tenere la  situazione in pugno: e scrisse un puntiglioso e dettagliato rapporto a Vienna; il suo lavoro non era facile, dichiarò,  perché nel Conciliatore “in mezzo a proposizioni scevre d’eccezione, erano sì cautamente inviluppate le massime  che gli autori volevano diffondere, che non poteva bastare l’avvedutezza dell’ufficio di censura per iscoprire il senso  e scopo di molti articoli.” Ma Strassoldo non si sarebbe più fatto mettere nel sacco da quei quattro liberali da  strapazzo; l’abate di Breme “che si era posto a capo di questa impresa” valeva davvero poco: “vuol figurare ad  ogni costo dotto e scrittore”, ma “tutto ciò che egli ha scritto è così insipido e noioso che è pressoché inutile andare  a investigare con quale spirito egli scrive perché non viene quasi letto.” Quanto a Pellico, poi, “non ha nessuna  rinomanza nel mondo dei dotti, ed è del resto un uomo insignificante.” Un po’ più complesso invece era il caso di  Borsieri, che era dotato di buone qualità e svolgeva diligentemente il suo lavoro. “Poiché questo Borsieri è  impiegato a Milano in qualità di cancelliere presso la Corte d’Appello, segnalandosi per ottime qualità, ho chiesto al  mio presidente di fargli chiaramente capire che sarebbe per lui meglio abbandonare questa collaborazione.”  Dapprima i redattori del Conciliatore furono stupiti della severità della censura anche nei confronti degli articoli più  innocui; poi ne furono sempre più indignati. E tuttavia il giornale acquistava interesse agli occhi del pubblico: tutti  volevano vedere che cosa ci fosse di tanto pericoloso negli articoli, e volevano anche vedere fino a che punto  riuscissero ad arrivare i compilatori nella sfida alla censura. Se prima il giornale conciliava il sonno, ora teneva ben  desta l’attenzione, perfino nei più fatui convegni mondani. Molti, anche tra coloro che non si professavano  liberali, cominciavano ad essere infastiditi dall’eccessiva sospettosità degli austriaci e cominciavano a rimpiangere  gli anni dell’impero napoleonico. Proprio in quel 1818, durante l’annuale cerimonia all’Accademia di Brera, mentre  era presente anche l’arcivescovo Gaysruck, fu premiato un allievo che casualmente si chiamava Napoleone (ogni  regime lascia una sua traccia anche nei nomi della generazione successiva): immediatamente scoppiò un lungo,  fragoroso, unanime applauso, che lasciava pochi dubbi sulle opinioni dei presenti. Ludovico di Breme era sempre  più costernato dall’accanimento governativo contro il “suo” giornale; alla contessa d’Albany scriveva: “La polizia ci  mette in brandelli. Tra le altre proposizioni cancellate da quei carnefici, si trovava questa: In Inghilterra l’uomo di  merito può sempre appellarsi al tribunale dell’opinione pubblica. Potete voi concepire che un qualunque governo  possa essere così spudorato da insorgere apertamente contro una semplice asserzione di questo genere? ... Io  sono stanco di vivere, mi trascino, sono curvato, svuotato, bacato, spaventoso a vedere, peggiore a sopportare.” La  strenua battaglia politica lo stava esaurendo anche fisicamente. Con Federico Confalonieri, allora a Parigi, Ludovico  si sfogava: “Alcuni miei articoli furono falcidiati per metà; io designai le castrazioni al pubblico disdegno con intere  linee di punti; venne fatta proibizione di punteggiare gli spazi. Domandai in iscritto di poterne prevenire il pubblico;  il mio foglio petizionario fu lacerato di proprio pugno dallo Strassoldo, e i pezzi ne furono portati da Ferrario mentre  pranzavano venti persone alla tavola di Porro. Fra i passi cancellati nell’articolo di Pellico sopra Brougham  eravi questa espressione: Il nobile bisogno della pubblica stima, e l’appoggio dell’opinione pubblica. Fra i  commensali erano alcuni inglesi e russi: non si sapevano dar pace di tanta immoralità.” Ludovico raccoglieva  febbrilmente tutto il materiale proibito con l’intenzione di poter dimostrare, appena ne avesse avuto la possibilità,  tutta l’ottusità e la grettezza della censura austriaca: questo materiale confluì poi effettivamente in un opuscolo  anonimo, ma forse scritto proprio da lui. L’opuscolo era intitolato La Censure autrichienne pour l’Italie. Factum sur  le “Conciliatore” de Milan ed uscì alla macchia a Parigi qualche anno più tardi per opera del principe della Cisterna,  che aveva clandestinamente portato in Francia il manoscritto. Anche nelle difficoltà di distribuzione del  Conciliatore, che divennero subito rilevanti, c’era probabilmente lo zampino della polizia; scriveva ancora Ludovico  a Confalonieri: “Sismondi promuove quanto può la nostra impresa...e il diavolo vuole che non ci sia stato fattibile di  fargli sinora pervenire un solo foglio azzurro, laddove io gli ho spedita l’intera serie. Uguali spedizioni ho fatto fare  alla contessa di Saint-Aulaire, ad Albertina, a Brougham; ora sto per mandarne una a lady Sersey. Ma a che  servono questi nostri regali? Socj vogliamo, socj fermi e paganti. Mandami una buona volta i nomi di chi ci vuol  leggere, e noi faremo responsabile il libraio Treuttel e Wurtz costì.” La polizia austriaca giunse a finanziare (o  almeno così si disse) un piccolo gruppo di letterati ambiziosi, che pubblicarono in fretta e furia un giornale  programmaticamente avverso al Conciliatore fin dal titolo: L’accatta-brighe. Per meglio differenziarsi all’avversario,  i fogli di stampa di questo giornale erano di colore rosa anziché azzurri. L’accatta-brighe era diretto  da Bernardo Bellini , che anni dopo compilò il dizionario della lingua italiana con Tommaseo: vi collaborava  quell’allora famoso Trussardo Caleppio, già amico di Pellico e Foscolo, che era stato sempre tra i più zelanti  oppositori dei romantici. Silvio Pellico, stupito del livore di Caleppio, si domandava perché il suo ex amico si  accanisse tanto contro Il conciliatore: e giunse alla conclusione che tutto dipendesse dalla sua amante, una certa  Zerzanai, che si dava arie di letterata e odiava madame de Staël e, di conseguenza, tutti i suoi ammiratori.  L’accatta-brighe ossia classicoromantico- machia partì con impeto guerriero: l’epigrafe del primo numero, di Tasso,  era: “Chi la pace non vuol la guerra s’abbia, / Ché penuria giammai non fu di risse”. Tuttavia il giornale non  conteneva che epigrammi, battute e maldicenze sui romantici, non sempre di buon gusto: li si paragonava, ad  esempio, all’asina di Balaam, che pretendeva di dire al suo padrone cosa fare e cosa dire. Difficile reggere per  parecchio tempo con un giornale siffatto; nel complesso insulso e superficiale (“la cosa più insipida e più patata che  si possa compilare” lo definì Teresa Confalonieri in una lettera al marito). Ed infatti L’accatta-brighe non durò  che 13 numeri; ed invece di danneggiare Il conciliatore ne aumentò la popolarità. “La comparsa di quel  bestialissimo foglio ci ha fatto vantaggiare il 30 % nella Domenica in cui apparve” scrisse Ludovico di Breme a Confalonieri.

Menzione

 

dr. Walter Cao

di Cagliari


per il saggio

 

“L’ultima frontiera, dalla materia alla mente”

Motivazioni:

L'ultima frontiera. Dalla materia alla mente
Una brillante descrizione (comprensibile anche dal profano) delle parti del cervello e delle loro funzioni,  un’analisi del fenomeno “coscienza” e del difficile cammino per giungere a capire che cosa esattamente sia e  come si raggiunga. Fino a toccare il problema del libero arbitrio, tra studiosi materialisti-deterministi che lo  negano e “compatibilisti” che lo considerano possibile.

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La Cosmogonia vuole all'origine delle cose il Χάος, abisso tenebroso e sconfinato, uovo cosmico gravido di equilibri infiniti dove mito e scienza inevitabilmente s'incontrano. La fantomatica particella irruppe nell'unita piu assoluta, frantumo la simmetria e innesco la grande esplosione: l'energia divento materia e venne la Fisica, natura dell'universo e leggi che la governano. Fu poi la volta della Chimica con i suoi atomi: Carbonio dai quattro legami, Idrogeno generatore d'acqua, Ossigeno aria che infiamma, Azoto inabile al respiro. Per ultima nacque la Biologia, scienza delle molecole della vita, quell'incessante flusso di materia dall'intenzionalita inconsapevole tesa all'unico fine: mantenersi per replicarsi. Il DNA genero l'alterita, scala elicoidale attorta su se stessa a custodire i codici delle differenze e sancire cio che diverra un filo d'erba o un essere umano. Tutto quello che siamo e il risultato di miliardi di cellule speciali, disciplinate esecutrici di precisi compiti, integrate in un organismo capace di vita autonoma: un sistema di equilibri in continuo assestamento, omeostasi dinamica dove i piu e i meno si fronteggiano, sempre in agguato, in una continua lotta per la difesa di quei confini biochimici garanti dei processi vitali. Sotto i nostri occhi i reni producono urina e il fegato sintetizza albumina, i muscoli animano il nostro corpo e generano il suo muoversi nello spazio che lo circonda... Ma e solo il cervello il grande cartografo che mappa le esperienze e crea la mente, l'intangibile e l'astrazione! Una mente capace di pensare sapendo di pensare e che riflette su se stessa: non si puo pensare senza sapere che si pensa. Noi siamo la nostra mente, espressione dell'architettura del nostro cervello fatto di materia: miriadi di atomi usciti dalla fucina della grande esplosione primordiale. - Il cervello umano e l'oggetto materiale piu complicato dell'universo conosciuto - scrive Gerald Edelman; - Ed e piu esteso del cielo - recita Emily Dickinson. 1 Ma come puo la materia generare la mente? Il primo tentativo di comprendere cosa avviene nel nostro cervello spetta ad Aristotele che scopri le cavita cerebrali: i ventriculi, ritenuti sede delle forze all'origine della vita. Per Galeno erano sede dello spirito animale, materia imprecisata e finissima che presiede alle funzioni vitali, e per Agostino sede delle facolta superiori dell'anima: la facolta motoria, quella sensitiva e quella intellettiva. Le “dottrine ventricolari” perdurarono insite nella cultura del Medioevo e anche Brunetto Latini, maestro del sommo Poeta, ci ricorda che “Nel capo son tre celle...”. I primi passi di rinnovamento negli studi anatomici furono mossi da Leonardo che illustro l'anatomia dell'asse cerebro-spinale e apri nuove strade alla ricerca, eseguendo i primi esperimenti sul midollo spinale di una rana e interrogandosi sul “divenire” del movimento che anima il corpo. Nuove conoscenze giunsero poi con Andrea Vesalio, che attraverso lo studio anatomico del corpo umano, sul tavolo settorio, confuto la teoria dell'esistenza della rete mirabile sostenuta da Galeno: ...non una semplice rete ma come diverse reti da pescatore sovrapposte l'una all'altra. In effetti un plesso retiforme di esili vasi venosi e arteriosi circonda la ghiandola pineale alla base del cervello di molti ungulati e Galeno pensava che questa rete, gia descritta da Erofilo d'Alessandria, esistesse anche nell'uomo. La chiamo rete mirabile perche la riteneva artefice della sorprendente conversione dello spirito vitale, generato nel cuore, in spirito animale con sede nel cervello. Vesalio, pur avendo osservato l'inesistenza nell'uomo di questo fitto intreccio di sottili vasi, non pote resistere dal rappresentarlo nelle sue tavole anatomiche, e tuttavia nella sua opera De Humani Corporis Fabrica (1543) ne nego decisamente l'esistenza. Il suo lavoro servi a minare quella secolare dipendenza che gli anatomisti del tempo avevano nei confronti degli “antichi libri”, in particolare di quelli di Galeno. A fine Ottocento il tessuto cerebrale, osservato al microscopio, appariva fuso insieme in un grande reticolo neurale e cio aveva fatto presagire che le cellule nervose agissero all’unisono, finche Camillo Golgi non scopri la reazione nera. Questa tecnica di microscopia ottica, conosciuta anche come impregnazione cromo-argentica, permise di osservare al microscopio i neuroni in tutta la loro struttura, 2 perfettamente nitidi, neri, completi e precisi nei contorni del pirenoforo e dei prolungamenti protoplasmatici. Lo scienziato nel 1906 condivise il Premio Nobel con Ramon y Cajal che elaboro la Teoria del neurone: I neuroni comunicano tra loro solo per contatto, non per continuita, e l’informazione che trasmettono dall'uno all'altro viaggia in un'unica direzione: dal dendrite al soma e da li all’assone. Ed e cosi che queste cellule, come l'edera, inviano “germogli” che si aggrovigliano con quelli di altri neuroni a formare una rete interconnessa: il connettoma. Cento miliardi di neuroni, tre chilometri di “cavi”, un milione di miliardi di connessioni, il tutto in una massa gelatinosa del peso di appena mille e trecentocinquanta grammi, alloggiata in una scatola del diametro di soli trenta centimetri: la scatola cranica. Al suo interno, custoditi in uno scrigno come oggetti preziosi, troviamo tante strutture neurali i cui nomi sono frutto dell'immaginazione e della fantasia dei primi anatomisti del cervello umano. Questi termini spesso ci rimandano al mondo della mitologia, a cui l'uomo ha sempre attinto per dare ragione della sua vita, nell'intento di rappresentare la mappa di un luogo fantastico e misterioso, alle porte del metafisico: il mondo della mente, un universo di memorie, ricordi, persone, animali, luoghi, colori, suoni, speranze e desideri. Uno di questi nomi e Hippocampus, termine col quale Julius Caesar Arantius, allievo di Vesalio, nel 1587 chiamo una struttura che per il suo aspetto somiglia, appunto, ad un “cavalluccio marino”. L'anatomista francese Rene Jacques Croissant de Garengeot nel 1742 gli diede invece il nome di Cornu Ammonis per quell'introflessione delle circonvoluzioni del corno temporale di cui e formato. Il riferimento e ad Ammon, il dio egizio raffigurato con le corna ritorte all'indietro, come quelle dell'ariete; quest'ultimo termine sopravvive ancor oggi per dar nome alle sue tre principali divisioni istologiche: CA1, CA2 e CA3 (Cornu Ammonis 1,2,3). L'Ippocampo giace su ciascun lato del cervello, il lobo temporale, appena sotto la regione delle tempie, quasi un richiamo al passato, al tempo che fugge, forse per il fatto che i capelli che ricoprono le tempie, col passare degli anni, sono i primi a diventare grigi, come suggeriscono Cornuelle e Gronefeld. Responsabile della formazione di nuovi ricordi, l'Ippocampo, non a caso, rappresenta nella mitologia 3 le creature marine mezzo cavallo e mezzo pesce che trainano il carro di Poseidone lungo i profondi oceani della memoria. Questa struttura, infatti, svolge un ruolo importante per la memoria dichiarativa, quella che ci consente di ricordare che Roma e la capitale d'Italia, quella memoria che un po' e la nostra identita e che ci fa dire che noi siamo cio che ricordiamo. L'Ippocampo gestisce la memoria a breve termine, quella memoria dalla vita breve che svanisce dopo pochi minuti, per farla invece durare piu a lungo, finanche un'intera vita. Quest'ultimo procedimento rafforza quelle connessioni tra neuroni, le cosiddette sinapsi, su cui sono scritte le tracce che ci consentono di ricordare. Ogni volta che rievochiamo un ricordo trasferiamo la memoria dalla corteccia all'Ippocampo e da qui nuovamente alla corteccia con un nuovo processo di consolidamento e con possibili aggiunte di nuove informazioni. Il trasferimento avviene solitamente in modo automatico come se l’Ippocampo decidesse da se quali cose ricordare e quali dimenticare, ma questo sulla base di valenze emozionali. Se l'ippocampo sinistro e coinvolto nel ricordo di parole, oggetti e persone, quello destro, il nostro GPS, svolge un ruolo determinante nella navigazione spaziale, perche ci consente di riconoscere dove ci troviamo e di ricordare dove siamo stati e come arrivarci. Uno studio di Eleanor Maguire dell' University College di Londra, condotto nel 2011, ha dimostrato che il tratto posteriore dell'ippocampo destro dei tassisti che superano la licenza di guida delle famose “black cabs” e piu grande rispetto a quello dei colleghi meno esperti. L'esame di licenza, infatti, richiede un'ampia conoscenza della complessa rete stradale di Londra che avviene con l'acquisizione, da parte dell'ippocampo, della rappresentazione spaziale delle venticinquemila e piu strade della Citta. Sulla faccia interna del lobo temporale troviamo un'altra struttura che ha la forma di una mandorla e per questo l'anatomista Karl Burdach nel 1819 la chiamo Amygdala, che in greco significa mandorla per l'appunto. Memoria di impressioni e ricordi emozionali, come un radar scandaglia il pericolo e gestisce il sistema di reazione alla paura inviando chiamate di allarme a gran parte del cervello, per predisporre la fuga o programmare l'attacco. Ippocampo e Amigdala lavorano in accordo, entrambi hanno a che fare con la memoria: l'uno ci riporta freddamente al contesto, luogo e ora, l'altra ci fa rivivere sensibilmente la percezione. Se Ippocampo ci 4 ricorda il volto di Grimilde, Amigdala ci fa saggiare con emozione la perfidia della matrigna di Biancaneve. Sebbene siano sistemi di memoria indipendenti, agiscono di concerto quando l'emozione incontra la memoria. Amigdala e Ippocampo fanno parte del sistema limbico che modula lo stato affettivo e “lambisce” il confine con la corteccia cerebrale, sede delle funzioni cognitive complesse. Un'altra importante struttura venne chiamata da Galeno “Thalamus”, nome preso in prestito da Omero per indicare la “camera interna” del nostro cervello, quel giaciglio di neuroni su cui la corteccia cerebrale, il Pallium, si adagia come un mantello. Nel linguaggio letterario e poetico “talamo” ha il significato di “letto nuziale” ed e per cio che Karl Burdach chiamo la sua estremita Pulvīnar (cuscino). Il compito del Pulvīnar e rilevante ai fini del nostro comportamento: indirizza l'attenzione visiva su quegli elementi dello spazio ai quali la nostra azione sara rivolta; per gli antichi romani il Pulvīnar era il cuscino su cui venivano poste in attenzione le immagini delle loro divinita, affinche potessero prender parte, per cosi dire, al banchetto ad esse dedicato. Il Talamo, situato uno per ciascun lato del terzo ventricolo, e il crocevia delle informazioni sensoriali, somatiche e cognitive. Considerato per decenni una semplice stazione di smistamento di informazioni, sappiamo oggi che assume anche l'importante ruolo di centro d'integrazione tra corpo e mente, in un continuo dialogo con la corteccia e col tronco cerebrale. Corteccia e Talamo intrecciano intense relazioni attraverso le vie talamo-corticali, cosicche dipendono strettamente l'una dall'altro. Cos'hanno mai da dirsi di cosi intimo costoro? Si ritiene che disputino su argomenti importanti, che riguardano la decisione su quali aree della corteccia cerebrale focalizzare l'attenzione e guidare il pensiero. E' forse qui che prendiamo possesso dei nostri pensieri? Si e scoperto pero che il Talamo ha un concorrente che flirta anch'esso con la corteccia: il Claustrum. Questo sottile e misterioso strato di neuroni giace chiuso tra l'Insula, isola delle emozioni e dell'empatia dove le informazioni diventano sentimenti, e lo Striatum, struttura sottocorticale che controlla e da grazia ai movimenti, ma e anche coinvolto assieme all'Insula nei circuiti del piacere e della ricompensa, quegli intricati meandri dove la Dopamina veste il ruolo di grande ammaliatrice. Il Claustrum deve il suo nome a Felix Vicq d'Azyr, medico personale di Marie Antoinette, regina di Francia. Lo 5 identifico per primo, nel 1786, e lo chiamo cosi perche chiuso, imprigionato tra l'Insula e lo Striato. Ma il Claustro, nonostante la sua sede ristretta, anzi forse proprio per questo, e un grande comunicatore. Sembra che sia in contatto con quasi tutte le aree corticali, siano esse motorie, sensitive, uditive, visive, limbiche, associative e prefrontali, percio e a conoscenza di tante informazioni. Analogamente a quanto fa il Talamo anche il Claustro modula il flusso dei dati che arrivano alla corteccia, seleziona cio che deve essere presente all'attenzione e cosa no, cio che deve essere ignorato dall'attenzione e cosa no, un compito importante e delicato. “Che sia la sede della coscienza?” si sono chiesti Francis Crick e Christof Kock riflettendo sulla unitarieta della piu nobile facolta della nostra mente e su quell'esperienza che il filosofo statunitense John Searle ci descrive quando teniamo tra le dita della mano una rosa, osserviamo il rosso dei suoi petali e sentiamo in un'unicita percettiva anche la sua fragranza, immersi in una luminosa giornata di primavera, sotto il tepore dei raggi del sole. Come effettivamente si realizzi questa unicita della percezione cosciente rimane ancor oggi un mistero, …e ovvio che l'assemblaggio debba avvenire da qualche parte. Dove tuttavia cio avvenga, e come, ancora non sappiamo (David Hubel, 1988). Ogni giorno facciamo esperienza della nostra coscienza da quando ci svegliamo fino a quando ci riaddormentiamo, allorche improvvisamente il nostro universo privato si dissolve e con esso svaniscono persone, cose, piaceri, dolori, colori, suoni, pensieri, emozioni. Ogni volta che sogniamo o ci svegliamo questo mistero ci riappare nella sua unitarieta, come un'orchestra in cui le sonorita emesse dai tanti strumenti si tramutano magicamente in un'armoniosa sinfonia. Ma cos'e la coscienza? Res Cogitans? L'Io e il suo Cervello? Un fenomeno biologico naturale? Un evento fisico? Puo la mera materia pensare o sentire? Quest'esperienza inspiegabile e da sempre area di interesse e di studio della Filosofia, della Psicologia e anche delle Neuroscienze. I progressi tecnologici nel campo della ricerca in neuroanatomia funzionale della coscienza umana hanno visto lo sviluppo di tecniche di neuroimaging, inizialmente con la tomografia ad emissione di positroni e attualmente con la risonanza magnetica funzionale, una metodica che rileva le modificazioni dei campi magnetici e 6 indirettamente i livelli di flusso sanguigno e il consumo di ossigeno, legati all’attivita della corteccia cerebrale, in risposta a diversi stimoli sensoriali, motori e cognitivi. Siamo cosi diventati capaci di vedere in diretta quali aree del cervello si “illuminano” in corso di specifiche attivita mentali, e di costruire la mappatura della percezione cosciente. Antonio Damasio, neuroscienziato portoghese della University of Southern California, e il primo sostenitore di una nuova ricerca che studia il rapporto mente-corpo. Analizza il cervello nella sua interazione con il corpo che lo ospita e con l'ambiente in cui quest'ultimo si relaziona. Per Damasio essere coscienti e sentire cosa succede all'interno e all'esterno del nostro corpo, quel va e vieni incessante tra le nostre percezioni esterne e le nostre emozioni, quello scambio a doppio senso tra noi e il mondo che ci circonda. Il nostro cervello, infatti, crea ininterrottamente mappe neurali dello stato del nostro organismo e dei processi biologici che lo regolano, il proto-se, di cui non abbiamo percezione cosciente. Ma e il se nucleare che ci fa vivere continui impulsi di coscienza, nel “qui e ora”, all'interagire del nostro corpo con l'oggetto della conoscenza. Il nostro cervello e anche capace di elaborare mappe di se stesso, intento a sua volta a tracciare altre mappe: e cio che avviene allorche interagiamo con gli oggetti dell'esperienza non solo nel "qui e ora" ma in un contesto piu ampio, che coinvolge il linguaggio e la memoria, il nostro passato e le proiezioni nel futuro atteso, in altre parole il nostro se autobiografico. Noi siamo fatti di materia, le nostre cellule sono fatte di molecole, che sono fatte di atomi, a loro volta costituiti da particelle. Tutto cio e materia, ma organizzata in modo complesso. In questa complessita di miliardi di connessioni tra l'ambiente circostante, il nostro corpo e il nostro cervello, emerge qualcosa di eccezionale che e la nostra mente. Anche Giulio Tononi, neuroscienziato italiano della University of Wisconsin-Madison, ritiene che la coscienza sia generata dai neuroni del nostro cervello. La considera un fenomeno che si caratterizza per la sua differenziazione (disponibilita di un elevato numero di differenti esperienze coscienti, quella miriade di dati che viaggiano sulle vie talamo-corticali) e per la sua integrazione (la capacita di integrare in un'unita percettiva quelle numerose esperienze). I migliaia di stati possibili della nostra mente si manifestano indivisibili nell'unitarieta della coscienza: non possiamo infatti percepire 7 simultaneamente il “Vaso di Rubin” e i due profili contrapposti dei volti che lo configurano. Con la sua teoria dell' Informazione Integrata Tononi ritiene che la coscienza, implicata nelle dinamiche della causalita, sia una grandezza fisica e pertanto misurabile con un numero: Φ (Phi). Ha tradotto lo stato di coscienza in un linguaggio matematico e attraverso uno stimolatore magnetico transcranico e un gran numero di elettrodi e riuscito a “leggere” l'integrazione delle risposte del cervello, l'ha chiamato “coscienziometro”. L'intento e rivolto alla possibilita di valutare la capacita del cervello di generare coscienza e distinguere gli stati vegetativi, in cui il paziente appare vigile ma privo di qualsiasi consapevolezza di se e del mondo esterno, da quegli stati noti come locked-in syndrome nei quali, a seguito di lesioni neurologiche delle vie efferenti, i pazienti pur essendo coscienti non riescono a muovere gli arti, ne a masticare o deglutire, ne a parlare e quindi a comunicare. In “Lo scafandro e la farfalla” Jean-Dominique Bauby ha raccontato quest'esperienza personale, fatta di un ricco mondo interiore, nonostante fosse prigioniero di uno scafandro, il suo corpo, che lo immobilizzava a un letto d'ospedale. Un' altra sfida attuale delle neuroscienze e quella di riuscire a codificare il contenuto mentale dell'attivita cerebrale e ricostruire le immagini dell'esperienza visiva di una persona. Gallant e il suo gruppo, ricercatori della University of California Barkely, hanno decodificato e riprodotto le esperienze visive di volontari invitati a guardare i trailer dei film di Hollyood. Al momento la tecnologia puo solo ricostruire le immagini che le persone hanno gia visto, ma l'innovazione apre la strada alla possibilita di riprodurre i flussi di immagini della nostra mente, accedere al contenuto dei sogni e dei ricordi e contribuire a indagare su cos'e la coscienza. Tuttavia ogni volta che nuove scoperte nel campo delle neuroscienze svelano ulteriori conquiste sul funzionamento del nostro cervello l'antica dicotomia tra mente e corpo riappare sempre piu attuale. Scoprire i piu reconditi meccanismi percettivi che ci portano a distinguere i colori, i suoni e i sapori non hanno portato ancora alla soluzione di quello che il filosofo australiano David Chalmers chiama “hard problem”. Quando pensiamo e percepiamo c'e un vortice di elaborazione delle informazioni, ma c'e anche un aspetto soggettivo che e l'esperienza del buio e della luce, delle tonalita di blu cobalto, della profondita del campo visivo o del suono di un clarinetto. Il vero 8 problema della coscienza per Chalmers e capire come e perche i processi materiali dei nostri neuroni riescono a produrre l'esperienza cosciente. Per Colin McGinn, filosofo inglese studioso della mente, e un problema insolubile: “non riusciremo mai a sapere come l'acqua del nostro cervello possa trasformarsi nel vino della coscienza”. Se mai dovessimo scrutare in profondita, con un microscopio a forza atomica, le piu piccole strutture dei nostri neuroni, come le sinapsi, potremmo mettere a fuoco le singole molecole e gli stessi atomi ma non arriveremo mai ad identificare quelle incredibili macchine molecolari della biologia che danno vita a quei processi concettuali che sono le esperienze individuali perche, come all'interno del mulino di Leibniz, troveremo soltanto leve, ingranaggi, alberi e tanti altri meccanismi. Avremo la percezione di forme e sostanze fisiche ma non conosceremo come tutto cio sostenga l'intangibile: il pensiero, le opinioni, la cultura, e in particolare l'esperienza cosciente di noi stessi. A smuovere ulteriormente le acque della ricerca sull'argomento sono sopraggiunti anche gli studi di Benjamin Libet (2004) rivolti ai rapporti tra attivita cerebrale e intenzione cosciente. Sembra che l'atto di volonta nasca inconsciamente molto prima che noi prendiamo consapevolezza della nostre decisioni, come dire che diveniamo coscienti in differita. Questa storia ha inizio nella prima meta dell'Ottocento con Hermann von Helmholtz che nel 1850 nei suoi esperimenti di stimolazione muscolare della zampa di una rana si accorse dell'esistenza di un breve intervallo di tempo prima della comparsa della sua contrazione; riusci cosi a misurare la velocita di conduzione dell'impulso nervoso: circa 26 metri al secondo. In una comunicazione all’Accademia di Scienze di Parigi, chiamo questo breve intervallo temps perdu, termine che ebbe molta risonanza sulle riviste scientifiche francesi a tal punto che sessant'anni piu tardi anche Marcel Proust riprese, a suo modo, quest'espressione per dare titolo alla sua opera letteraria: A la recherche du temps perdu. Il contributo di Hermann von Helmholtz e stato fondamentale nel campo della neurofisiologia perche comporta necessariamente l'esistenza di uno scarto di tempo esistente tra ricezione di uno stimolo e la sua percezione, e implica un processo di elaborazione della percezione cosciente. Ma torniamo ora a Libet i cui studi sui rapporti tra attivita cerebrale 9 e intenzione cosciente hanno portato a scoprire che l'attivazione dell'area coinvolta nella preparazione dei movimenti, conosciuta come “area motoria supplementare” avviene, sorprendentemente, 350 millisecondi prima di essere coscienti della volonta di agire. Questi dati, confermati da studi successivi, sono stati approfonditi anche dal gruppo di ricerca di John-Dylan Haynes (2008) che ha sottoposto alcuni soggetti alla scelta di pigiare un tasto piuttosto che un altro, in corso di un esame con risonanza magnetica funzionale, e ha dimostrato che la decisione a compiere l'azione viene codificata nella regione piu anteriore della corteccia prefrontale, la cosiddetta “corteccia fronto-polare”, fino a 7 secondi prima che i soggetti diventino consapevoli dell'intenzione di agire. Non solo, e riuscito anche a prevedere, con un'accuratezza del 60%, quale tasto i soggetti in esame avrebbero pigiato, come a significare che ogni volta che facciamo una scelta, la nostra intenzione cosciente non e all'origine del nostro agire. Eppure tutti siamo convinti che le nostre decisioni sono libere e non determinate dalla nostra attivita cerebrale non conscia. In altre parole alla scintilla della liberta di decidere sulle nostre azioni non possiamo rinunciare e siamo sicuri delle nostre capacita di fare cio che crediamo realmente di voler fare. Secondo questi studi, invece, ogni volta che operiamo una scelta, la nostra intenzione cosciente non e all'origine del nostro agire: le decisioni che sperimentiamo soggettivamente come libere vengono predisposte da una catena di eventi cerebrali preconsci alcuni secondi prima che ne abbiamo la percezione soggettiva, come se la coscienza venisse informata in corso d'opera dell'insorgenza di un'azione. Dunque la consapevolezza del nostro decidere e un'illusione generata dal nostro cervello? In molti lo sostengono. Daniel Wegner, psicologo americano, considera la volonta cosciente la bussola della nostra mente, un'illusione di paternita delle nostre azioni, come accade all'ago che oscilla silenziosamente nella bussola: indica la rotta ma non e al comando della nave. Per Antonio Damasio la volonta cosciente e un “marcatore somatico”, un'emozione di paternita delle azioni da noi compiute, di cui segna il ricordo, per distinguerle da quelle azioni che invece “automaticamente” accadono dentro e intorno a noi e alle quali non prestiamo attenzione: la volonta cosciente contrassegna le nostre azioni per farci sentire proprietari di queste azioni, questa la sua funzione. Anche la brace del dibattito filosofico sul libero arbitrio non si e 10 mai sopita. Per i deterministi il cervello, fatto di materia, e governato dalle leggi della fisica, secondo le quali tutto e determinato e percio sono determinati anche i processi mentali prodotti dai nostri neuroni, costituiti da materia; nulla avviene per caso e tutto e causale, in evidente contrasto con l'idea di libero arbitrio. Per i compatibilisti, invece, il libero arbitrio e compatibile con possibili azioni causali che motivano l'agire umano. Daniel Dennett, filosofo della mente, e uno di questi e ritiene che, anche se i nostri pensieri e le nostre azioni fossero il prodotto di attivita cerebrali inconsce, sono pur sempre i nostri pensieri e le nostre azioni, dal momento che i nostri processi mentali non consci sono i nostri, come pure lo sono i nostri pensieri consci, infatti “...Tu sei “automaticamente” a conoscenza di tutte queste cose che stanno accadendo nel tuo corpo, perche, altrimenti, esso non sarebbe il tuo corpo” (2004) Per Michael Gazzaniga, uno dei fondatori delle neuroscienze cognitive, esiste l'interprete della nostra mente, particolarmente versato per le inferenze, che mette insieme tutti i fatti osservabili e li spiega con l'idea attraente che l'azione sia stata compiuta in modo veramente volontario. Lo scienziato ha sviluppato questa teoria sulla base di studi condotti negli anni Settanta sui cosiddetti pazienti Split Brain (cervello diviso) ai quali, per contenere quella tempesta elettrica che insorge in forme gravi di epilessia, era stato rescisso il corpo calloso, un fascio di 250 milioni di fibre neurali che scambia fiumi di informazioni tra i due emisferi cerebrali. Una volta rescisso, le crisi epilettiche si attenuano ma tutti i dati, siano essi parole o immagini, non possono essere condivisi tra le due meta del cervello. Cio aveva fatto ritenere che i due emisferi avrebbero agito come due menti separate nello stesso individuo, invece entrambi conservano un senso unitario del se e sono ancora capaci di produrre un solo agente conscio. Per semplificare: se chiediamo ad un paziente col cervello diviso di fissare un punto centrale di uno schermo e sul campo di sinistra dello schermo facciamo apparire fugacemente la parola “cammina”, questo messaggio verra visto solamente dall'emisfero cerebrale destro e il paziente a seguito di questo invito si alzera per camminare. Alla domanda:” dove vai?” rispondera senza esitare, dando una spiegazione ritenuta la piu adatta alla situazione, come se si trattasse di una sua decisione, adducendo per esempio di aver sete e quindi di essersi alzato per cercare qualcosa da bere. L'interprete, che 11 appartiene all'emisfero sinistro, ove ha sede il centro del linguaggio, ci permette di spiegare cio che accade e costruisce le narrazioni che aiutano a dare significato a cio che succede attorno a noi, con autonomia decisionale, anche se l'azione e stata determinata ed eseguita unicamente dall'emisfero destro, in questo caso non comunicante col sinistro. Per Nancy Huston, scrittrice e saggista canadese, capita che, senza accorgercene, raccontiamo in buona fede fatti immaginari come fossero reali e per questo ci ha definiti L'espece fabulatrice. Per Gazzaniga potremmo non avere il libero arbitrio metafisico, ma abbiamo un libero arbitrio biofisico. Viviamo in un universo determinato ma siamo persone responsabili delle nostre azioni. Se i nostri pensieri e le nostre scelte comportamentali sono determinati esclusivamente dai nostri neuroni, fino a che punto siamo responsabili? E i concetti di colpa e di merito che significato assumerebbero in questo contesto? Ma questa e gia un'altra storia.

Menzione:

dr. Pietro Roberto Goisis

di Milano


per il saggio

 

“Sopravvivere al coronavirus”

Motivazione:

L'autore ha voluto e saputo calare il corso della drammatica esperienza del coronavirus, vissuta personalmente, in  una narrazione coinvolgente, fluida e ben condotta, sul filo di una felice integrazione tra capacità di scrittura e professionalità di psicoanalista esperto.

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A chi mi ha salvato.


“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu
come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo.
Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero.
Ma su un punto non c'è dubbio.
Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato.”


Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia, 2002

Non sapevo cosa sarebbe successo. Fin dall’inizio dell’emergenza il mio stato d’animo era sereno. Consapevole della situazione che si stava profilando, attento alle norme comportamentali, vivevo in una sorta di convinzione onnipotente che non sarei stato contagiato, che avrei dovuto proteggere gli altri e dare il buon esempio.  “Dottore…per davvero, come sta?”  Con questa domanda Edgardo apre la prima seduta via Skype della settimana zero di Sars-CoV-2.  È un giovane uomo, elegante e flessuoso, famiglia della buona borghesia, che lavora con passione in campo artistico. In genere, pur coinvolto nel nostro percorso, mantiene un certo signorile distacco, tale da farmi ogni tanto interrogare sul suo effettivo coinvolgimento nella terapia. Forse come conseguenza di una precedente analisi nella quale vigeva un eccesso di distanza e freddezza, direi rigidità. Ma adesso è un problema mio. Lui c’è, eccome. Questa volta lo sento davvero. Per davvero, come dice lui nella domanda iniziale. E se nella paura, la seduta a distanza, la situazione generale, Edgardo avesse trovato finalmente il modo di starmi e sentirmi vicino?  Questa pandemia ha modificato molti parametri e abitudini.  Nel nostro lavoro ogni gesto ha precisi contenuti e simbologia. Come apriamo una porta, come salutiamo le persone quando entrano e escono, dove posiamo le nostre mani durante i colloqui, come tossiamo e starnutiamo, a che distanza stiamo. Nessuno l’ha mai misurata, però.  Siamo abituati a confrontarci con i nostri pensieri in seduta, alcuni sono piacevoli, altri meno. In genere li attribuiamo ai nostri interlocutori che ce li “mettono dentro”. Ora sembra invece che siano proprio nostri. E la paura? E l’età? “Gli anziani sopra i 65 anni stiano in casa!”. Ma come si permettono, anziani chi? Possiamo lavorare? È possibile non lavorare? Dove sta il confine tra responsabilità e incoscienza, tra etica e sacrificio?  Come me, ogni altro psicoanalista si è probabilmente chiesto come avrebbero reagito i pazienti con problematiche nella sfera ipocondriaca. Con un iniziale stupore ho notato una significativa capacità di “tenuta”. Riflettendoci, ce ne siamo fatta una ragione. Abbiamo ipotizzato che il “sistema" è andato in crisi perché non era preparato alla gestione di un’emergenza. Al contrario, un ipocondriaco è abituato a gestire questo tipo di situazioni. E guarda gli altri che si agitano come fossero alieni.  Confidavo invece sul fatto che, con le dovute eccezioni, gli altri pazienti avrebbero affrontato con “competenza” il momento che stavamo vivendo. Pur tra oscillazioni sul continuum minimizzazione-apprensione mi sembra di poter dire che se la sono cavata meglio della maggior parte dei nostri concittadini. Evidentemente il lavoro psicologico in atto, il poter contare su uno spazio e un interlocutore sono stati fondamentali. Come confermato da una simpatica e brillante paziente. 2   “Noi psicolabili, possiamo resistere. E poi sa, in questo momento, siamo quelli con più strumenti, in fondo, perché ci alleniamo da molto tempo a fare i conti con noi stessi”.  È estremamente difficile riassumere la quantità di cambiamenti attivati, tra emergenza, cautele individuali, suggerimenti sanitari, decreti governativi. Anche perché in sole due settimane il quadro generale ha mostrato ulteriori cambiamenti che hanno viaggiato a una velocità talvolta superiore a quella delle nostre capacità di adattamento e forse del virus stesso. Quando la flessibilità individuale ha saputo vincere le consuetudini e i timori, la stessa relazione terapeutica ne ha tratto beneficio.  Negli studi sono comparsi gel disinfettanti, con la gestione della distanza, non più la cosiddetta “giusta distanza”, ma quella misurabile, in metri e centimetri. Abbiamo dovuto rinunciare ad aspetti fondamentali del nostro modo di stare con gli altri, alla stretta di mano a inizio o fine seduta, a ogni gesto spontaneo che a noi o ai nostri pazienti veniva abituale fare. Come quel giovane adolescente che trovava un modo sempre sorprendente di salutarmi e ringraziarmi, una volta con una pacca sulla spalla, un’altra dandomi un “cinque”, talvolta abbracciandomi con trasporto. Tutto da rivedere.  I Decreti Governativi, successivi alle prime indicazioni prudenziali, hanno trasformato ulteriormente il nostro lavoro. Se prima la proposta di incontri a distanza era un atto di buon senso, poi è diventato un obbligo. Inventare o recuperare altre forme di incontro e contatto.  Mail, telefonate, WhatsApp, Face Time, Skype, Zoom, che altro?  Cosa rimane di psicoanalitico in tutto ciò, che ne è della nostra identità? Non importa.  La parola d’ordine è “aiutare le persone”, sempre e comunque.  Ho condiviso fin dai primi momenti ogni decisione con i miei pazienti. La quasi totalità ha utilizzato gli incontri a distanza. Pochi altri hanno preferito sospendere la terapia, provare a farcela da sé, rimandando alla fine della crisi la ripresa del lavoro insieme.  Lo studio ha chiuso. Avrei fatto solo sedute on-line. Per forza.  LA MALATTIA – Covid-19  Lunedì 2 marzo avverto vaghi disturbi: dei brividi, un po’ di stanchezza, molti dolori muscolari, poca voglia di mangiare. Penso che sia la fatica del viaggio fatto nel week end.  Martedì sera scopro di avere un po’ di febbre, senza sintomi. Mi sento forte, ma abbastanza saggio. Chiamo il numero regionale a disposizione, rispondono dopo pochi squilli. Mi rassicurano. Mercoledì il mio medico di base. “Prenda la tachipirina”. La febbre scende. La febbre sale.  Venerdì, finalmente, mi fermo. A letto, stanco, stordito, inerte. Nonostante ciò, impavido.  Sul tavolo in cucina trovo un foglio lasciato da mio figlio di passaggio. Stay strong dad!  Sabato mia moglie anticipa un volo di rientro a Milano.  È la prima delle sequenze della cura, e della mia salvezza.  Domenica, gran consulto, inizio una terapia antibiotica.  Lunedì 9 marzo RX torace e esami del sangue. Diagnosi: polmonite batterica. Mi sento felice come un bimbo. Penso al paradosso del momento che viviamo. Felice di avere una polmonite, perché batterica. Qualcosa non sta già più funzionando nel mondo.  Nuove terapie e antibiotici. Ce la farò. Forse.  Devo avvisare i miei pazienti, almeno quelli che avevano deciso di proseguire la terapia a distanza.  Mando così il primo messaggio sulle mie condizioni personali. Non ho dubbi, scelgo la trasparenza, quella possibile. So che ci saranno ripercussioni. Le affronteremo. Scrivo che mi hanno riscontrato 3   un’infezione batterica polmonare e che per almeno una settimana non potrò lavorare. Ricevo risposte affettuose e calde.  Martedì ancora febbre e spossatezza. Alla sera la svolta. Il medico di base ha attivato il 112, vado al Pronto Soccorso del Fatebenefratelli per un controllo e, si spera, un tampone.  Ricordo bene il senso di scocciatura per la decisione, immerso in un fatalismo che sembrava avere il letto come unico rifugio sicuro e garantito. Ho in mente un simpatico ed energico lettighiere che mi prende in consegna sull’ambulanza. È il primo operatore che incontro bardato come nei film sulle guerre batteriologiche. Parliamo di volontariato e croci rosse mentre attraversiamo una Milano già deserta. Dai piccoli finestrini gioco a indovinare il percorso che intuisco dalle forme dei palazzi più alti. Non so bene cosa stia succedendo dentro e fuori di me. Mi faccio portare dall’onda degli eventi, ineluttabili più che mai.  Il Pronto Soccorso è un no man’s land. Mi accolgono al triage. Sono in codice verde. Attenderò.  Realizzo di avere il telefono un po’ scarico, nessun carica batterie, né libro, né iPad.  Mi indicano dove sedermi, a distanza, in attesa. Ho una bella mascherina, i guanti.  Quando supero l’angolo del corridoio, per la prima volta realizzo dove sono finito. Da casa mi chiedono com’è la situazione. “Qui ci sono tre moribondi, una matta, uno di colore, un cinese”, rispondo. “Se ci mettiamo anche uno psichiatra sembra l’inizio di una barzelletta…” ribattono. Ma la situazione è davvero folle e inimmaginabile. Siamo in trincea, si respira allarme.  Inizia l’attesa, ogni persona nuova che arriva è un concorrente, un rivale nella corsa a essere visto dal medico. Infermieri corrono di qua e di là, mi guardano come se fossi trasparente. Ogni tanto mi volto, controllo il muro dietro di me per sentire se ci sono davvero o forse scomparso.  Passano le ore, senza bere, senza mangiare, senza un tempo, senza una fine. Attendo.  Dopo sei ore provo a chiedere quale sia il mio posto in classifica. Non lo sanno.  Dopo sette annuncio che sto per andarmene. “Tocca quasi a lei!”. Mi fermo. Altra svolta.  Il medico è giovane, ma sembra sapere il fatto suo. Io pure, credo.  “Dottore, mi ascolti, sono un collega, è giorni che cerco di farmi fare un tampone. Ho già RX torace e gli esami. Sembra una polmonite batterica. Se mi fa il tampone, me ne vado e vi lascio liberi per altri”.  Acconsente subito, mi sento capito. Al contempo mi guarda serio: “Io non sono mica tanto convinto che sia batterica. Ora le faccio anche gli esami e voglio vedere l’ossigenazione del suo sangue. In un’ora sapremo tutto”. La mezzanotte è vicina, ma ora vedo un punto d’arrivo.  Riesco anche a trovare la voglia di chiacchierare con questo giovane medico, energico e motivato. Mi piace.  “Cosa volevi fare quando hai iniziato Medicina?” gli chiedo.  “Il medico di base, era il mio sogno. Poi mi sono innamorato del Pronto Soccorso. È quello che voglio fare per sempre, anche se qui lavoro come partita IVA. Ora siamo ammirati, temo che poi se ne dimenticheranno tutti…”.  L’esecuzione del tampone (gola, narice destra, narice sinistra) è doloroso e invasivo. L’avessi saputo prima non avrei insistito tanto per farlo. Meglio così. Respiro sempre peggio.  Quando gli esami sono pronti, il dottore mi richiama. “Può essere che sia batterica, ma lei ha un’insufficienza respiratoria grave, classe 4, devo ricoverarla!”. Per il tampone ci vorrà un giorno.  Perdo consapevolezza, sono stanco, è tardi, l’una di notte, poco lucido.  Ho paura. Dove mi metteranno?  Chiedo il permesso di andare a dormire a casa e ricoverarmi il giorno dopo.  Firmo. Mi autodimetto.  Una follia. Posso dirlo? Una cazzata! Forse mi ero infettato il cervello.  Mercoledì mattina, è l’11 marzo ormai, il mio angelo custode domestico (ne avrò molti in servizio da qui alla fine) richiama il 112. In meno di un’ora l’ambulanza è sotto casa. Codice giallo, serene 4   spiegate, di nuovo in Pronto Soccorso. Ormai sono di casa. Dopo un’ora mi stanno già visitando. Mi fanno esami per infezioni plurime, del sangue, delle vie urinarie, la legionella. Mi attaccano alla bombola di ossigeno. Mi sono assopito.  Al risveglio mi portano in reparto. Camera doppia, uso singolo. Per forza.  Qui ho il primo duro incontro con l’isolamento e le norme di protezione sanitarie. Un’infermiera, più spaventata di me, mi avvisa. “Metta la mascherina, sempre. Qui rimarrà poco. Se positivo sarà trasferito, se negativo anche. E non si faccia portare nulla. Se positivo, ogni sua cosa sarà buttata via e bruciata.” Penso alla mia borsa, al mio giaccone, ai miei vestiti. Non posso crederci.  Per la prima e ultima volta sento una parola terribile: “Sono sporca”, dice un’altra infermiera, uscendo dalla mia stanza. Intende che non è più sterile. Mi fa male. Sono sporco anch’io.  Solo in seguito sono riuscito a comprendere che tra i tanti pensieri e timori uno, ancora più ostile e difficile da maneggiare, si è fatto strada. È la vergogna per la malattia, per l’eventuale positività, lo stigma dell’untore. “Sono innocente!” mi viene da urlare, non ho fatto nulla di male, perdonatemi.  In questa attesa i ricordi si fanno meno precisi. Riposo, riposo, riposo.  Giovedì mattina arriva un’altra dottoressa.  “Ha novità?” le chiedo.  “Sì, è positivo, ora la trasferiamo al Sacco!” mi risponde. Diretta e immediata. La apprezzo.  POSITIVO.  In genere è un concetto che mi piace, simile a ottimista, è un approccio alle cose che pratico.  Forse non avrei voluto sentirmelo dire, questa volta.  Il 12 marzo 2020 sono diventato anche un numero nelle statistiche e nei bollettini.  Ero uno dei 15113 italiani positivi al tampone, uno degli 8725 lombardi, uno dei 4277 ricoverati della regione.  Mi chiedo tuttora quale sia l’impatto numerico. In assoluto sono cifre da spettatori di un’importante partita di basket o di una media partita di calcio. Piccole percentuali sulla popolazione. In assoluto, viste come una distesa di letti in un ospedale, mi sembrano un’enormità, una folla, una moltitudine. Non sono solo, siamo in tanti, preoccupiamo medici e epidemiologi.  In realtà, la positività è quasi un sollievo, la ragione del mio malessere, la risposta a tante domande.  Da lì a poco una nuova ambulanza. Un viaggio in compagnia di un altro “positivo”. A sirene spiegate, quelle che tanti milanesi hanno avuto come unica colonna sonora nelle settimane di lockdown.  Conosco bene la strada per il Sacco. Non mi accompagnano buoni pensieri.  Costruito come sanatorio per la TBC nel 1927 e chiamato Vialba, mi ha accolto al primo anno di Medicina per le prime autopsie. Famoso in seguito per la cura dell’AIDS. Qui ho visto per l’ultima volta Gigi, il mio padrino di battesimo e testimone di nozze, ricoverato per un tumore gastrico. I pensieri corrono veloci. Brutti e spietati, non riesco a fermarli. Conosco la mia mente, difficile gestirla in questo momento.  Ci portano nel reparto di Medicina 2, è stato appena riconvertito per accogliere i Covid-19.  Quando si apre la porta del reparto vedo un nugolo di infermieri e medici schierati in fondo al corridoio. Si muovono, bardati e guardinghi, intorno a noi. Sembrano farsi forza l’un l’altro.  “Quale letto vuole?”. È una stanza grande, abituata a ospitare tre letti, ora ci tiene in due.  Non faccio complimenti, scelgo quello vicino alla finestra. Una buona opzione, lo capirò poi.  In poco tempo arrivano i primi controlli e le prime visite. Arrivano due medici, lo so perché si qualificano, uno strutturato e la sua specializzanda. Oltre ai parametri vitali e all’esame obiettivo mi fanno la prima ecografia polmonare. Risuonano tra di loro sigle e termini per me incomprensibili. Però sono in grado di decifrare queste parole: “Ha i polmoni completamente bagnati. Dobbiamo aiutarla ad asciugarli. Abbiamo visto che funziona molto bene l’applicazione di 5   un casco, con ossigeno forzato, per molte ore al giorno. Fra poco iniziamo. E poi le daremo delle terapie. Le chiederemo solo il consenso verbale, non possiamo tenere alcun pezzo di carta”.  Per la seconda volta decido di qualificarmi come medico, mi sembrano contenti.  Mi somministrano dei farmaci “retrovirali” (quelli per l’AIDS, quel pensieraccio…) e antimalarici.  Al contempo, da medico sui generis, non realizzo bene quali siano le mie condizioni. Sono rassicurato dall’essere in ospedale, ora decideranno loro terapie, dosaggi, cure. Mi affido. Totalmente.  Verrò a sapere molti giorni dopo che nelle telefonate che i medici fanno a casa, la prima avrà questo contenuto: “Signora, lei lo sa che suo marito è in una situazione molto grave? Lo teniamo in reparto, ma al confine della rianimazione, pronti a trasferirlo durante la notte al primo segnale negativo. Dobbiamo anticipare gli eventi, non farci cogliere di sorpresa. Dobbiamo anticipare l’infezione, non rincorrerla”.  Fortunatamente ne ero ignaro. Ancora oggi mi dispiace aver creato tanta preoccupazione.  Sono un po’ stordito, ma subito una cosa mi balza all’occhio.  Nel via vai di personale che entra nella stanza, noto che si muovono sempre almeno in coppia. All’inizio non ne capisco la ragione, poi, giorno dopo giorno, mi rendo conto che si tratta di una scelta, con una precisa funzione di sostegno reciproco di fronte a un compito e un lavoro terribili, rischiosi, a contatto continuo con la morte e la paura. Non so, non sono riuscito a chiederlo, se è stato pensato come un protocollo. In ogni caso è un’ottima scelta, utile anche a noi pazienti.  Un’altra cosa mi colpisce. Chiunque entri nella stanza è vestito e bardato in tenuta antivirale. Cuffia aderente in testa, occhiali isolanti e visiera in plastica che arriva al collo, mascherina FFP3 serrata su bocca e naso, tre paia di guanti, camice usa e getta sopra la divisa, calzari sulle scarpe.  È impossibile capire chi sia, quale ruolo abbia, quale identità. Al tempo stesso pure i pazienti indossano una mascherina. È un incontro (??) tra uomini e donne mascherati. Perturbante per me che sul riconoscimento, sul guardarsi reciprocamente, sul conoscersi e riconoscersi, fondo gran parte delle mie modalità relazionali. Mi piace capire qualcosa delle persone osservando la faccia che hanno, le espressioni del viso. Adesso sono disorientato. Alcuni provano a scrivere un nome o una qualifica sul sopra camice, ma è episodico. Allora provo ad arrangiarmi. Cerco di fissare l’attenzione ai loro occhi. Qualcuno, dei blu intensi, dei meravigliosi tagli orientali, mi colpisce, ma non basta. Allora mi sposto sui dettagli. Molte dottoresse portano gli occhiali. Osservo e registro la marca sulle stanghette. Un giovane medico nasconde nella cuffia un codino, gli dico che sarà facile riconoscerlo per questo. “Attento a non confondersi, siamo in due ad avercelo…” mi risponde.  Inizio piano piano a orientarmi tra i diversi interlocutori.  Forse per questo ho sentito il bisogno di definirmi.  “Mi chiamo Roberto, sono un medico”. Dirlo mi aiuta.  Al contempo noto tra di loro un’armonia, una solidarietà, un vincolo fortissimo. Una dottoressa alza la tapparella, un’infermiera rifà i letti, un’altra getta i rifiuti, si aiutano, ci aiutano.  Ma questi sono elementi che si accumulano dentro di me nel tempo, nei giorni che passano.  Torniamo alla cura. Alla partenza.  Arriva il casco. Il suo nome mi diventerà familiare. CPAP. L’avrete visto, è un aggeggio di plastica trasparente, una specie di pallone dentro il quale si mette la testa, tra il casco da permanente e quello da palombaro. Un’altra delle mie salvezze. Costruito nella technological valley tra Bologna e Modena. Come tutte le cose belle, con qualche difetto. Ore e ore dentro (anche 20 al giorno, all’inizio), poco tollerabile con la febbre alta (ti gira attorno aria ad alta temperatura), molto rumoroso (come fosse un aereo poco insonorizzato), questione brillantemente risolta con dei tappi per le orecchie o cuffiette per la musica. Oppure come astronauti dentro le loro tute spaziali, con tutte le conseguenze sul soddisfacimento dei bisogni fisiologici. Con Alberto, il mio compagno 6   di stanza e avventura, ci dicevamo a ogni ciclo che partivamo per un viaggio aereo. Abbiamo fatto sicuramente il giro del mondo in lungo e in largo.  Ma a fianco dei viaggi virtuali, devo raccontare qualcosa dei viaggi mentali che la condizione di malattia, questa malattia, ha attivato. Il primo giorno, il dottore della telefonata mi aveva detto che tra gli effetti collaterali delle terapie ci potevano essere episodi deliranti, fenomeni allucinatori, stati confusionali. La febbre e la paura hanno contribuito, ne sono certo.  La fase centrale della malattia è durata cinque giorni, un corpo a corpo intenso e appassionato con Mister Corona. Le notti, i momenti peggiori, tra incubi e pensieri che si avvitavano come trapani.  Una volta ho visto mia figlia seduta su una seggiola in fondo al mio letto. Mi guardava con amore. Ero critico rispetto alla sua NON presenza, ma mi faceva piacere vederla lì, me la sono tenuta cara.  Un’altra mi sono immaginato in montagna durante una ascensione estrema. So che in certi casi la morte arriva perché, esausti, ci si lascia andare tra le braccia della fatica, del vento, del freddo. Ho pensato che alla peggio avrei avuto questa chance. Cercavo di non essere raggiunto da nessuna notizia, ma sul piccolo televisore della camera scorrevano le immagini della strage e della tragedia in atto a Bergamo, la mia città natale. Ho pensato che i bergamaschi potevano avere una fragilità genetica che li rende mortali davanti al virus. Un’altra volta mi sono dispiaciuto al pensiero di quante cose avrei ancora voluto fare, di quanti incontri avrei voluto godere, di quante opportunità beneficiare. E mi rammaricavo nel timore che non potessi più averne.  Venerdì notte, la seconda sotto CPAP, qualcuno arriva e mi dice, scrivendo su un foglio che mi mostra davanti al casco, che vogliono somministrarmi endovena una terapia sperimentale, un farmaco usato nell’artrite reumatoide che abbatte gli indici infiammatori. “Ci dà il consenso verbale?”. Avrei accettato anche la pranoterapia in quel momento. Ma, di nuovo, i pensieri. Se hanno tutta questa fretta, allora vuol dire che…  Poi, ogni tanto, anche dei pensieri vitali, le ragioni per vivere. I miei familiari, le mie nipotine, i miei pazienti, il mio lavoro, le cose che mi piacciono, gli amici. Due pensieri potentissimi: se me la cavo, scriverò qualcosa su questa avventura e penserò seriamente al mio modo stakanovista di lavorare.  Tra buoni e cattivi momenti e pensieri, una compagnia obbligata, la solitudine e l’isolamento hanno fatto la loro parte, dentro e fuori il casco, rimescolando priorità e scelte passate.  Questa vicenda epocale ha una dimensione collettiva per i numeri e il coinvolgimento, ma è fatta di tante piccole individualità che non possono essere dimenticate. Tante solitudini senza voce.  Chi è in “prima linea” e ancora adesso rischia di suo e per i suoi cari con patimento; il personale sanitario che vive fuori casa per paura di…; chi si è sentito accudito e chi no; chi è riuscito a fare il triage telefonico; chi ha sentito voci affannate; chi incerto non sapeva cosa rispondere; chi non è stato ascoltato; chi non è mai riuscito a prendere la linea; chi è morto solo; chi ha preferito morire in casa per non morire solo; chi inerme ha guardato morire; chi non sa nulla su dove le spoglie dei propri cari saranno cremate, sperando che non siano nei convogli militari o in una chiesa sconsacrata, in attesa, senza sapere nulla su dove andranno e su quando ritorneranno; chi prova paura; chi se ne infischia per fatalismo o ideologia; chi vive sulla propria pelle; chi in lontananza.  Protagonisti malgrado, testimoni malgrado, spettatori malgrado.  Per me, niente visite, solo la possibilità di ricevere biancheria di ricambio una volta al giorno. Fortunatamente ero fornito di telefono, tablet, Mac e, soprattutto, di tanta buona musica. Un bel rimedio lenitivo.  Oltre alla mindfulness. Impossibile praticarla da manuale, ma viverla sì. L’attenzione al proprio respiro che nella pratica è così fondamentale, diventava la ragione di ogni buon atto respiratorio. Cercare di sentirmi ed essere presente in ogni momento, una condizione di serenità. Accettare quello che stavo vivendo e mi stava accadendo mi è servito in ciascuna delle decine e decine di volte che mi hanno fatto prelievi venosi o arteriosi. “Lascia che gli aghi entrino in te” mi ripetevo ogni volta. Ne hanno toppati due o tre. Bravi loro, e anch’io. 7   Presto ho saputo che lontano dall’ospedale, ma vicini al mio cuore, una moltitudine di persone, davvero incalcolabile, ha vissuto con me e i miei familiari preoccupazioni, timori, speranze, gioie e sollievo. Li ho immaginati come un affollato coro greco che mi sosteneva e spingeva da dietro, mentre mi apriva la strada davanti. Ognuno è stato parte della mia cura. Un po’ new age. Ho sentito persone mai conosciute, risentite altre perdute.  E poi, i curanti. Sono stato curato con competenza e attenzione, direi con affetto e ho sviluppato un incontrollabile trasporto amoroso verso ogni figura sanitaria che mi si avvicinava, infermieri, medici, OSA, chiunque avesse un sopra camice.  E, presuntuosamente, ho avuto l’impressione di un affetto reciproco. Ero in un reparto apparentemente senza conflitti, o ben mascherati. Tra persone che si rispettavano e aiutavano. Con un obiettivo comune. La guarigione di noi pazienti. Lo avvertiva anche mio figlio quando con ammirevole dedizione consegnava loro i cambi di biancheria personale  Vorrei raccontare ogni aneddoto che ho vissuto.  Quando la febbre ha iniziato a scendere, per poi scomparire, ogni controllo era atteso con molta ansia. Che dire di quella dottoressa che all’ennesima misurazione della giornata, prende in mano il termometro, lo guarda, esulta e mi lancia un gimmi five. Ma come, non sono infetto?  “Stiamo imparando a curarvi insieme a voi”, ci dice un giorno un’altra dottoressa. Qualcuno poteva inquietarsi ascoltando questa affermazione. A me è sembrata lo specchio dell’umiltà, l’accettazione dei propri limiti, l’ascolto di ogni indicazione (“Dalla Cina abbiamo saputo, a Lodi hanno fatto…”), quella che in psicoanalisi si chiama “co-costruzione”. Ci credo e la pratico.  “Io sarò fatta male, ma quando le cose per uno di voi vanno bene, mi commuovo. Come ogni volta che un atleta italiano vince una medaglia alle Olimpiadi”.  Un'altra ancora, di fronte all’ennesimo parametro positivo, ha disegnato nell’aria con le dita il cuoricino che i calciatori mandano a tifosi e fidanzate dopo un goal. Una standing ovation.  A ripensarci, una sera non siamo stati così amorevoli: un infermiere si è rifiutato di spegnere la luce della camera fino a mezzanotte. Ero dentro il casco, non potevo alzarmi per farlo. L’ho mandato a quel paese.  Arriva la prima domenica in reparto, inizio a stare meglio, mi chiedo chi verrà a visitarci.  Arriva una coppia mista di medici, un lui e una lei, sono di buon umore, pieni di fiducia e entusiasmo. Mi dicono che sto andando proprio bene, che c’è ancora della strada da fare, ma che ce la farò. Mi tolgono i farmaci sperimentali, gli antibiotici, mi riducono le ore giornaliere di CPAP. Sono felicissimo, telefono a casa, mi emoziono. Poi ci ripenso. Ma questi due non saranno mica quelli del gioco L’Allegro Chirurgo? Difficile lasciarsi andare, scacciare, anche solo per scaramanzia, i brutti pensieri.  Ma sono positivo, non solo al virus. Così scrivo la seconda mail ai miei pazienti. Spiego che sono stato ricoverato per una patologia più impegnativa della polmonite batterica, che sono curato bene e che tutto sembra procedere al meglio. Che li avrei avvisati appena dimesso. Le reazioni sono commoventi, indimenticabili.  Il tempo passa.  Siamo tutti abituati ormai a una medicina che abbrevia ogni tempo ospedaliero, che dimette le puerpere un giorno dopo il parto, una chirurgia quasi solo in day hospital, degenze brevissime. Qui sento esattamente il contrario, c’è una chiara inversione di tendenza. Si viene dimessi solo se si sta veramente bene, a prova di ricaduta. Non vogliono correre rischi. Condivido.  Quando si capisce che stai guarendo? E da cosa?  Ci sono dati oggettivi, parametri clinici, ecografie, dati numerici. Ci sono sensazioni soggettive. Utili.  Mercoledì 18 marzo, durante il turno serale, due infermiere, le riconosco, Michela e Virginia, si avvicinano al mio letto. 8   “Possiamo parlarle seriamente?” mi chiedono. Capisco che non parlano di me. “Abbiamo bisogno di aiuto, non ce la facciamo più. Ogni volta che si torna a casa riparte la paura di infettare i nostri familiari, i bambini. Ma questo lo gestiamo, come la paura tutti i giorni. Il problema è quando andiamo a dormire. Ne abbiamo bisogno, infatti crolliamo come sassi. Poi, improvvisamente, ci svegliamo e ci appare l’immagine dei vostri occhi, il vostro sguardo dentro i caschi e non riusciamo più a dormire.” Sono lusingato, sono felice, penso che se mi chiedono aiuto, vuol dire che posso darlo e non più riceverlo. Poi, questo è il mio cavallo di battaglia, l’immedesimazione. Parto. “Va bene che siate così partecipi, ma, vedete, dovete cercare di mettervi nei panni degli altri senza diventare gli altri…”. Mi interrompono subito. “Sì, sì, queste cose le sappiamo benissimo. Ma noi vogliamo trovare il modo di dormire!!”. Cambio subito registro, ne sono ancora capace. “OK, datemi una mail e vi mando delle indicazioni. Che sono queste: “Potete prendere della Melatonina di qualità, oppure dei blandi ansiolitici, qualche goccia. Per i pensieri e le immagini, pensate a quei grandi pulsanti rotondi rossi d’emergenza che staccano la corrente. Immaginatene uno ancor più grande che spegne i vostri pensieri quando si attorcigliano. Poi, col tempo, ci potranno essere altri aiuti, se necessari”. Due giorni dopo si affacciano alla porta della camera. “Presa la melatonina, dormiamo! E il pulsante rosso funziona benissimo!!”. Quando tutto finirà vorrei aiutare qualcuno pro bono.  Giovedì 19 marzo, la festa del papà. Sono ancora in ospedale, ma va tutto bene. I parametri sono ok, senza casco, ancora ossigeno, normale decorso, pare. I medici del mattino sono ottimisti. Felice.  Nel pomeriggio sento mia figlia al telefono. Siamo felici. Finita la telefonata scoppio a piangere, da solo, a singhiozzi, come un bambino. È la prima volta da giorni e giorni. Prima ero congelato dentro emozioni quasi impossibili da maneggiare. Mi sento sollevato. Un altro passo verso la guarigione.  Più tardi arriva la “cattivona”. Lei fa poco squadra con la collega, a meno che non si siano divisi i compiti. Poliziotto buono, poliziotto cattivo. Si muove con decisione. Gli occhi intelligenti e acuti sono rapidi e scattanti, coprono ogni angolo della camera. Mi sgrida un po’, mi ammonisce, mi mette sull’avviso. “Guardi, che dovrà mettere ancora la CPAP, è facile ricadere, faccia il bravo, stia tranquillo, non abbia fretta”. Sulle prime mi spavento, temo scenari catastrofici, tentenno. Perché queste parole? Cosa succede? Che sia la temuta recidiva? Mi credevo vicino alla cima, mi sento rimandato giù al campo base.  Poi i pensieri, quelli buoni, si attivano. È abbastanza chiaro che ognuno gestisce l’ansia e la paura a modo proprio. Chi tirando fuori le emozioni come le due tenerissime infermiere della sera prima, chi facendo la dura come la dottoressa di oggi. So che è preoccupata per me. Che parla e agisce nel mio interesse. Che mi vuole guarire e non ci sta a perdere nessun paziente. Non riesco ad odiarla.  La notte ci ripenso.  So di essere un po’ velleitario e presuntuoso. Mi faccio il film che se la “cattivona” fosse tornata le avrei detto: “Dottoressa, mi dedichi cinque minuti noi due da soli. Si sieda qui in fondo al mio letto, che è un buon modo di stare vicino al paziente e mi ascolti. Voi siete bravissimi, io vi devo la vita e vi sono enormemente grato. Per me siete eroici, quindi intoccabili, ma ora le racconto cosa succede da questa parte quando passate e dite certe parole, come le sue di ieri, seppur con intento di cura e cautela nostra”. La fantasia mi ha fatto passare in allegria la mattina.  La “cattivona”, che tutti dicono essere bravissima, non è più tornata.  L’ultimo pezzo di strada sarà il più lungo e lento. Non come in montagna dove la vetta o il rifugio da raggiungere spesso stanno dietro l’ultimo strappo. No, qui c’è un falsopiano che non finisce mai. 9   Ma va bene così, anche se gli ultimi giorni sembrano non finire mai, tra piccoli passi avanti, molta cautela, una piccola scivolata, lo slancio finale, un giorno in più di attesa.  Arriva una coppia di medici, due ragazzi aperti e disponibili. Praticamente mi leggono il prelievo arterioso dal vivo, come se fosse un test da controllare alla finestra. “Il suo sangue è bello rosso!”.  Ricevo un altro five. Pietro, uscendo dalla stanza mi chiede: “Ma poi ci fa leggere quello che sta scrivendo?”. Perspicace. Pare che il personale si sia molto divertito a vedermi lavorare con il Mac stando dentro il casco. Uno psicoanalista può anche essere buffo, no?  Oltre alla musica, appena sono stato meglio, ho anche letto. La migliore compagnia è stata quella di La traversata, di Philippe Lançon, uno dei superstiti dell’assalto alla redazione di Charlie Hebdo. È il racconto del suo percorso di cura in ospedale durato nove mesi e quindici operazioni. Un luogo dal quale non avrebbe mai più voluto uscire. Una sorta di bozzolo protettivo. Lo capisco molto bene. Io non vorrei mai più uscire dal suo libro. Forse neppure dall’ospedale. Ho un po’ di paura.  Gli ultimi passi sono segnati da una vera e propria camminata, anzi due.  La prima avviene in reparto. La dottoressa, Marta, mi chiama fuori dalla stanza, mi porta in corridoio, non ci ero mai stato in dodici giorni. Mi fa indossare la mascherina, mi misura la saturazione e mi dice: “Ora cammini fino alla fine del corridoio e poi torni indietro, così vediamo come va la saturazione sotto sforzo”. Provo le stesse sensazioni fisiche e emotive di un esame importante all’università. Cercando di tenere a bada le emozioni percorro i venti metri circa. Sul muro di fondo c’è un grande poster con un arcobaleno e quella scritta “Andrà tutto bene” che ha infastidito molti. In quel momento mi sembra meravigliosa, come se stesse parlando a me. La raggiungo commosso, mi giro e torno dal mio giudice personale. La saturazione è rimasta uguale. “Lo rifaccia, ora più veloce!”. Penso di aver già preso 30 e immagino che questa sia la domanda per la lode. Ora cammino rapido e sorridente. La saturazione è stabile nuovamente. Il giorno dopo sarò dimesso.  Scrivo il terzo e ultimo messaggio ai miei pazienti. “Guarigione…”.  Car* tutt*, con grande e immensa gioia vi posso dire che sono guarito!! Questo è il messaggio che da quando mi sono ammalato ho desiderato e immaginato potervi mandare al più presto.  È stata una delle spinte più forti a farcela a star bene. L’incubo è finito e domani lunedì tornerò a casa. Come potete immaginare sono felicissimo e mi fa piacere condividerlo con voi. Lo Studio ovviamente rimarrà chiuso fino a nuovo Decreto Governativo, ma sono disponibile per sedute via Skype, Face Time, Zoom o qualunque altro mezzo vogliate utilizzare. Anche solo per salutarci dopo questo brusco stacco.  Per ora vi saluto collettivamente, in attesa di farlo a tu per tu. Un abbraccio  La mattina passa tra preparativi e attese, saluti e commiati.  Durante l’ultimo prelievo arterioso di controllo chiedo a Federica, la giovane specializzanda: “Dottoressa, senza pretese scientifiche, mi dà le percentuali dei meriti per la mia guarigione tra le vostre competenze, le cure applicate e… il culo?”. “30-30-30” risponde prima ancora di pensare. Ho l’impressione che si sia tenuta stretta sulla terza componente. E manca pure un 10%. È la mia quota?  Ci salutiamo, vorrei abbracciarla, glielo dico, so che non si può.  “Però stringerci le due mani sì”, dice lei.  Lo facciamo con il piacere e l’intensità consentita.  “Io non so come ringraziarvi.”  “Siamo noi a ringraziare lei. È stato bello averla come paziente.”  Senza mascherina probabilmente ci scopriremmo due lacrime.  Saluto con calore Alberto. 10   Mi dispiace che rimanga lì. Anche lui. È preoccupato per chi prenderà il mio letto.  Mio figlio arriva, mi deve aspettare a piano terra.  Ecco la seconda camminata.  Prendo la mia borsa, un sacchetto, mi avvio lungo il corridoio, nell’altra direzione.  Le mie cose sono pesanti. Mi chiedo se non sia uno sforzo eccessivo. Mi sa che siamo entrati in una fase nuova, sarà temporanea, quella del timore per il dopo.  Salgo in macchina sul sedile posteriore, tra guanti e mascherine.  Non so neppure io cosa provo. Ma c’è una foto appena salito in auto che mi mostra vincente.  Gioia. Certamente. Ne avrei volentieri fatto a meno.  Il 23 marzo 2020 sono stato dimesso. Guarito. Come altri 7432 italiani e 6075 lombardi dall’inizio dell’epidemia. Sono salvo, mi sono salvato, a differenza di 3776 deceduti in regione.  Tutti numeri che cresceranno in maniera spropositata in seguito.  Fino a diventare una tragedia.